domenica, 22 Settembre, 2019

Il dibattito a sinistra sulla crisi del progetto europeo

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Colin Crouch, il teorico della “postdemocrazia”, in “Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo”, afferma che l’impatto negativo della globalizzazione delle economie nazionali sull’identità culturale dei cittadini dei Paesi di più antico sviluppo economico (nonché sulla loro sicurezza) è all’origine di un vasto fronte di opposizione, oltre che alla globalizzazione, anche ad ogni altro disegno sovranazionale, in particolare quello concernente l’unificazione politica dell’Europa.
Su quest’ultimo punto, si assiste ad uno “scontro” tra forze della destra liberale non nazionalista (ispiratrici in generale di ogni progetto orientato a trascendere l’asfittica dimensione nazionale dei problemi del nostro tempo) e forze delle destra illiberale nazionalista; fortemente propense, quest’ultime, a rinvenire nel “vecchio arnese” dello Stato-nazione la tutela delle propria identità e sicurezza materiale. Ciò non significa, osserva Crouch, che sul piano politico i processi di integrazione sopranazionale degli Stati-nazione provochino uno “scontro” solo tra fazioni diverse delle forze di destra; ne è coinvolta anche la sinistra, la quale, anziché cogliere l’occasione per opporsi unitariamente a tutte le posizioni della destra (rilanciando la validità della contrapposizione tra destra e sinistra, la cui funzione non è certo divenuta obsoleta) è altrettanto divisa rispetto alle risposte più appropriate sollecitate dalla gravità dei problemi del mondo contemporaneo.

Infatti, anche a sinistra è presente uno “scontro” tra chi è favorevole ai processi di sovranazionalizzazione degli Stati-nazione e chi è contrario; ma quel che è più grave è il fatto che le fazioni delle sinistra, cosiddette democratiche e riformiste, non mostrano un grado di omogeneità di idee paragonabile a quello proprio delle fazioni liberali non nazionaliste delle forze di destra. Le loro posizioni in difesa della tradizionale vocazione all’internazionalismo non sono, infatti, riconducibili ad un’univocità di pensiero: a volte, esse peccano di velleitarismo, a volte risultano “schiacciate” quasi unicamente sul presente e, a volte ancora, sono difficilmente separabili da quelle proprie delle fazioni delle destra liberale non nazionalista.

Per rendersi conto di ciò, basta leggere gli scritti contenuti nel numero I/2019 di “Italianieuropei”; dedicati per lo più al tema della crisi dell’Unione Europea: in particolare, il “Manifesto per la democratizzazione dell’Europa”, redatto da un gruppo di economisti, giuristi e politologi riunito intorno a Thomas Piketty, nonché gli articoli “L’Europa che verrà”, della filosofa Donatella Di Cesare, e “Perché c’è ancora bisogno dell’Unione Europea”, del presidente dell’Istituto Affari internazionali, Ferdinando Nelli Feroci.
Chiunque fosse alla ricerca di una riflessione ordinata riguardo alle modalità con cui fare fronte alla crisi che caratterizza nel momento attuale la realizzazione del progetto europeo, non può che risultare sconcertato dalla lettura degli scritti summenzionati, per il velleitarismo del “Manifesto”, il “presentismo” dello scritto della Di Cesare e il totale allineamento della posizione di Nelli Feroci rispetto a quella propria degli establishment dominati europei (convinto com’è, che per ricuperare l’interesse dei popoli alla conservazione dell’Unione siano sufficienti solo “ritocchi” alla governance, cioè alle regole tecniche sinora seguite nel governo delle criticità che hanno investito la capacità di tenuta degli Stati membri dopo lo scoppio della Grande Recessione del 2007/2008).
A dimostrazione dell’eterogeneità, ed anche della contraddittorietà, delle posizioni della sinistra democratica e internazionalista può essere utile una breve esposizione critica di quanto si sostiene negli scritti apparsi nel periodico “Italianieuropei”. Nel “Manifesto”, ad esempio, si rileva che “attualmente il nostro continente è stretto, da un lato, da movimenti politici il cui programma si limita a dare la caccia agli stranieri e ai rifugiati” e, dall’altro lato, “da partiti che si definiscono europeisti, ma che in realtà continuano a ritenere che il liberalismo duro e puro e la concorrenza estesa a tutto […] siano sufficienti a definire un progetto politico”; dopo questa premessa, però, si passa alla proposta di creare un “Budget” votato da un’Assemblea europea sovrana, in “grado di far fronte immediatamente alle crisi del Continente”.

L’Assemblea dovrebbe disporre del potere di stabilire le modalità di finanziamento del Budget, attraverso l’introduzione di “quattro grandi imposte europee” (da applicarsi agli utili delle grandi imprese, ai redditi più alti, ai patrimoni più consistenti e alle emissioni di anidride carbonica), che dovrebbero garantire una dotazione di risorse pari al 4% del PIL europeo, con cui costruire per i cittadini europei un modello originale democratico di sviluppo sociale equo e duraturo, finanziare l’accoglienza dei migranti e “ridare un margine di manovra ai bilanci degli Stati membri per ridurre l’imposizione fiscale regressiva che grava sui salari e sui consumi”.
Per questa via, secondo il “Manifesto”, non si tratterebbe di creare un’”Europa dei trasferimenti”, realizzando una più equa distribuzione del PIL europeo tra i Paesi virtuosi e quelli che lo sono meno, ma “di ridurre le disuguaglianze all’interno dei diversi Paesi e di investire nel futuro di tutti gli europei […], senza favorire un Paese piuttosto che un altro”.

Poiché occorre agire rapidamente, anche per riscattare l’Europa dal dominio del potere tecnocratico che sinora l’ha governata, gli estensori del “Manifesto” sottolineano la necessità che si crei subito un’Assemblea sovrana, al fine di votare immediatamente le quattro imposte necessarie per il finanziamento del Budget; tutto ciò dovrebbe avvenire “senza che sia necessario modificare subito l’insieme dei Trattati europei esistenti”.
E’ plausibile pensare che, nel momento in cui la prospettiva di una nuova recessione grava sulle possibilità di crescita dei Paesi europei, la proposta del “Manifesto” possa essere favorevolmente accolta dagli establishment dominanti? Non è velleitario pensare di poter rilanciare il compimento del progetto europeo attraverso la creazione di ulteriori istituzioni comunitarie, senza riformare da subito l’insieme dei Trattati esistenti? A parte le buone intenzioni, le proposte contenute nel “Manifesto” non sembrano appropriate rispetto alla necessità che siano realmente rimosse le cause delle criticità comunitarie emerse a seguito della grande crisi iniziata nel 2007/2008.
Anche le argomentazioni della De Cesare, fatte salve le premesse sullo stato di crisi attuale dell’Europa e sulle cause che determinano l’impossibilità del suo superamento, l’auspicio della filosofa non sembra rispondere all’urgenza di una prospettiva d’azione politica per un più desiderabile futuro europeo. Sono giuste le sue considerazioni riguardo al fatto che oggi l’Europa “è ridotta a un coacervo di nazioni, un’assemblea scomposta di proprietari che, a colpi di Trattati sempre più effimeri e compromessi vacillanti, si contendono lo spazio per difendere ciascuno la propria pretesa identità”; è andato così smarrito ogni senso del comune e ogni idea di comunità. Tutto ciò – afferma la De Cesare – ha “contribuito a far naufragare ogni progetto di ampio respiro”.

La conseguenza del prevalere degli interessi “particulari” è stata lo smarrimento di ogni forma politica postnazionale, che ha comportato la riproposizione dello Stato-nazione, ritenuto in grado di assicurare, oltre che la difesa dell’identità dei popoli, la loro sicurezza dalle minacce esterne; difesa e sicurezza che l’Europa non è in grado di garantire. Al contrario di quel che credono i sovranisti, osserva la filosofa, “il limite dell’Europa non è stato quello di aver messo in questione la sovranità dei singoli Stati-nazione, bensì di non essere riuscita a scardinare da fondo questo vecchio Moloch spettrale ed esangue, lo Stato-nazione”. Di fronte al prevalere dei sovranisti, presenti sia a destra che a sinistra, la De Cesare si chiede come possa essere ricuperato il disegno di un’Europa unita.
Se l’Europa deve essere difesa, ciò deve avvenire, non nel segno della conservazione, ma in quello della trasformazione, attraverso il rilancio del progetto dell’unificazione politica in nome di una giustizia sociale, di una solidarietà e di un’ospitalità complessive. Il “nuovo ‘patto’ tra i cittadini dei singoli Stati e l’Europa non può prescindere dai migranti e non può perciò non essere inclusivo”. Problema, questo, che solleva la questione del riscatto di quelle forze di sinistra che, schierate sulle posizioni dei sovranisti, dimostrano di aver rinunciato alla propria vocazione internazionalista; il loro ricupero deve avvenire mediante il riconoscimento che l’internazionalizzazione della soluzione dei problemi concernenti l’identità, la giustizia sociale e la sicurezza contro le minacce esterne non può avvenire al riparo dei confini del proprio Stato di appartenenza.

Per rimediare alla brutalizzazione dell’Europa, generata dalla “rabbia” del sovranismo, occorre che le forze democratiche della sinistra, unite dalla loro vocazione internazionalista, si impegnino ad incidere sulle condizioni politiche contingenti, quali sono le due grandi questioni europee oggi esistenti: quella del disagio della democrazia e quella della costituzione di un demos continentale. La democrazia, divenuta sempre più formale, ha fatto crescere il rancore e il distacco del popolo dalla politica, riflettendosi nella crisi della sinistra, il cui superamento dovrebbe essere realizzato attraverso la ricerca di un “nuovo spazio politico internazionale”, all’interno del quale esercitare una leadership europeista; mentre il demos europeo dovrebbe essere individuato in “tutti quei movimenti democratici che vanno ovunque dispiegandosi dal basso”.

A cosa dovrebbero servire il ricupero sostanziale di una democrazia soprannazionale e l’esercizio di una laedership, ugualmente soprannazionale, di un demos movimentista europeo? Dovrebbero servire a realizzare un’Europa unita, intesa come “orizzonte di una comunità dissociata dalla nazione […], aperta all’ospitalità, capace di dar luogo a forme politiche dove l’immune lascia la precedenza al comune”. Proporre un orizzonte ideale per rilanciare la ripresa di un processo, quale quello che dovrebbe condurre all’unione politica dei Paesi del Vecchio Continente, può certo essere importante; ma individuare il “motore” della ripresa di questo processo di unificazione politica nell’apertura all’ospitalità nei confronti di chi fugge dall’indigenza e dall’insicurezza, senza rimuovere le cause della crisi economica e sociale ancora in atto (emerse in tutta la loro gravità dopo l’inizio della Grande Recessione), può solo valere a trasformare quell’orizzonte in motivo per lasciare le cose così come stanno.

Che dire poi dell’articolo di Nelli Feroci? La tesi sostenuta dal Presidente dell’Istituto Affari Internazionali può esser assunto come paradigma di riferimento della posizione di quella fazione delle forze di sinistra che fa da contraltare alla fazione delle forze della destra liberista non nazionalista; a differenza di quest’ultima, però, la prima, oltre a non essere nazionalista, dovrebbe essere per vocazione interventista, e perciò, propensa a chiedere con fermezza una riforma profonda dell’intelaiatura istituzionale europea, al fine di rimuovere i limiti che la quasi generalità degli economisti vanno da tempo denunciando. Ciò significherebbe evitare che sia solo un Ministro dell’attuale governo italiano, espresso dalla fazione delle forze sovraniste di destra, ad avanzare proposte di modifica delle attuali regole di funzionamento delle istituzioni comunitarie.

A parere di Nelli Feroci, invece, nel contesto politico prevalente all’interno degli Stati membri dell’Unione Europea, si deve avere ben chiaro che “eventuali iniziative di rifondazione dell’architettura istituzionale dell’Unione, che magari necessitino anche di una revisione dei Trattati, sarebbero destinate a un clamoroso fallimento”; ciò perché la crisi del progetto europeo sarebbe da ricondursi, non tanto ai limiti della logica di funzionamento delle attuali istituzioni, ma ad un ricambio generazionale che ha prodotto l’affievolimento della percezione dell’importanza degli originari obiettivi del progetto europeo, con conseguente calo di fiducia nel loro perseguimento.
Che fare allora, secondo Nelli Feroci, per ricuperare l’interesse delle nuove generazioni per l’Unione Europea? Innanzitutto, occorrerebbe impegnarsi per ottenere una riforma dell’attuale governance dell’area euro, smettendo di “contestare sistematicamente le regole in materia di disciplina di bilancio” e cessando “di lamentarci di essere stati lasciati soli nella gestione dei flussi migratori”; in altre parole, “invece di polemizzare quotidianamente con presunti euroburocrati”, ci si dovrebbe limitare a valutare sul come posizionarsi “in vista del rinnovo delle più alte cariche nelle istituzioni dell’Unione”. Come non rinvenire in siffatte affermazioni le idee e i convincimenti della fazione delle forze di sinistra che, negli anni passati, governando l’Italia, ha mostrato la tendenza a conservarsi prona al rispetto delle direttive più confacenti al conservatorismo degli establishment neoliberisti europei?

Se le varie fazioni delle forze di sinistra dell’Italia non riusciranno a convergere verso un’omogeneità di pensiero, riguardo allo stato attuale dell’Europa e alle riforme necessarie per rendere più funzionali le istituzioni comunitarie al rilancio del processo di unificazione politica dell’Europa, sarà inevitabile, per l’Italia, dover fare i conti con le maggiori difficoltà all’intrapresa di qualsiasi azione politica unilaterale che consenta di superare la difficile situazione economica e sociale che da tempo l’affligge.

Gianfranco Sabattini

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