venerdì, 20 Settembre, 2019

Il dollaro base dell’interconnessione globale delle economie nazionali

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Dopo la crisi del 2007/2008, la scienza economica ha perso gran parte della sua credibilità; ciò perché gli economisti sarebbero stati incapaci di prevedere quanto stava per sopraggiungere e non sarebbero stati all’altezza di suggerire strategie utili a porvi rimedio. Per capire i processi attraverso i quali gli esiti della crisi si sono diffusi per gran parte del mondo, occorre tener presente che il “veicolo” è stato la moneta base degli scambi internazionali, il dollaro; a ragione, molti ritengono che, al pari della “circolazione sanguigna”, questa particolare valuta trasporti le “sostanze nutritive”, il potere d’acquisto, del quale si nutre il mercato globale degli scambi.

Il cattivo funzionamento del processo attraverso il quale tale potere si forma e si distribuisce, infatti, è la causa principale delle crisi, che ricorrentemente colpiscono il sistema degli scambi internazionali, i cui effetti negativi sono tanto più gravi, quanto maggiore è il grado di interconnessione delle economie nazionali all’interno del mercato globale.
La globalizzazione, se ha reso il mondo più piccolo, lo ha reso però, contemporaneamente, più complesso; ciò perché, come sottolinea Dharshini David, giornalista economica della “BBC News”, in “Il mondo in un dollaro”, il mercato globale, nel quale si sostanzia la globalizzazione, è un contesto al cui interno “una parola detta da un banchiere di Washington o Berlino può portare alla fame i pensionati greci, o un giovane a lasciare la famiglia per attraversare a piedi l’Africa subsahariana in cerca di una vita migliore”; la “contrazione” economica del mondo, realizzata dalla globalizzazione, esprime una “forza impersonale” che procura vantaggi ad alcuni, a danno di altri, e alla quale è impossibile sottrarsi.
Prescindendo della distribuzione dei suoi effetti distributivi, la globalizzazione può essere pensata come l’economia-mondo, espressa da “tutte le transazioni, le interazioni, gli acquisti e gli accordi che riconosciamo come scambi”; le forze espresse da questa economia globale sono determinate dalle azioni degli individui sparsi per il mondo, nella veste di lavoratori, consumatori, risparmiatori, imprenditori e speculatori; comunque sia – afferma la giornalista – “una cosa è certa: siamo tutti soggetti a queste forze e, indipendentemente dalla nostra capacità di controllarle, è importante sapere come funzionano e come si ripercuotano sulla nostre vite”.

Quando si acquista qualcosa in un punto qualsiasi del globo, ma fuori dagli Stati Uniti d’America, non si paga l’oggetto acquistato in dollari, sebbene il dollaro, come si è detto, rappresenti il supporto monetario degli scambi in ogni parte del mondo. Per questo fatto, si potrebbe essere indotti a pensare, sbagliando, che il dollaro sia solo una delle tante valute esistenti; ma non è così. Il dollaro, infatti, sottolinea la Dharshini David, non “è una valuta come tante”; esso non è solo la valuta emessa da uno dei Paesi più potenti del mondo, e sicuramente il più potente sul piano economico; è anche il “volto” dell’importanza economica dell’America e dei suoi interessi sparsi per ogni dove: avere “un dollaro, o non averlo, può determinare come vivono le persone dall’altra parte del mondo”.
L’importanza assunta dal dollaro non è recente, ma risale ai tempi della “Dichiarazione di indipendenza” degli Stati Uniti; con la “diplomazia del dollaro”, infatti, gli Stati Uniti hanno potuto estendere la loro influenza sui Paesi dell’America Latina ed avere accesso ai loro mercati. Questa particolare forma di diplomazia è stata estesa anche fuori dal continente americano, sino a consentir agli USA di assumere una posizione mondiale dominante al termine del secondo conflitto mondiale. Dopo il 1945, infatti, il dollaro è diventato la valuta di riserva del mondo, trasformandosi nello strumento più importante e affidabile nella ricostruzione post-bellica dell’economia internazionale, prima, e nella costruzione dell’economia globale, poi.

La globalizzazione, infatti, è stata realizzata sulla base della circolazione internazionale del dollaro, considerato lo strumento fiduciario col quale era “possibile collegare le persone” e garantire la stabilità finanziaria globale. In altre parole, la globalizzazione si è affermata in quanto è stato possibile trasformate il dollaro nel “linguaggio finanziario che sostiene le nostre vite, indipendentemente dalle banconote e dalle monete che usiamo ogni giorno” […] In breve, potremmo vedere nel dollaro l’agente della globalizzazione” che connette tra loro, non solo i singoli individui, ma anche i singole Stati ai quali essi appartengono. Anche la Russia e la Cina, i principali antagonisti e competitori degli USA, usano il dollaro: molti cittadini della prima preferiscono il dollaro al rublo, mentre la seconda investe gran parte del valore dei suoi surplus commerciali in titoli del debito pubblico americano, mostrando di avere molta più fiducia nel dollaro che in ogni altra valuta.
L’ascesa della potenza del dollaro, sino all’apoteosi a metà del XX secolo, riflette l’attuale ordine mondiale monetario; un ordine che, seppur caratterizzato da un ridimensionamento dell’originario potere della valuta statunitense rispetto all’immediato dopoguerra, continua ad essere fondato sulla valuta del Paese a “stelle e strisce”, perché ritenuta affidabile e garante della stabilità; affidabilità e garanzia che il dollaro ha continuato ad assicurare all’economia mondiale anche dopo lo scoppio della crisi del 2007/2008, come dimostra il fatto che esso abbia continuato ad essere il denaro che “lubrifica” gli ingranaggi dell’economia mondiale e il collante che impedisce il crollo dei traffici internazionali. Ciò può essere dimostrato – come fa Dharshini David – immaginando il “viaggio intorno al mondo” di una banconota da un dollaro, spesa, ad esempio, nell’acquisto in un negozio americano di una radio prodotta in Cina.
La Cina, notoriamente, negli ultimi decenni, è stata protagonista di un processo di crescita sostenuta dall’impiego di tecniche di produzione low-cost, che le hanno consentito di accumulare crescenti avanzi commerciali, in parte investiti nei bond del debito pubblico americano e, in parte, utilizzati per acquistare il carburante per l’alimentazione del motore che sorregge il proprio sviluppo.
Una delle fonti di approvvigionamento di petrolio della Cina è la Nigeria, Paese africano produttore; il dollaro ipotetico acquisito dalla Cina con l’esportazione della radio venduta ad un consumatore americano viene dunque trasferito in Nigeria, Paese arretrato, anche se ricco di risorse naturali, e sovrappopolato. Per procurarsi le derrate alimentari necessarie per assicurare l’alimentazione agli oltre 190 milioni di abitanti, il Paese africano si rivolge all’India esportatrice di riso ed i dollari da questa “incassati” non rimunerano solo il lavoro dei contadini produttori di riso, ma vendono utilizzati, come accade alla Cina, per importare petrolio dall’Iraq, al fine di sostenere il suo crescente sviluppo fondato sulla produzione ed esportazione di tecnologie e di operatori informatici e di dotarsi delle infrastrutture necessarie.

Da queste prime triangolazioni commerciali appare chiaro come, alla loro base vi sia, da un lato, l’”oro nero”, e dall’altro lato, il dollaro, come unità di misura delle merci scambiate e intermediario degli scambi; per tutti i Paesi sin qui considerati, il petrolio è essenziale per la loro sopravvivenza, ma risulta essenziale anche per la supremazia del dollaro all’interno di un ordine globale che, almeno per il momento, ha il proprio epicentro nel Medio Oriente e, in particolare, nell’Arabia Saudita. Si tratta di un epicentro che racchiude Paesi tutti interessati, più o meno, al controllo delle riserve della materia prima che “fa girare il mondo” e, per questo motivo, i Paesi mediorientali sono uno contro l’altro armati, costantemente esposti al rischio di guerre locali. Tale stato di cose non è privo di conseguenze per il “viaggio del dollaro intorno al mondo”.

Un’area geografica, costituita da Paesi costantemente esposti al rischio di dover affrontare una guerra, ha bisogno di armi; a fornire queste ultime è la Russia, specializzata prevalentemente in tale tipo di produzione che alimenta le esportazioni nei Paesi mediorientali e nel resto del mondo, consentendo ad essa (la Russia), non solo di realizzare una possibile ”integrazione nell’economia mondiale per rivendicare un potere economico pari a quello politico”, ma anche per rimediare, con le importazioni, a ciò che la propria economia in difficoltà non le consente di disporre. Per la Russia, la vendita di armi, sebbene si tratti di un’operazione “discutibile”, costituisce pur sempre una fonte di entrate che, nella logica della contabilità economica nazionale, costituisce un flusso di risorse molto proficuo, oltre che sul piano politico, anche su quello economico. Il valore di tali risorse in entrata non è espresso in rubli, ma in dollari, i cui gestori, gli oligarchi che controllano le esportazioni di armi, per lo più depositano, per ragioni economiche, politiche e personali, presso accreditate banche dei Paesi occidentali.
Il dollaro in viaggio per il mondo, quindi, dopo essere arrivato in Russia dai Paesi acquirenti di armi, si diffonde per diverse destinazioni estere. La Germania è una delle destinazioni tra le più attrattive dei dollari russi; proprio per questo, non casualmente, il Paese più ricco e potente dell’Europa è stato il più restio ad approvare le sanzioni occidentali applicate alla Russia dopo l’annessione dell’Ucraina, trattandosi del Paese fornitore di gran parte delle materie prime energetiche delle quali la Germania ha bisogno per i suoi consumi civili e produttivi. Ma anche il Regno Unito, dopo la crisi globale del 2007/2008 e soprattutto dopo la Brexit, è diventato un luogo ancora più sicuro, nel quale il dollaro russo ha potuto essere proficuamente depositato, per finanziare convenienti investimenti immobiliari e profittevoli operazioni finanziarie.

Malgrado la Brexit, grazie al “passporting” (il diritto delle società di servizi finanziari operanti nell’Unione Europea di poter condurre attività transfrontaliere in qualsiasi Stato membro dell’Unione senza dover sottostare al rilascio di specifiche autorizzazioni), il Regno Unito si è confermato il custode mondiale del dollaro, per via del fatto che ha continuato ad essere lo “snodo centrale” delle finanza mondiale per l’accesso ai mercati finanziari europei delle banche americane ed asiatiche. Sotto forma di rendimento reso dai dollari investiti nei bond del debito pubblico dei Paesi europei gravati da un alto debito pubblico consolidato, il dollaro termina il suo “viaggio intorno al mondo”, rientrando nel Paese che lo ha emesso.
In conclusione, tornando a casa – afferma Dharshini David – il dollaro ha compiuto il suo giro intorno al mondo “passando elettronicamente da una banca all’altra, ha distribuito redditi, oliato gli ingranaggi del commercio e della prosperità e consolidato i rapporti di forza tra gli Stati”; in questo processo circolatorio, ogni anno migliaia di miliardi di dollari lasciano l’America, ma altre migliaia di miliardi vi arrivano. Non tutti gli Stati e non tutti i ceti produttivi in essi operanti fruiscono in termini di equità distributiva della creazione della ricchezza resa possibile dalla circolazione del dollaro intorno al mondo.
Negli ultimi anni è cresciuto il convincimento che la globalizzazione, sorretta dal dollaro, abbia supportato un modus operandi del capitalismo, che ha concorso a favorire, nonostante l’enorme crescita della ricchezza prodotta, la sua disuguale distribuzione tra tutti gli Stati e tra tutti i ceti sociali coinvolti. Una delle conseguenze di tale stato di cose è stata la crisi della Grande Recessione del 2007/2008. Con il suo superamento, osserva la Dharshini David, i posti di lavoro potranno anche tornare a crescere, ma meno di quelli che saranno necessari per il pieno impiego delle forze lavorative disponibili; ciò a causa della maggior produttività totale dei fattori dovuta all’introduzione nei processi produttivi dei risultati della ricerca scientifica e tecnologica. Se, per un verso, la produttività continuerà a rappresentare il presupposto per aumentare la crescita, per un altro verso essa si trasformerà nel problema maggiore col quale saranno chiamati a “fare i conti” sia gli economisti che i governi.

Alcuni osservatori sono del parere che l’origine delle ricorrenti crisi del capitalismo globalizzato sia, non solo il dominio esercitato dal dollaro nel finanziamento del libero svolgimento dei traffici mondiali, ma anche l’ideologia produttivistica che lo sorregge, che fa del continuo aumento della produttività il presupposto della crescita senza limiti della ricchezza mondiale, che viene però inegualmente distribuita. Ma la crescita maldistribuita tra gli Stati e tra i ceti sociali partecipanti al processo che la origina possiede in sé un meccanismo intrinseco equitativo, che costringerà obtorto collo economisti e governi a porre rimedio alle implicazioni negative della crescente produttività sul piano della ineguale distribuzione dei suoi risultati.
A dimostrare la necessità del rimedio può essere utile ricordare l’esperimento mentale sugli esiti negativi della concentrazione della ricchezza, formulato già nel XIX secolo, in “Progresso e libertà”, dall’economista americano Henry Gorge. Se il progresso scientifico e tecnologico indotto dalla competitività internazionale continuerà a determinare l’espulsione definitiva di quote della forza lavoro dalle attività produttive e l’aumento delle disuguaglianze distributive, allora è possibile pensare ad un momento in corrispondenza del quale la produzione potrà essere ottenuta azzerando totalmente l’occupazione. In tal modo, i titolari delle attività produttive potranno appropriarsi del valore dell’intera produzione, conseguita senza l’impiego di alcun lavoratore. A questo punto, la produzione, rimanendo invenduta, mancherebbe di tradursi in ricchezza reale, riducendo il sistema sociale a vivere all’interno di un’economia funzionante in regime di uno stato stazionario regressivo.

Questo limite, afferma George, al quale conducono “le invenzioni economizzanti il lavoro può sembrare molto remoto perfino impossibile a raggiungersi; ma è un punto verso cui tende sempre più fortemente il progresso delle invenzioni”. Si tratta, perciò, di un limite da tenere nella debita considerazione, pena la possibilità che il capitalismo si “infili” realmente nel tunnel di una crisi irreversibile.

Gianfranco Sabattini

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