giovedì, 12 Dicembre, 2019

Il fenomeno della Mafia Nigeriana tra sangue e rituali

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Viaggio tra le mafie straniere in Italia. Parte Prima la Mafia Nigeriana

La nostra storia inizia alle prime luci del 18 luglio del 2019 e comincia con una maxi operazione di polizia. Sono oltre 15 i fermi eseguiti dalla squadra mobile della Questura di Bologna, in collaborazione con i colleghi di altre province dell’Emilia-Romagna , Bergamo e di Torino in un’operazione contro la mafia nigeriana. Agli indagati è contestata l’associazione di tipo mafioso. L’indagine è stata avviata nel 2017, grazie anche alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. Sono stati ricostruiti ruoli, gradi, gerarchie e regole di funzionamento all’interno dell’organizzazione criminale che si occupava di spaccio di sostanze stupefacenti e uso indebito di strumenti di pagamento elettronico. Il Nord si sveglia e scopre la “mafia nera” e sente per la prima volta un nome strano , quello della confraternita dei “Maphite”.
La criminalità organizzata nigeriana, a dispetto di quanto si possa pensare, non nasce da condizioni di povertà o degrado, così come non ha origine dal mondo rurale e povero. Al contrario, la mafia nigeriana nasce nei campus universitari e fa breccia tra ragazzi di famiglie benestanti. Il fenomeno, in particolare, sorge tra gli anni ’70 ed ’80. Lagos e Benin City sono le due città principali dove si sviluppano all’interno delle rispettive università le confraternite che iniziano a praticare violenza ed intimidazioni per imporsi tra gli altri studenti. Questi gruppi diventano così potenti da avere presto ramificazioni sia politiche che militari. Aderire ad una confraternita costa parecchio, sia in termini di denaro che a livello fisico e psicologico: molte di queste organizzazioni infatti, prevedono riti tribali e riti voodoo che culminano spesso in pestaggi volti a provare il livello di “virilità” del nuovo aderente. Droga, riciclaggio di denaro sporco, prostituzione, dagli anni 2000 anche tratta di esseri umani verso l’Europa: la mafia nigeriana mette le mani ovunque e si ramifica anche all’estero. Dal sud America, fino agli Usa, passando appunto per l’Europa e quindi anche per l’Italia. Nel nostro paese oramai non c’è grande città o regione che non sia interessata da operazioni di Polizia volte a stroncare gli affari della mafia nigeriana. Le confraternita più presente in Italia, sono quelle denominata “Eiye” “Maphite” al nord ( gli Eiye in Veneto – Lombardia – i “Maphite” Piemonte –ed Emilia Romagna) mentre al sud dominano i  Black Axe soprattutto in Campania ed in Sicilia. Le confraternite degli “Eiye”e “Maphite” navigano nell’ombra sono dediti allo spaccio di sostanze stupefacenti alla tratta delle schiave del sesso e gestiscono il racket dei mendicanti (giovani uomini costretti fuori i bar o ai supermercati a chiedere l’elemosina per coprire debiti con l’organizzazione). Prostituzione e droga. Sono questi gli assi nella manica degli “Eiye” “Maphite”, i due ‘cavalli vincenti’ su cui puntare. Ma non più al Sud, dove il mercato è stretto ed è impossibile starci tutti. Bensì al Nord, più precisamente a Milano. In realtà, in Lombardia la già ribattezzata ‘Cosa nera’ è presente da tempo, come dimostrano le informative delle Forze dell’ordine degli ultimi anni. Qui soggiornano infatti alcuni dei principali boss nigeriani, che controllano il business della prostituzione, con giovani ragazze prese direttamente dai centri di prima accoglienza e costrette – con le botte o con i riti voodoo – a vendere il proprio corpo ai bordi delle strade padane. Ma questo non è che un ‘biglietto da visita’. Perché il vero obiettivo è solo uno: conquistare le ricchissime piazze di spaccio della capitale morale d’Italia. Ma la vera capitale della mafia nigeriana in Italia si trova a sud e precisamente in provincia di Caserta a Castel Volturno sede operativa della temuta e violenta confraternita dei Black Axe.
Castel Volturno 40 chilometri di spiaggia, una delle coste più lunghe d’Italia, che negli anni ’60-’70 era metà di turisti provenienti anche dall’estero. Oggi questa terra vive nel completo abbandono, tra degrado e criminalità.
Qui ha preso piede e si è radicata la Black Axe facendo un accordo con la camorra locale un patto di non belligeranza dividendo i profitti dei loro sporchi affari.
La Black Axe gestisce e spartisce con le mafie locali i proventi del il traffico di droga , della prostituzione ,il capolarato nei campi per la raccolta ed il terribile traffico di organi umani. I riti di affiliazione sono veri e propri rituali che non tutti superano.  Gli ignoranti (così vengono chiamati quelli che aspirano a essere affiliati) vengono picchiati mentre – inginocchiati e a occhi chiusi – attraversano un percorso chiamato Slave Trade (letteralmente ‘la tratta degli schiavi’). Ai lati di questo breve tragitto si posizionano otto persone, che colpiscono i futuri affiliati con un frustino di pelle animale che lascia profonde cicatrici, il keboko. A questo punto gli ignoranti raggiungono un’area formata da sette candele, disposte a terra per disegnare una bara. Qui passano sotto le gambe divaricate di un uomo e poi raggiungono il Priest (dall’inglese ‘prete’), che prima fa bere loro il kakoma – un intruglio a base di droghe che, secondo la leggenda, li ucciderà in caso di tradimento – per poi sputargli in faccia e colpirli violentemente con uno schiaffo sul volto, chiamato anche l’Ultimo schiaffo. Ed è forse grazie a riti brutali come questi che, in Italia, la mafia nigeriana ha preso piede, andando prima a braccetto e poi prendendo a gomitate i clan nostrani, ricordiamo la strage di Castel Volturno quando, da latitante, il Boss stragista casalese Giuseppe Setola detto “ o cecato” insieme al suo gruppo di fuoco composto da Alessandro Cirillo ,Oreste Spagnolo , Giovanni Letizia e Davide Granata la sera del 18 settembre 2008 uccisero in 30 minuti 6 immigrati innocenti tra la gente una vera e propri strage con finalità terroristica per la gestione del territorio venne definita dagli inquirenti . il messaggio fu chiaro per i Black Axe. Attualmente la Black Axe (‘ascia nera’) conta circa 100.000 affiliati lungo tutto lo Stivale.  A Palermo, ad esempio, i nigeriani – come documentato dalla Dia – controllavano il traffico di droga al Ballarò, il più antico mercato della città, sotto l’egida dei boss di Porta Nuova, Giuseppe e Giovanni Di Giacomo.

Francesco Brancaccio 

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