sabato, 24 Ottobre, 2020

Il “Disegno Indo-Pacifico” dell’America contro il “Disegno delle Nuove Vie della Seta” della Cina

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Nell’Oceano più vasto del mondo non si addice più l’aggettivo Pacifico; vi si profilano scenari di possibili conflitti volti a destabilizzare la “pax americana”, affermatasi alla fine del secondo conflitto mondiale. In questo contesto, la Cina cerca di scompigliare il rapporto che l’America ha consolidato con i dieci Paesi che compongono l’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico), un’organizzazione politica, economica e culturale di nazioni situate nell’area del Sud-Est dell’Asia; fondata originariamente, nel 1967, da Filippine, Indonesia, Malaysia, Singapore e Thailandia e con la successiva adesione di Brunei, Vietnam, Birmania, Laos, Cambogia, l’ASEAN ha lo scopo principale di promuovere la cooperazione e l’assistenza reciproca fra gli stati membri per l’accelerazione del progresso economico e il rafforzamento della stabilità politica della regione.

La nuova politica estera della Cina mette in discussione la “pax americana”, sollevando le preoccupazioni, non solo dei Paesi membri dell’ASEAN, ma anche di quelli che, pur non facendo parte di tale associazione, rivestono un ruolo rilevante sul piano economico e politico dell’area indo-pacifica (come l’India e il Giappone). Pechino rivendica ampi tratti del Mar Cinese Meridionale, una distesa marittima che, assieme all’Oceano Indiano e all’Oceano Pacifico, racchiude un “crocevia insulare” che Washington vuole ad ogni costo tenere sotto il proprio controllo, con la Settima Flotta costantemente schierata – come sottolinea l’Editoriale di “Limes” (n. 6/2020) – “a presidiare e a gestire ed eventualmente chiudere i colli di bottiglia da cui transita il grosso del commercio da e verso il rivale”. La Cina, per contro, intende spostare le proprie frontiere ad alcune migliaia di chilometri dalle proprie coste, decisa a fare di questo spostamento “il trampolino da cui balzare incontro al blu profondo” e connettersi, attraverso il “Disegno delle Nuove Vie della Seta” con il resto del mondo. Con il controllo delle acque e delle isole che punteggiano il crocevia insulare, incastonato all’interno del Mar Cinese Meridionale, gli Stati Uniti tentano di “scompaginare” il “Disegno delle Nuove Vie della Seta”, contrapponendo ad esso il loro “Disegno Indo-Pacifico”, per “affondare”, avvalendosi del rapporto con i Paesi dell’ASEAN, “le smisurate ambizioni cinesi”.
Dalla fine degli anni Sessanta, il rapporto tra gli Stati Uniti e i Paesi del Sud-Est asiatico è stato, cementato dal comune intento di fermare l’avanzata del comunismo sovietico nell’Asia sud-orientale. Ciò ha fatto dell’ASEAN un alleato americano negli anni Settanta e Ottanta, con parziali incrinature del rapporto manifestatesi dopo la fine della Guerra Fredda; benché sul piano formale le relazioni tra le parti non siano mai cessate, l’implosione dell’URSS ha segnato l’affievolimento dell’espansionismo del comunismo sovietico e, con esso, il passaggio in secondo piano del teatro asiatico tra le priorità strategiche americane.
A partire dai primi anni 2000, però, il riaffacciarsi della Cina sulla scena politica mondiale ha imposto agli USA di rivalutare il ruolo strategico dell’area indo-pacifica e, con esso, di riconoscere l’importanza delle relazioni coi Paesi riuniti nell’ASEAN, anche in considerazione del fatto che essi rappresentano un partner commerciale importante, vantando un notevole e costante surplus commerciale sugli Stati Uniti, dei cui investimenti esteri sono sempre stati, tra l’altro, una destinazione privilegiata. Il crescente peso economico dei Paesi dell’ASEAN, abbinato al potenziale militare americano nel bilanciare le mire cinesi nella regione indo-pacifica, li ha resi degli alleati naturali degli USA.

In virtù della propria forza militare, secondo l’Editoriale di “Limes”, gli Stati Uniti fondano la realizzazione del loro “Disegno Indo-Pacifico” per il contenimento della Cina sui seguenti convincimenti: la superpotenza asiatica vuole impadronirsi del crocevia insulare che le sbarra lo “slancio verso il “blu profondo” dell’Oceano Pacifico e dell’Oceano Indiano; se dovesse riuscire nell’intento, la “pax americana” sarebbe direttamente minacciata. Poiché i Paesi del Sud-Est asiatico associati nell’ASEAN “temono di finire inghiottiti nell’Impero del Centro” senza essere in grado di difendersi, devono essere le armi americane a provvedervi; per questo motivo, non rimane loro altra scelta che stare dalla parte americana. L’insieme di questi convincimenti implica una visione del confronto tra Cina e Stati Uniti che, se non debitamente controllato, può tradursi realmente nella “Trappola di Tucidide” evocata dal politologo statunitense Graham Allison.
Oltre che alla realizzazione del “Disegno delle Nuove Vie della Seta”, l’interesse della Cina a destabilizzare la “pax americana” è da ricondursi al timore che, in caso di guerra, la Settima Flotta possa bloccare i “colli di bottiglia” del crocevia insulare che connettono il Mar Cinese Meridionale con gli Oceani Indiano e Pacifico; un evento che significherebbe lo “strangolamento” di Pechino. Per evitare che ciò possa accadere, la Cina pretende di fondare su presupposti storici la propria sovranità sull’intero Mar Cinese Meridionale; nello spazio di tale mare, però, sono presenti diversi arcipelaghi di isole minori che sono oggetto di rivendicazioni da parte dei Paesi circostanti. Negli ultimi anni, su alcune di tali isole la Repubblica Popolare Cinese ha provveduto all’installazione di strutture militari, notificando formalmente alle Nazioni Unite il proprio diritto di sovranità su tutte le isole del Mar Cinese Meridionale.

Le acque di questo mare, però, sono rivendicate anche da Taiwan e parzialmente da Filippine, Malesia, Brunei e Vietnam, coi quali Washington ha legami economici e militari (essendo venditore d’armi di Taiwan, alleato militare delle Filippine, partner economico della Malesia e un cooperatore sul piano economico e della sicurezza con il Brunei, mentre il Vietnam ha relazioni strategiche sia con Washington che con Pechino, senza però avere con le due superpotenze alcuna alleanza militare formale). Tuttavia, per quanto la superpotenza a “stelle strisce” possa avere con molti Paesi del Sud-Est asiatico e con altri importanti Stati filoamericani dell’area indo-pacifica (come, ad esempio, Australia e Giappone) consolidate relazioni economiche e di cooperazione anche sul piano militare, e possa disporre della forza necessaria a dissuadere la Cina dal compiere azioni ai loro danni, “serpeggia” in essi un sentimento di inaffidabilità nei confronti dell’America, in quanto temono di essere usati da Washington come “pedoni” in funzione della tutela del proprio esclusivo interesse. Pechino spera che questo sentimento di inaffidabilità possa contribuire alla destabilizzazione della “pax americana”, che consente agli Stati Uniti, dalla fine del secondo conflitto mondiale, di esercitare un’egemonia pressoché assoluta sul crocevia degli stretti, oggetto del contendere.

Le intenzioni cinesi emergono in modo palese dall’analisi condotta da Ju Hailong (docente presso la Scuola di Relazioni Internazionali dell’Università di Jinan nella provincia dello Shandong) nell’articolo “Come labbra e denti la Cina e il suo Sud-Est”, apparso su “Limes”, n. 6/2020. Secondo questo analista, dal punto di vista geografico, il Sud-Est asiatico è un’area di capitale importanza per la politica estera di Pechino, volta a consentire alla Cina di “fare i propri interessi strategici”; motivo, questo, per cui la relazione di Pechino con i Paesi del Sud-est asiatico “può essere definita a pieno titolo speciale”; dal punto di vista della Cina, considerati i precedenti storici, la natura speciale di questa relazione “implica una simbiosi naturale, un’interazione che vede le parti al contempo dotate di singolarità e interdipendenti l’una dalle altre: come ‘labbra e denti’, per usare un’antica espressione cinese”.

Il Sud-Est asiatico – continua Ju Hailong – è una componente fondamentale dello sviluppo economico cinese, ma rappresenta anche “un canale fondamentale del commercio e della proiezione cinesi verso il resto del mondo. Le rotte oceaniche che collegano la Cina ai Paesi europei, alla costa occidentale del Nordamerica, ai Paesi ASEAN e a quelli dell’Oceano Indiano, al Sudamerica e all’Australia passano tutte dalle acque tra la Cina e l’Asia Sud-orientale, specie dal cruciale stretto di Malacca che unisce il Mar Cinese Meridionale agli Oceani Pacifico e Indiano”. Posta in questi termini, la strategia della Cina per la realizzazione del “Disegno delle Nuove Vie della Seta” diventa del tutto incomprensibile, se non viene inquadrata nel più ampio disegno di sviluppo del quale la superpotenza asiatica va da tempo dichiarando di non poterne fare a meno; poiché tale obiettivo non può essere realizzato senza la sicurezza marittima, Pechino cerca di approfittare del sentimento di inaffidabilità che è maturato tra i Paesi del Sud-Est asiatico aderenti all’ASEAN, anche se divisi tra loro a causa delle loro rivendicazioni sugli arcipelaghi di isole minori presenti nel crocevia degli stretti.

La questione del pieno controllo del Mar Cinese Meridionale rappresenta dunque un fattore cruciale – afferma Ju Hailong – “nell’equazione geostrategica” della Cina, specie “sotto il profilo della sicurezza, ma anche sotto quello economico”. Per quanto nella soluzione di tale questione la Cina si dichiari propensa ad inquadrare la propria azione nella prospettiva di considerare la “Terra come una nave, le nazioni come cabine e gli uomini come marinai”, essa – sostiene Ju Hailong – immagina il proprio futuro basato sulla capacità di navigare pacificamente su questa “gigantesca imbarcazione”. Questa visione, al di là della suggestione idilliaca che può suscitare, riflette – conclude Ju Hailong – “la visione che Pechino ha del suo ruolo nel mondo. Un ruolo che comporta maggiori assunzioni di responsabilità a livello regionale […]. Un ruolo che dovrebbe essere visto con favore da chiunque sia interessato al sereno sviluppo del Pacifico occidentale”.

Se questo è il punto di vista della Cina riguardo al problema della libertà di transito nel crocevia degli stretti, non si può certo dire che esso, al di là del modo in cui è espresso, indichi con certezza un futuro di pace; certo, per evitare che il mondo sia vittima della “Trappola di Tucidide”, occorrerà che anche la superpotenza americana acceda, nella cura dei propri interessi, alla stessa visione della Cina; per la condivisione di una prospettiva di pace cui possono arrecare un contributo decisivo i Paesi dell’ASEAN, solo se anch’essi sapranno affievolire le divisioni che impediscono l’unità della loro possibile azione nei confronti delle due superpotenze antagoniste.

 

Gianfranco Sabattini

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