venerdì, 23 Agosto, 2019

Il dado è tratto…

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Se non ci sono sconvolgimenti, anzi capovolgimenti di posizioni politiche, se Salvini non innesta una clamorosa retromarcia, ma Machiavelli scriveva che “le coniurationi fallite rafforzano lo principe e mandano nella ruina i coniurati”, e questo Salvini penso che l’abbia imparato, magari al Papete, ma l’abbia imparato, siamo di fronte a una crisi di governo il cui esito probabile sono le elezioni anticipate tra ottobre e novembre. Il presidente Conte non si é dimesso, contrariamente a quanti hanno presieduto governi di coalizione nella “gloriosa” prima Repubblica, ma anzi ha sparato alzo zero sul suo principale sostenitore (alla luce del peso conseguito alle ultime elezioni, quelle europee) pretendendo un voto di sfiducia parlamentare.
E’ un suo diritto, anche se subito dopo la sfiducia, in base ai poteri sanciti dalla Costituzione, la palla va nelle mani del presidente della Repubblica il quale potrebbe o decidere di sciogliere le Camere, in base alle valutazioni politiche scaturite dagli incontri coi partiti e constatando l’inesistenza di una maggioranza parlamentare, in questo caso sarebbe l’attuale governo a restare un carica fino alla costituzione del nuovo a seguito delle elezioni, oppure incaricare una personalità, probabilmente di origine non politica, che dovrebbe formare un governo e presentarsi di fronte alle Camere. Se questo governo non avesse la fiducia resterebbe ugualmente in carica fino all’avvento del prossimo.
Mattarella dovrà valutare o la via breve o quella lunga che porta allo scioglimento delle due Camere. E’ evidente che se prenderà atto, dalle consultazioni, che non esistono margini per l’esistenza di un altro governo, sarà obbligato a scegliere la via breve, come fece Napolitano nel 2008, dopo l’incarico esplorativo a Marini. Se valuterà che esistono altre possibilità potrebbe dare un mandato di formare il governo, e quel governo anche se sfiduciato gestirà le elezioni con un ministro dell’Interno che non sarà Salvini. Verificheremo gli accadimenti dei prossimi giorni, delle prossime settimane.
Prevalga la via breve o quella lunga mi pare invero complicato evitare il ricorso alle urne che solo una maggioranza composta dagli interi gruppi parlamentari 5 Stelle e Pd potrebbe scongiurare. Gli scenari in vista di questa scadenza appaiono abbastanza chiari sul fronte della destra (e cioè un’intesa tra l’egemone Salvini, la Meloni e probabilmente Toti), chiaro che i Cinque stelle si presenteranno da soli, forse guidati da Conte, é possibile, meno leggibile é la situazione del centro-sinistra. Intanto perché manca un centro, o meglio il centro é assorbito da un partito, il Pd, che resta a fatica sopra il 20 per cento. La sinistra riformista e il centro democratico al 20 per cento? Ritenere che la somma dei moderati e della sinistra sia in Italia ridotta a troppo poco induce a ritenere la sua interpretazione partitica, cioè Il Pd, un grave errore. Un minimo di saggezza politica dovrebbe, per avere un minimo di possibilità di successo, consigliare di mettere subito in moto due operazioni politiche.
Da un lato la formazione di una lista riformista o liberalsocialista (come l’ha definita Calenda) che punti, sua pure alleata col Pd, a proporsi come novità e che chieda la guida della coalizione (Zingaretti mi pare adeguato nelle vesti di condottiero perdente). E poi, dall’altro, la formazione di una larghissima alleanza in nome dell’emergenza democratica (la maggioranza di Salvini, in una legislatura che deve eleggere il nuovo presidente della Repubblica e che dovrà rinnovare la Corte costituzionale, dove ci porterebbe? Magari in quella democrazia illiberale proclamata dai suoi alleati Putin e Orban..). Se entrambe le operazioni fossero messe in campo il centro-sinistra, al di là delle differenze, che esistevano anche nel vecchio e storico Cln, tra partiti di estrema sinistra e partiti di centro, potrebbe gareggiare per vincere. Altrimenti dovrebbe accontentarsi del celebre motto decubertiniano….
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Mauro Del Bue

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