lunedì, 18 Marzo, 2019

Il fallimentare diciannovismo internazionalista

0

DALLA GRANDE GUERRA ALLA GUERRA CIVILE Parte Quarta

I fatti dei 15 Aprile ebbero enormi ripercussioni in tutta Italia, da una parte il Partito Socialista non si rese adeguatamente conto della reazione crescente, dall’altra esso procedette senza un minimo di autocritica verso obiettivi sovietici senza accorgersi che le masse seguivano quel partito perché ad esso, nelle rivendicazioni, non vi erano alternative, pur essendo molti di quei lavoratori e contadini reduci dalla guerra.

Mussolini, d’altra parte, pur non avendo ancora mezzi e potere adeguati per guidare un movimento che era solo agli albori, non trascurava neanche una occasione per cavalcare la reazione con toni sempre più esacerbati del tipo..”Bene, molto bene; il fantoccio grottesco del leninismo in Italia è uno straccio pietoso consegnato nell’immondezzaio della cronaca nera”

I fatti di Milano portarono alla moltiplicazione delle sedi dei Fasci di Combattimento

Nei mesi successivi lo scontro crebbe con velocità esponenziale, a maggio vi furono disordini in ordine sparso in sedi locali, a giugno Orlando, battuto dalla coalizione di centrosinistra, dovette lasciare il posto a Nitti che non brillò certo per maggiore solidità ed intraprendenza, confermando la sostanziale debolezza dell’esecutivo, gestito da forze minoritarie con cui però, a differenza del periodo di prima della guerra, quelle popolari non intendevano collaborare per ripetere ciò che era stato già fatto a suo tempo da Turati verso Giolitti, e che aveva prodotto una fruttuosissima stagione di riforme.

I prezzi d’altro canto aumentavano, sia per le difficoltà logistiche del dopoguerra, sia per le mire speculative dei commercianti.

Il Partito Socialista approfittò della situazione per far salire il livello dello scontro. Solo tra il Giugno e il Luglio del 1919 gli assalti tra dimostranti e forze di polizia fecero 26 morti e più di 600 feriti, nacquero Case del Popolo e Soviet un po’ ovunque e in Val Bisenzio sorse persino una “repubblica sovietica”, nella prima metà di Luglio circa 1200 negozi, decine di abitazioni private vennero devastate o date alle fiamme, reduci, ufficiali, soldati, professionisti o studenti ex ufficiali, una volta riconosciuti come ex militari, venivano sistematicamente insultati e malmenati. A Firenze vennero saccheggiati quasi tutti i negozi e la polizia sparò uccidendo due dimostranti e ferendone 85; a Imola ci furono quattro morti, a Genova due morti, a Lucera sette morti.

Il risultato non fu l’estendersi del movimento socialista, ma il progredire di quello fascista, sempre più suffragato dai ceti medi e dai quadri militari degli ex combattenti.

Scene di saccheggio si ebbero il 7 Luglio a Torino, in un momento in cui però, come scriveva allora il Corriere: “tra autorità, enti cittadini, e rappresentanti di organizzazioni operaie era perfetto l’accordo verso un comune programma d’azione atto a combattere l’attuale rincaro della vita e quando la cittadinanza era già soddisfatta dei primi innegabili effetti del calmiere imposto dal Comune e fatto rigorosamente osservare.”

Curioso che allora si saccheggiassero i negozi di scarpe, proprio mentre era in atto un calmiere dei prezzi delle calzature e rasenta il comico che sempre il Corriere riferisca che “Alcuni arrestati sono stati trovati in possesso di stivaletti scompagnati, di scarpe di velluto, di scarpine da ballo, di scatole di lucido, di nastri e fettucce”. Lo stesso giornale riconosce però che nessuna calzatura andò in deposito alla Camera del Lavoro, che restò estranea ai fatti. E’ dunque dato presupporre che il saccheggio fosse utile per il “mercato nero”

Ovviamente furono assaltate anche birrerie ed osterie, in quel caso però la merce veniva “consumata” sul posto, quindi, scrive sempre il Corriere: “si son prese sbornie fenomenali. Gli osti avevano un gran da fare a servire tutti. Si son visti ragazzini dai 12 ai 15 anni che tracannavano dai fiaschi, sdraiati lungo le strade.”

In altre parti della città il servizio d’ordine dei socialisti fu più efficiente, per esempio alla Barriera San Paolo, dove sistematicamente le chiavi dei negozi venivano consegnate alla Camera del Lavoro con tanto di cartello affisso recante il timbro della Camera stessa. Il segretario politico socialista Lazzarini dovette riconoscere l’esistenza dei saccheggi ma li giustificò con un comunicato che attribuiva la responsabilità di tutto ciò al clima post bellico: “Le manifestazioni odierne nella loro gravità e vastità, sono l’indice più sicuro e conclusivo dello sfacelo materiale e morale che la guerra ha creato…Il Partito Socialista con le sue sezioni, i suoi organi e gli iscritti tutti, non può che essere con la folla esasperata per fiancheggiare l’impulso spontaneo e guidare le iniziative verso una possibile soluzione immediata….Solo la soluzione socialista risolverà fondamentalmente in tutti i paesi con una razionale collettiva produzione e con lo scambio e distribuzione a tutti i lavoratori, l’arduo problema.” Come si evince da tale comunicato, per i socialisti, la soluzione non poteva che essere la collettivizzazione e il saccheggio non poteva che risultare causato dal malessere nei lavoratori. Margine di intesa per altre soluzioni non pare ve ne fosse.

Nonostante le agitazioni non portassero a nulla ed i prezzi continuassero ad aumentare, non ci fu nessuna consapevolezza da parte del PUS dell’imminente fallimento di quella strategia di lotta, anzi, si decise di dichiarare per il 20 e per il 21 Luglio l’ennesimo sciopero generale, tra l’altro non con un obiettivo di rivendicazione interna, ma in “segno di solidarietà con i compagni rivoluzionari” ungheresi e russi, che in quel periodo di guerra civile in Russia, cercavano di congiungere le loro truppe con l’Armata Rossa. Lo sciopero quindi era mirato più che altro bloccare gli aiuti inglesi e francesi alle armate bianche antibolsceviche. Esso doveva essere coordinato con i socialisti inglesi e francesi. Gli ordini del Partito Socialista erano chiari:

Difendendo le Repubbliche socialiste e lo spirito delle Rivoluzioni proletarie di Oriente noi difendiamo nel tempo stesso le possibilità rivoluzionarie in tutta Europa e specialmente in Italia, che si avvia anch’essa verso decisive esperienze comuniste, che la guerra ha maturato e che la crisi del dopoguerra vieppiù sollecita.” Storicamente basterebbe anche solo questa solenne dichiarazione per evidenziale che le mire bolsceviche e comuniste del PUS di allora erano più che palesi e che non si voleva intendere né perseguire alcuna soluzione alternativa.

All’atto pratico, però, i socialisti inglesi non aderirono allo sciopero, mentre la francese Confederation General du travail limitò la sua partecipazione ad una modesta parata, tirandosi indietro e dando l’ennesima dimostrazione del fallimento dell’Internazionale Socialista. Mussolini ovviamente mise in risalto tali contraddizioni rimarcando come l’astensione dal lavoro non portasse affatto ad una “organica opera di rinnovamento politico e istituzionale o al sopravvento di classi consapevoli e degne, ma soltanto a peggiorare la situazione dell’ora e a valorizzare le correnti più antiproletarie e antinazionali del paese”

Lo sciopero del 20-21 Luglio fu, in ogni caso, un fallimento, il sostegno all’Armata Rossa era stato un perfetto fiasco ma, nonostante la defezione francese ed inglese, i socialisti italiani vollero perseverare da soli.

Così commentò il Corriere di allora “E’ noto che il Sindacato dei ferrovieri e la Confederazione dei postelegrafonici avevano dapprima aderito alla manifestazione pseudo-leninista; ma allorché si vide che si trattava di una inutile azione sporadica dell’Italia a beneficio, quanto mai problematico, delle repubbliche bolsceviche, rappresentanti la negazione di ogni ordine e di ogni benessere anche proletario, la reazione fu vivacissima” Infatti in quelle giornate più o meno tutti i servizi pubblici funzionarono senza particolari disagi. L’articolo del Corriere così proseguiva: “i due popoli che avrebbero dovuto concorrervi o avevano rifiutato o si erano ritirati; l’opinione pubblica illuminata aveva reagito nel modo più franco e deciso…Nessuna meraviglia che una buona parte del proletariato abbia fatto la sua scelta tra la saviezza e la follia, fra l’interesse proprio e del Paese e le vane fantasticherie sommovitrici dei retori del comunismo e dell’anarchia.”

A Londra in effetti ci fu solo un comizio con 150 persone, l’internazionalismo socialista europeo, già sepolto sotto le macerie della II Internazionale e della guerra, stava dimostrandosi, anche in funzione filosovietica, una penosa illusione, e lo restò fino a quando la stessa Unione Sovietica non decise, superata la “sua” guerra civile, di bolscevizzare il socialismo europeo con la “sua” III Internazionale.

Mussolini d’altro canto, stigmatizzò dalle colonne del suo giornale il fallimento anche della Confederazione Generale del Lavoro..concludendo con una frase sferzante: “noi non disperiamo di strappare le masse alla turpe, sanguinosa speculazione pussista.”

Eppure un vero rivoluzionario in Italia allora c’era, e ben presto passò all’azione..

© 4 continua.

Carlo Felici

Parte prima
Parte seconda
Parte terza

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply