venerdì, 22 Novembre, 2019

Festival Diplomazia 2019. Massolo e Bartolomucci: far comprendere l’interconnessione Esteri-Interni

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Al via da ieri e fino al 25 ottobre nella Capitale, la X edizione del Festival della Diplomazia. Oltre ottanta incontri e dibattiti con molti protagonisti della politica e delle relazioni internazionali provenienti da trenta Paesi, con anche un corollario di eventi, readings, docufilm, mostre fotografiche. Numerosi i temi in agenda: le crisi ed i conflitti in atto, la dittatura dell’algoritmo, la questione della sostenibilità nelle diverse accezioni, le dinamiche recondite o palesi dietro i fatti, affrontati ed approfonditi nel corso di una settimana con panel ad hoc, distribuiti tra diverse sedi e istituzioni.

L’Avanti! ne ha parlato con il Presidente del Comitato scientifico del Festival della Diplomazia, Giampiero Massolo, oggi presidente dell’ISPI e di Fincantieri, e con Giorgio Bartolomucci, ideatore e Segretario generale del Festival.

Ambasciatore Giampiero Massolo, una nuova edizione del Festival della diplomazia con molti eventi ed incontri di alto livello. Molti e differenti eventi che intendono avvicinare i cittadini e le nuove generazioni, favorendo una migliore comprensione dei fatti, l’approfondimento dei temi al centro del dibattito e l’importanza della politica internazionale. Anche quest’anno vi aspettate un interesse sempre crescente, come nelle precedenti rassegne?

Una delle ambizioni che il Festival ha sempre avuto è quello di promuovere la consapevolezza e l’importanza della dimensione internazionale dei diversi paesi. L’Italia non fa eccezione: noi spesso siamo abituati a privilegiare l’informazione su quello che accade all’interno dei confini nazionali, mentre il Festival si propone, invece, di attirare l’attenzione sul fatto che quel che accade fuori ha delle ripercussioni molto rilevanti sulle dinamiche interne. E questo, sia sulle nostre prospettive di crescita, sia per quanto riguarda la sicurezza del nostro vivere quotidiano.

Le manifestazioni del Festival si moltiplicano ulteriormente in questa edizione, non solo perché gli organizzatori sono attenti e bravi, ma perché si preoccupano molto di fotografare un mondo in rapida evoluzione e in cambiamento. All’estero succedono moltissime cose e, quindi, attraverso oltre ottantadue eventi che si svolgono lungo una intera settimana, desideriamo approfondire molti temi di grande importanza e attualità.
Inoltre, tutti gli incontri rientrano e cercano di avere una loro coerenza, e direi che intendono rappresentare degli ‘spicchi di realtà’, molto utili per un reale approfondimento dei fatti e dei temi. Abbiamo cercato un tema unificante che è ben indicato dal titolo del Festival di quest’anno, ‘Two faced Janus’, il Giano bifronte, i due volti di un mondo in una trasformazione e in una transizione sempre più complessa.

Giorgio Bartolomucci, quali le principali caratteristiche di quest’anno del Festival della Diplomazia? L’obiettivo è (ri)avvicinare i cittadini ed i ragazzi ai temi della politica internazionale, approfondendo questioni cruciali ma poco considerate come tali. E attraverso quali eventi e strumenti?

C’è una ampia scelta. Tra ottantadue eventi chiunque può trovare quel che è di maggior interesse. Caratteristica principale del Festival è l’inclusività. Noi cerchiamo di utilizzare una rete che tiene conto delle grandi potenzialità degli enti ed istituti che operano a Roma, le agenzie delle Nazioni Unite, delle Università, in modo tale che tutti possano essere protagonisti del programma del Festival. Un lavoro di preparazione che si svolge lungo un anno che permette di avere uno o più osservatori sulla realtà.
Quest’anno i temi di maggiore rilievo sono quelli dei cambiamenti climatici, le migrazioni, le guerre che nascono a seguito degli stessi mutamenti ambientali, la desertificazione, che determinano le questioni epocali come le migrazioni in diverse parti del mondo e le gravi situazioni di disagio dei profughi in fuga dalle guerre e che vanno a intasare le periferie urbane in molte metropoli africane e non.

Il nostro obiettivo è dare ai giovani la possibilità di incontrare i protagonisti della diplomazia e delle relazioni internazionali, fare domande, interloquire con loro e capire, inoltre, come sta evolvendo l’attività e la professione del diplomatico.

C’è un evento molto particolare che si svolge allo Spazio Fare di Roma, che è ‘La penna del diplomatico’. I diplomatici iniziano la loro carriera facendo decine e decine di report al giorno, mettono da parte nelle loro memorie gli appunti, le impressioni e, una volta che sono diventati ambasciatori o vanno in pensione, trasformano il tutto in libri. Quindi la loro esperienza diventa narrazione, la penna del diplomatico, appunto. Ne scrivono, e si scoprono cose che nel momento della loro attività e professione non potevano raccontare. Effettivamente, si tratta di aneddoti molto interessanti da conoscere.

In questi dieci anni come ha visto cambiare il pubblico, e i giovani in particolare, che partecipa al Festival? L’avvento dei social, la fluidità continua, ventiquattro ore su ventiquattro, dell’informazione attraverso il web, ha cambiato il modo di conoscere e comprendere i fatti ed i temi, spesso poco o nulla approfonditi, se non da un pubblico interessato o di esperti e specialisti?

Due livelli sono da prendere in considerazione: uno più generale, in cui si constata che si è molto abbassato l’interesse dei ragazzi per i temi di politica estera e, probabilmente, anche di politica interna, e quindi si registra una generale superficialità della comunicazione e dell’informazione. Poi c’è una piramide, il cui apice è costituito da quei ragazzi che hanno una loro vocazione verso le questioni internazionali e le relative professioni, non soltanto diplomatiche, ma anche quelle versate sulla dimensione dell’economia, del giornalismo ed altre.
Ecco, quel vertice si è andato allargando e noi abbiamo cercato di favorirlo anche attraverso il Festival, perché ai giovani che si iscrivono e si registrano online agli incontri e che seguono un loro percorso, riconosciamo dei crediti formativi. Così, in un curriculum ancora molto scarno, risulterà un loro interesse a seguire questi temi. Abbiamo visto che questo sistema attrae molti ragazzi, che in tal modo possono realmente conoscere temi e argomenti che altrimenti non avrebbero avuto possibilità di approfondire, se non occasionalmente, ed inserirli in un ambito formativo.

Roberto Pagano

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