martedì, 10 Dicembre, 2019

Il dilemma degli economisti: Keynes è stato un liberale o un socialista?

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Gli effetti negativi provocati dalla Grande Depressione del 2007-2008 sulle economie di mercato più avanzate e le politiche adottate, soprattutto in Europa, per contrastarli hanno aperto tra gli economisti un dibattito, il cui esito è consistito nel rilanciare la validità dell’opera, del pensiero e delle proposte di politica economica di John Maynard Keynes e, in subordine, la questione se l’economista di Cambridge sia stato un liberale o un socialista.
Quest’ultimo dilemma ha offerto a Jesper Jespersen e Bruno Amoroso di curare la pubblicazione di un libro snello, il cui titolo, “Sono un liberale?”, è uguale a quello di un discorso che Keynes ha tenuto nel 1925. durante la “Liberal Summer School” di Cambridge. Il libro, pubblicato da Castelvecchi nel 2016, è stato rieditato quest’anno; esso contiene un insieme di brevi scritti del grande economista, la cui lettura, supportata da due saggi introduttivi di Jespersen, consente al lettore di farsi un’autonoma e precisa idea circa il pensiero politico di Keynes.
Nel saggio introduttivo di Jespersen, intitolato “John Maynard Keynes: filosofia, morale politica”, lp studioso di Cambridge viene presentato come uno dei tre grandi economisti che, nell’arco temporale di tre secoli, hanno contribuito alla comprensione, non solo “delle funzioni del sistema capitalistico di mercato”, ma anche delle sue dirette connessioni con la struttura del sistema sociale in cui quelle funzioni si svolgono. A Keynes (1883-1946), Jespersen associa Adam Smith (1723-1790) e Karl Marx (1818-1883).
Smith ha descritto la nascita dell’economia di mercato nel XVIII secolo e le condizioni istituzionali e sociali in presenza delle quali essa (l’economia di mercato) può funzionare; nella seconda metà del XIX secolo, Marx ha analizzato, oltre al funzionamento del sistema economico “guidato” dallo spontaneo funzionamento del mercato, anche le contraddizioni interne del sistema capitalistico, nonché la situazione di ingiustizia della quale è vittima la forza lavoro occupata nelle attività produttive; Keynes, infine, è stato l’economista – afferma Jespersen – “che per primo ha spiegato perché le economie di mercato industrializzate nella prima metà del XX secolo erano caratterizzate da una durevole e fino ad allora mai vista disoccupazione”. Per i tre economisti considerati, quindi, l’impegno non è stato solo per lo studio fine a sé stesso del funzionamento del sistema economico, lo è stato anche per quello dell’impatto che tale funzionamento ha sul piano sociale. Fatto, quest’ultimo, che ha motivato i tre grandi economisti ad impegnarsi pure sul piano strettamente politico.
La storia del pensiero economico mostra numerosi esempi di studiosi che hanno cercato di connettere i fatti economici, oggetto delle loro analisi, con quelli di natura strettamente sociale; ma, Smth, Marx e Keynes hanno considerato primario l’impegno a studiare il funzionamento del sistema sociale nella sua interezza e complessità, caratterizzato dalla stretta interazione tra fatti economici e fatti sociali. Proprio per questo essi sono tuttora ricordati e le loro proposte per realizzare la “buona società” sono state assunte a fondamento di ideologie che il pensiero di ognuno di essi ispirava: Smith il liberalismo, Marx il socialismo e Keynes il keynesismo.
Inoltre, ciascuna delle ideologie, ascrivibili ai tre “grandi”, è risultata comunque connessa all’influenza del pensiero degli altri. La famosa domanda che Keynes ha posto a se stesso “Sono un liberale? (Am I a liberal?) sollecita una risposta che deve essere data tenendo conto delle reciproca influenza tra le tre forme di pensiero (facenti capo, rispettivamente, a Smith, Marx e Keynes), che hanno caratterizzato l’azione e il modo di risolvere i problemi economici e sociali di coloro che hanno condiviso le ideologie nate da quelle forme di pensiero.
La domanda è stata (ed è tuttora) motivo di discussione tra quanti ritengono che Keynes sia stato effettivamente un liberale e quanti, invece, sostengono che egli sia stato un socialista; la negazione che Keynes sia stato un socialista proviene soprattutto da parte di critici d’ispirazione marxista. Alcuni, ad esempio, partendo dalla considerazione che la formazione politica di Keynes sia maturata nella temperie della situazione economico-politica che ha investito il mondo dopo la fine della Grande Guerra e dopo lo scoppio della Grande Depressione del 1929-1932, affermano che il suo convincimento della non-validità della legge di Say (secondo cui l’offerta del sistema economico crea sempre una domanda equivalente, garantendo sempre la piena occupazione) sia da ricondursi all’incapacità della teoria economica tradizionale di spiegare le cause del fenomeno della disoccupazione dei fattori produttivi (in particolare della forza lavoro) che aveva sconvolto le economie di mercato più avanzate.
La critica alla teoria economica tradizionale di non essere capace di spiegare il fenomeno della sotto-occupazione dei fattori produttivi sarebbe stata quindi la “molla” che avrebbe condotto Keynes a pubblicare, nel 1936, la sua famosa “Teoria generale”, l’opera che gli è valso il riconoscimento di essere uno degli economisti più importanti di tutti i tempi; in essa Keynes è giunto alla conclusione che lo Stato, nei periodi di generalizzata disoccupazione, deve attuare delle politiche di intervento fondate in parte su un aumento della propensione al consumo, in parte sull’uso strumentale del sistema fiscale, in parte sulla manovra del tasso di interesse e in parte sul miglioramento delle aspettative future degli investitori privati.
Oltre a queste prescrizioni di politica economica, poiché non aveva previsto la necessità di allargare l’intervento pubblico, sino a realizzare un socialismo di Stato che abbracciasse la maggior parte della vita economica della collettività, Keynes, per i suoi critici marxisti, non è possibile ritenerlo un socialista; anche perché, essendosi egli limitato ad affermare che, per assicurare il pieno impiego dei fattori produttivi, non è tanto necessario che lo Stato assuma la piena proprietà dei mezzi di produzione, quanto che agisca con la sua diretta iniziativa per promuovere un volume complessivo di produzione corrispondente alla piena occupazione, la teoria neo-classica che lui criticava ha avuto modo di riproporre la validità dei suoi algoritmi.
Il non-socialismo di Keynes, quindi, non sarebbe tanto motivato sulla base del rifiuto del socialismo di Stato, quanto sul fatto che le sue prescrizioni varrebbero a riproporre la validità della teoria neo-classica, sia pure in presenza dell’azione diretta dello Stato, per stabilire un volume complessivo di produzione tale da richiedere la piena occupazione. Keynes, quindi, non può essere considerato un socialista, perché la sua analisi non coglie le contraddizioni intrinseche all’ordinamento del capitalismo, e perché la sua critica al pensiero economico tradizionale è limitata al rifiuto della validità solo di due dei massimi principi del liberalismo: il primo, che ogni singolo soggetto sociale, perseguendo egoisticamente la propria felicità, concorra a realizzare quella di tutti; il secondo, che il mercato sia il sistema in grado di contribuire, meglio di ogni altro, alla ricchezza generale e all’equa distribuzione del prodotto sociale. Con ciò Keynes avrebbe concorso a salvare il capitalismo, limitandosi ad indicare quanto di esso può essere salvaguardato per assicurare l’uso efficiente delle risorse.
Di recente Ann Pettifor, un’analista del Regno Unito nel novero dei principali consiglieri economici del Partito laburista, nonché direttrice di una società di consulenza economica di sinistra, in un suo recente articolo ha paragonato la teori di Keynes nel campo economico a quella di Charles Darwin nella biologia, per il cambio di paradigma prodotto da entrambi. Così come Darwin ha cambiato le assunzioni basilari della spiegazione dell’origine delle specie animali e vegetali con la teoria dell’evoluzione, Keynes, “inventando la macroeconomia” ha sottratto alla soffocante ossessione microeconomica della teoria neoclassica lo studio del funzionamento dei sistemi economici a livello aggregato; sulla base di questo nuovo approccio, durante la Grande Depressione, in alternativa alle soluzioni monetariste della crisi, Keynes ha proposto il ricorso allo stimolo fiscale, per contrastare gli esiti negativi del ciclo economico in termini molto più radicali rispetto alla politica tradizionale. Per la Pettifor, dunque, Keynes è stato tutt’altro che un liberale, ma un socialista.
Altri critici di sinistra, muovendo da posizioni ancora più radicali, ritengono che il giudizio sulla qualifica di Keynes come socialista sia quasi impossibile, se si pensa che la sua disamina della teoria neo-classica è stata unicamente mirata a giustificare limitati interventi per fare funzionare il capitalismo liberale, senza alcuna rivoluzione. Egli, secondo questi critici, voleva certamente creare istituzioni “civilizzate” per assicurare pace e prosperità a livello interno e globale; ma le sue idee di un ordine interno e mondiale per controllare gli eccessi del capitalismo si sono concretizzate, alla fine, in istituzioni principalmente utilizzate per promuovere politiche favorevoli al capitale e non al lavoro. In tal modo, l’interventismo pubblico keynesiano nell’economia ha dato al mondo, anziché la riforma delle istituzioni capitaliste, la loro continuità in tutte le economie di mercato.
Ciononostante, il mito di un Keynes socialista si è stato preservato e il suo pensiero ha continuato ad essere proposto come alternativa all’economia di mercato e all’ideologia propria del liberalismo. In realtà, la sua critica alla teoria neo-classica non ha nulla a che vedere con la critica marxista del modo di produzione capitalista; ciò perché la critica keynesiana non è stata volta al superamento della logica del profitto, ma è stata orientata a porre rimedio alle sue contraddizioni, solo attraverso una “macro-gestione tecnica” dell’economia. Troppo poco perché Keynes possa essere considerato un socialista; secondo i critici marxisti, la sua denuncia dei presunti malfunzionamenti del capitalismo “liberale” non gli ha consentito di proporre una strategia politica, economica e sociale con cui “salvare” la civiltà nel lungo periodo.
Il giudizio di Ann Pettifor su Keynes socialista sembra prevalere su quello dei critici marxisti, se si considera quanto lo stesso Keynes ha avuto modo di precisare in di un discorso (“Liberalismo e laburismo”) che egli ha tenuto nel 1926 presso il Manchester Reform Club; in quell’occasione, egli ha avuto modo di affermare che i liberali non trovano “incongruo il confronto e la compagnia dei socialisti”, a patto però che essi esplicitino, sia il percorso da compiere, sia gli obiettivi da raggiungere, condividendo che “il problema politico dell’umanità è di riuscire a combinare tre cose: efficienza economica, giustizia sociale e libertà individuale”. La prima richiede senso civico, precauzione e conoscenza tecnica; la seconda spirito altruista aperto ai bisogni esistenziali e culturali dell’uomo; la terza “tolleranza, ampio respiro, apprezzamento dei valori dell’eccellenza, della diversità e dell’indipendenza.
La giustizia sociale è “il bene principale” del socialismo, ma l’efficienza e la libertà individuale richiedono la qualità di un’azione politica concepita in termini di garanzia e presidio dell’individualismo economico e della libertà sociale. Sono queste le convinzioni che, sottraendo le società ai vincoli estremi del socialismo reale e a quelli, ugualmente estremi, del neoliberismo globalizzato, fanno di chi le professa un autentico socialista riformista e democratico.

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