mercoledì, 30 Settembre, 2020

Il “Fuori linea” del referendum sulla riduzione dei parlamentari

0

A cosa giova la riduzione del numero dei parlamentari? All’efficienza dell’istituzione ? Nessuno l’ha detto.
Alla strategia di contenimento della spesa pubblica? Qualcuno l’ha sostenuto; ma, data l’entità irrisoria del risparmio, l’argomento è del tutto inconsistente.
A dare il buon esempio? Questo è stato detto e stradetto. E non solo dai promotori del provvedimento – i grillini – ma anche dagli opinionisti seriosi (categoria di cui il nostro paese è tra i primi produttori mondiali). Ma è lecito domandarsi se, a donare l’oro alla patria debbano essere solo i parlamentare e non i sullodati giornalisti; per tacere dei dirigenti d’azienda e di altre categorie di privilegiati in giro per l’Italia. Che, per inciso, non ne sentono affatto il bisogno.
A ridurre i costi della politica? Qui il coro è universale. E le voci più stridenti non sono quelle dei soliti grillini ma del sempiterno Renzi che usò precisamente questo argomento a sostegno della sua proposta di riforma costituzionale. Prendiamone atto. E prendiamo atto del fatto che la rappresentazione della politica come costo e di chi la pratica come inutile nullafacente è uno degli elementi fondanti della cultura della seconda repubblica. O, almeno, del suo immaginario collettivo.
Quello che sorprende, allora, è che nessuno, ma proprio nessuno, si sia alzato per dire che la politica non è solo un costo ma anche un beneficio; o che i parlamentari non sono i nobili nullafacenti della corte di Versailles ma persone che svolgono (male o bene; ma chi vuole controllare dovrebbe essere in grado di farlo) un lavoro, costituzionalmente riconosciuto essenziale per la collettività nazionale. E che lo stesso parlamento abbia votato in larga maggioranza per un provvedimento oggettivamente umiliante, senza sentire il bisogno di difendere la propria dignità.
A questo punto, è lecito interrogarsi sulle ragioni di questa passività. Che si è riprodotta ogniqualvolta- e le occasioni sono state tante- le prerogative del parlamento sono state sotto attacco da parte dell’esecutivo o della magistratura.
Le ragioni sono tante. C’è una sorta di propensione alla viltà, frutto del peccato originale: la resa, pressoché generale, del personale politico della prima repubblica di fronte agli zeloti della seconda, alla ricerca continua della libbra di carne o di uno scalpo da mostrare. C’è la trasformazione dei partiti dall’idealtipo descritto nella Costituzione in piccole o grandi macchine da guerra al servizio del primo Capo o Capetto di turno: niente congressi, niente dibattiti, nessuna educazione alla politica. Si sta con chi vince; e chi dissente, prima o poi, è obbligato ad andarsene. La conseguenza è il deputato robot: premi un bottone e ripeterà a pappagallo e meccanicamente le cose che ti aspetti di sentire. Vano da lui aspettare un soprassalto di dignità personale e/o collettiva. Potrà al massimo difendere un suo collega, sotto tiro per questo o quel motivo; esporsi spontaneamente a difesa del parlamento sarà sempre al di là delle sue forze e delle sue intenzioni.
Alle origini la totale dipendenza del parlamentare dal suo Capo/Capetto e dalla ristretta e, spesso, informale cerchia di collaboratori. Perché saranno loro e nessun altro, a garantirgli la candidatura e, con essa, la possibilità se non addirittura la certezza dell’elezione se farà il bravo; o a negargliela in caso contrario.

Oggi, i cittadini italiani hanno acquisito il diritto di sapere, la sera delle elezioni, “chi ha vinto”. Una roba che per l’Imbonitore di turno è una grande conquista; anche se nessuno si è degnato di spiegarcene il perché. Per il resto sono chiamati ad esprimere un voto “utile” da dare a partiti spesso di seconda scelta e a candidati che nemmeno conoscono; mentre il vecchio proporzionale puro, con l’annesso voto di preferenza, continua a puzzare di zolfo.
Viene allora irresistibilmente in mente la proposta di Berlusconi di far votare i capigruppo così da accorciare e, insieme, di mettere in sicurezza l’iter di approvazione delle leggi. “Voce dal sen fuggita” e presto tornata alla base, ma senza sollevare particolari indignazioni. Proposta che si accoppia al mantra grillino sul mandato imperativo.
Efficientismo e moralismo da quattro soldi, certo. Ma che fanno parte dell’identico, potente, fiume carsico. Destinato a erompere, in futuro, con sempre maggiore forza.
Ricordiamo, di passata che il Parlamento è il luogo dove si parla; e da secoli. Prima per contestare e controllare un potere che ha nel suo dna la vocazione alla corruzione e alla tirannia; poi per dare voce e dignità al progetto di emancipazione delle classi subalterne.
Ma poi questo grande processo ha progressivamente perso la sua spinta propulsiva; e si è avviato il processo inverso. Quello che considera i parlamentari come una specie di cinghia di trasmissione della volontà del Salvatore della patria di turno; quello che ha svuotato i parlamenti della rappresentanza operaia; quello che pensa che la rapidità nel decidere faccia autenticamente premio sulla qualità delle decisioni.
In quest’ottica l’iniziativa “fuori linea” di un parlamentare o la possibilità di esprimere un voto di preferenza sono viste con eguale ostile sospetto: il sospetto che circonda tutto ciò che è spontaneo e incontrollabile e perciò fonte di disordine, se non peggio.
Il prossimo referendum poteva essere l’occasione per affrontare questi temi. Ma questo occasione ci è stata negata; e con la decisione, inaudita, di far coincidere due appuntamenti politici tra loro radicalmente opposti.
Ma, statene certi, se ne presenteranno altre.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply