martedì, 10 Dicembre, 2019

lla “Teoria generale” di John Maynard Keynes

0

Nella sua “Introduzione” alla recente riedizione della “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes (1883-1946), Terenzio Cozzi percorre i diversi momenti in cui il grande economista di Cambridge ha maturato, non senza ostacoli e contraddizioni, la struttura della sua “Teoria”; ne è prova il fatto che, come sottolinea Cozzi, la figura e l’opera di Keynes “sono state oggetto di aspre controversie che il passare del tempo non ha affatto attenuato”. La letteratura economica, infatti, “abbonda di giudizi opposti, di grande ammirazione o di grande ostilità”, nei loro confronti.

Malgrado le critiche al modo di presentare i problemi del suo tempo ed alle soluzioni che a Keynes apparivano più sensate per risolverli siano valse, a volte, a costringerlo a subire condizioni di isolamento, fino a costringerlo a dimettersi degli incarichi pubblici che ricopriva, la sua grande intelligenza, congiuntamente alle sue capacità di lavoro ed anche al suo spirito polemico, gli ha sempre consentito di riuscire ad essere protagonista nell’ambito dei dibattiti politici del suo tempo, oltre che in quelli che era costretto ad affrontare in ambiente accademico. Ciò, non solo per la sua insofferenza verso il pensiero economico tradizionale, inidoneo a risolvere i gravi problemi che le classi dirigenti del suo tempo dovevano affrontare, ma anche perché, nella prosecuzione dei propri studi Keynes mostrava – afferma Cozzi – di non avere “gusto per l’economia in quanto tale” e di essere ad essa interessato sulla base di “motivazioni essenzialmente pratiche: per interpretare l’evoluzione concreta dell’economia e per trarre indicazioni su come eventualmente intervenire”.
Gli atteggiamenti pubblici di Keynes traevano origine dal tipo di educazione ricevuta; egli, sottolinea Cozzi, rifacendosi ad un giudizio formulato da un suo grande biografo, Robert Skidelsky, è nato ed è stato allevato “per il successo”. Nella sua famiglia aveva acquisito un’educazione molto elevata; ma sono state le sue grandi doti intellettuali a spianargli la via del successo in diversi campi del sapere, anche molto diversi. La padronanza degli argomenti gli consentiva di esporre i propri punti di vista di fronte a chicchessia, anche se si trattava di esponenti politici potenti, quali ad esempio Winston Churchill e Lloyd George.

Il suo spirito critico spingeva Keynes a ritenere “inaccettabili le conclusioni che, sebbene favorevoli alle sue tesi, non fossero basate su ragionamenti rigorosi”, anche quando, in ambito accademico il suo interlocutore era addirittura Arthur Cecil Pigou (uno dei maggiori esponenti dell’”Economia del benessere”), che era tra coloro che lo supportavano finanziariamente nello svolgimento della sua attività di ricerca. La predilezione a risolvere i problemi concreti dell’economia giustificano la sua propensione ad influenzare le decisioni pubbliche; la politica ha sempre interagito, nota Cozzi, con la sua attività speculativa: “mentre la prima gli poneva in continuazione problemi pressanti che richiedevano soluzioni innovative, la seconda veniva stimolata a ricercare elaborazioni teoriche atte a migliorare la comprensione di nuovi accadimenti e a individuare più efficaci strumenti di intervento”.

La visione politica di Keynes è “rimasta sempre nel solco del liberalismo inglese, a notevole distanza però dall’ortodossia allora dominante”; ciò non gli ha impedito di sostenere che molti punti di vista liberali e socialisti non fossero tra loro necessariamente incompatibili, sottolineando sempre i grandi vantaggi di efficienza presentati dall’organizzazione capitalistica del sistema economico. Tuttavia, Keynes riteneva quest’ultima intrinsecamente incapace di funzionare autonomamente secondo le modalità radicate nel pensiero economico tradizionale. Per questo motivo, egli sosteneva con forza la necessità di un intervento pubblico regolatore, senza mai condividere le istanze classiche del socialismo, ovvero che per la regolazione del capitalismo fosse necessaria la proprietà pubblica dei mezzi di produzione, e tantomeno l’idea di una rivoluzione politica; una posizione politica, quella di Keynes, che è stata definita una “terza via” tra capitalismo e socialismo. La fede nell’irrinunciabilità del capitalismo e il suo fermo convincimento della necessità dell’intervento pubblico orientato a correggerne le insufficienze hanno costituito il “filo conduttore” che ha unito tra loro i risultati di gran parte della sua attività speculativa, culminata, nel 1936, nella “Teoria generale”, l’opera che è valsa a qualificare Keynes come il più grande economista del XX secolo.

L’opera omnia di Keynes è raccolta, tra libri, articoli accademici e professionali, lettere ed altro ancora, in trenta volumi. Il primo di questi è stato “Indian currency and finance” del 1913, nel quale egli ha esposto, con realismo e accuratezza, la spiegazione del funzionamento di un sistema monetario a cambio aureo; dall’analisi compiuta in questo libro “emerge la conclusione sull’opportunità di limitare l’importanza dell’oro come attività di riserva, una tesi che non cesserà mai di sostenere”. Il volume è valso ad accreditare Keynes, in patria e all’estero, come profondo conoscitore dei problemi monetari, sino “a farlo nominare rappresentante capo del Tesoro inglese alla Conferenza di pace di Parigi”; l’esperienza vissuta nella partecipazione ai lavori della Conferenza ha offerto a Keynes l’opportunità di scrivere, nel 1919, “Le conseguenza economiche della pace”, un saggio che ha accresciuto ulteriormente il suo prestigio internazionale.
Dimessosi dal Tesoro del Regno Unito, dopo avere abbandonato i lavori della Conferenza, perché non condivideva le clausole di indennizzo per le riparazioni belliche imposte dal Trattato di Versailles alla Germania, Keynes spiegava nel libro che la saggezza avrebbe “dovuto consigliare la riduzione drastica dei pagamenti da esigere dalla Germania, la cancellazione dei debiti di guerra tra gli alleati e il prestito di una volume adeguato di risorse dagli USA, per finanziare la ricostruzione e far ripartire l’industria europea”.

Tuttavia, nonostante la pubblicazione, nel 1922, dell’ulteriore studio, “La revisione del Trattato”, Keynes non è riuscito a fare accettare le sue proposte, per cui tutto il suo impegno è risultato inutile. Soltanto “l’iperinflazione tedesca, le crisi bancarie e finanziarie in Europa e le tensioni politiche e sociali che ne derivarono, porteranno alla fine alla cancellazione degli indennizzi per le riparazione dei debiti di guerra tra gli alleati”; troppo tardi, però, per cancellare le condizioni che porteranno ai tragici eventi del secondo conflitto mondiale.
Nelle pause del suo impegno politico, Keynes è riuscito a non allontanarsi dalla propria attività accademica; dopo la pubblicazione, nel 1921, del “Trattato sulla probabilità”, egli, ha dato alle stampe nel 1923, “La riforma monetaria”, nella quale ha preso una posizione decisamente contraria alla decisione del governo britannico di “stabilizzare il cambio della sterlina alla parità urea di prima della guerra, cioè a un livello sostanzialmente superiore a quello corrente di mercato. Poiché i mercati si sarebbero riaggiustati con lentezza, la deflazione conseguente avrebbe comportato “aumenti intollerabili della disoccupazione”. Le previsioni di Keynes si sono dimostrate corrette e, sotto la pressione degli eventi seguiti alla decisione originaria, nel 1931 il governo britannico ha dovuto ricorrere ai ripari, facendo uscire la sterlina dal sistema aureo.

Nel corso della polemica con il Cancelliere dello scacchiere britannico (Ministero del Tesoro che, all’epoca, era ricoperto da Winston Churchill), Keynes ha incominciato a scrivere il “Trattato sulla moneta”, che sarà pubblicato nel 1930. Si è trattato, a giudizio di Cozzi, dell’opera più ambiziosa di Keynes sotto il profilo accademico, con la quale l’autore si è proposto il perseguimento di due obiettivi: da un lato, superare la teoria quantitativa della moneta, in quanto ritenuta incapace di spiegare in modo adeguato gli andamenti effettivi dei prezzi e delle produzioni; dall’altro, connettere meglio l’analisi teorica con la politica monetaria, eliminando le differenze che tradizionalmente le separavano, “forse proprio a causa – ritiene Cozzi – delle insufficienze della teoria che apparivano del tutto evidenti nel confronto con la realtà”.

Le tesi principali del “Trattato”, articolato in due volumi (“La teoria pura delle moneta”, il primo, e “La teoria applicata della moneta”, il secondo), concernevano diverse questioni: intanto, quella secondo cui risparmi e investimenti, essendo decisi da soggetti diversi, ben difficilmente possono risultare uguali tra loro; in secondo luogo, quella riguardante il fatto che la flessibilità dei prezzi non garantisce che un eventuale “squilibrio tra risparmio ed investimenti trovi correzione spontanea col passare del tempo”; in terzo luogo, il “Trattato” metteva in discussione l’affermazione secondo la quale, verificandosi uno squilibrio tra risparmi ed investimenti, la banca centrale avrebbe dovuto “fissare il livello del tasso di interesse” in modo da assicurare l’equilibrio. Come si vede, si trattava di questioni che troveranno la loro compiuta sistemazione nella “Teoria generale”, pubblicata nel 1936.
Il “Trattato”, tuttavia, è stato oggetto di molte critiche sul piano analitico; esse non sono valse a scoraggiare Keynes, grazie anche all’attività di un gruppo di ricercatori (divenuto noto come “Circus” e, del quale facevano parte Richard Kahn, Piero Sraffa, Joan Robinson, James Meade ed altri ancora) che, condividendo le sue idee, si sono impegnati ad approfondire i temi del “Trattato”, partecipando così alla cogestione della struttura della “Teoria generale”; Keynes, infatti, dopo la verifica della corrispondenza degli stimoli che gli venivano trasmessi dai componenti il “Circus” con gli sviluppi analitici che stava elaborando per proprio conto, non ha esitato ad accoglierli, integrandoli nella sua “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”.

In questa, ora riconosciuta come l’opera principale dell’economista di Cambridge, sono coerentemente sistemati tutti i suoi contributi sul problema dei limiti del mercato a realizzare spontaneamente il pieno impiego delle risorse produttive; un approccio che costituisce “l’atto di nascita della macroeconomia moderna”, in considerazione del fatto che l’analisi del funzionamento dei sistemi economici reali è tutta concentrata sulle grandezze aggregate del sistema produttivo, anziché su quelle riguardanti i singoli operatori. L’esposizione della “Teoria generale” inizia con la formulazione del “principio della domanda effettiva”, secondo il quale il livello della produzione aggregata dipende da quello della domanda effettiva per consumi e investimenti; la causazione – rileva Cozzi – “va dunque dalla domanda all’offerta, in netta contraddizione con la legge di Say, secondo la quale è l’offerta (globale) che crea la propria domanda”. Per Keynes, perciò, se la domanda globale “dovesse cadere molto al di sotto della produzione potenziale, la conseguenza sarebbe la disoccupazione di massa”.

La crisi sarebbe provocata soprattutto dalla caduta degli investimenti, il cui livello dipende dalle decisioni degli investitori; poiché questi ultimi sono influenzati dalle “aspettative” di rendimento futuro e poiché tali aspettative sono condizionate da gradi di incertezza più o meno grandi, gli imprenditori, se non nutrono fiducia nelle proprie aspettative, possono ridurre drasticamente gli investimenti, dando cosi origine alla crisi e al dilagare della disoccupazione del fattore produttivo lavoro. Per Keynes, quando ciò si fosse verificato, il tasso di interesse avrebbe dovuto essere governato in modo tale da motivare gli imprenditori a vincere l’incertezza sulle proprie aspettative negative.

Keynes, tuttavia, non concepiva la disoccupazione come un fenomeno che potesse essere rimosso attraverso un puro e semplice aumento della spesa pubblica e privata. L’attuazione di politiche espansive (monetarie, fiscali, della spesa pubblica) – come evidenzia Cozzi – non era “per Keynes la panacea per tutti i mali”; essa poteva “essere efficace, soprattutto se mirata al sostegno degli investimenti pubblici e privati”, evitando che le politiche espansive fossero spinte oltre il dovuto, con conseguenze ancora più dannose per l’occupazione e per l’uscita del sistema economico dalla fase recessiva.
La ”Teoria generale”, nonostante il grande entusiasmo suscitato con la sua pubblicazione, è stata però contemporaneamente osteggiata dagli economisti che ancora preferivano d’essere “schiavi” dei dogmi di qualche autore del passato. Le critiche non hanno preoccupato Keynes più di tanto; anzi, gli hanno offerto, di volta in volta, l’occasione per chiarire e sviluppare le parti della “Teoria” che erano oggetto delle perplessità dei suoi oppositori.
Al di là delle polemiche, l’esperienza economica successiva è valsa a confermare la validità dell’analisi keynesiana del funzionamento dei sistemi economici moderni; in particolare, gli eventi economici successivi alla pubblicazione della “Teoria generale” sono valsi a dimostrare che “instabilità e crisi non rappresentano eccezioni di breve durata […]; sono invece fenomeni ricorrenti”. Poiché alla base della teoria keynesiana sta proprio l’ipotesi che tali eccezioni possano ricorrentemente verificarsi, “dovrebbe apparire evidente – conclude Cozzi – l’opportunità di rivisitarle con grande attenzione, invece di accettare come ‘pensiero unico’ le conclusioni di teorie che si fondano su ipotesi opposte”. Nella fase attuale delle economie di mercato, i dogmi del passato hanno però avuto la meglio; l’avere ignorato le previsioni di Keynes è costato al mondo la grave recessione del 2007-2008, dalla quale molte economie stentano ad uscire.

Dopo la pubblicazione della “Teoria generale”, Keynes è stato vittima di una crisi cardiaca che lo ha costretto a un lungo periodo di inattività, sino allo scoppio del secondo conflitto mondiale, il cui svolgimento lo ha coinvolto intensamente, al preciso scopo di evitare che, alla sua conclusione, si ripetessero gli errori commessi con il Trattato di Versailles; egli, infatti, nel corso degli eventi bellici, si è impegnato nell’elaborazione di un piano per il riordino del sistema monetario internazionale del dopoguerra. A Bretton Woods le preferenze si sono però espresse in favore del piano elaborato dall’americano Harry Dexter White. L’impegno profuso in quest’ultima fatica ha messo a dura prova la salute di Keynes, che il 21 aprile 1946 è stato vittima di un definitivo collasso cardiaco.
L’impegno e gli sforzi professionali ed accademici di Keynes coinvolgono sul piano emotivo il lettore, per via del mancato riconoscimento che ancora permane circa la validità delle sue ipotesi e delle sue proposte. E’ motivo di ottimismo il fatto che queste ultime siano oggi riconsiderate, non solo in funzione del contenimento degli effetti delle fasi negative del ciclo economico, ma anche per la formulazione di politiche economiche di più lungo periodo, collegando gli interventi anticongiunturali a piani (per investimenti pubblici e privati) formulati in funzione del rilancio della crescita dei sistemi economici che stentano ad uscire dalla condizioni stagnanti nelle quali versano.

Gianfranco Sabattini

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply