domenica, 28 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Il giorno della memoria. Perché non si ripeta

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Ogni anno il 27 gennaio si celebra in tutto il mondo il “Giorno della Memoria”. La giornata commemorativa fu istituita in Italia il 20 luglio del 2000 con l’approvazione della legge 211 composta da due semplici articoli. Questa legge istituisce la commemorazione pubblica non soltanto della shoah, ma anche di tutti gli italiani, ebrei e non (apolidi, massoni, testimoni di Geova, omosessuali, oppositori ai regimi fascista e nazista, etc.), che sono stati uccisi, deportati ed imprigionati, e di tutti coloro che si sono opposti alla ‘soluzione finale’ voluta dai nazisti, spesso rischiando la vita, ma anche per ricordare e condannare le leggi razziali approvate nel 1938 dal fascismo.
Questa legge prevede l’organizzazione di cerimonie, incontri ed eventi commemorativi e di riflessione, rivolti in particolare (ma non soltanto) alle scuole e ai più giovani. Lo scopo è quello di non dimenticare mai questo momento drammatico del nostro passato di italiani ed europei, affinché, come dice la stessa legge “simili eventi non possano mai più accadere”. Queste parole indicano chiaramente, che non si tratta soltanto di una ‘celebrazione’, ma di ribadire quanto sia importante studiare ciò che è successo in passato.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunitasi il 1° novembre 2005, ha proclamato ufficialmente, in occasione dei 60 anni dalla liberazione dei campi di concentramento, il 27 gennaio Giornata Internazionale della Commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto. L’Italia ha anticipato la risoluzione delle Nazioni Unite, insieme a numerosi altri paesi che avevano istituito giornate commemorative nazionali per il 27 gennaio, come la Germania (1996) o il Regno Unito (2001).
Il 27 gennaio 1945 fu il giorno in cui, alla fine della seconda guerra mondiale, i cancelli di Auschwitz furono abbattuti dalla 60esima armata dell’esercito sovietico. Il complesso dei campi di concentramento di Auschwitz non era molto distante da Cracovia, in Polonia, e si trovava nei pressi di quelli che erano all’epoca i confini tra la Germania e la Polonia. Con l’avvicinarsi dell’Armata Rossa, già intorno alla metà di gennaio, le SS iniziarono ad evacuare  il complesso: circa 60.000 prigionieri vennero fatti marciare prima dell’arrivo dei russi. Di questi prigionieri, si stima che tra 9000 e 15000 sarebbero morti durante il tragitto, in gran parte uccisi dalle SS perché non riuscivano a reggere i ritmi mostruosi della marcia. Altri prigionieri, circa 9000, erano stati lasciati nel complesso di campi di Auschwitz perché malati o esausti: le SS intendevano liquidarli, ma non ebbero il tempo necessario per farlo prima dell’arrivo dei sovietici.
Le SS riuscirono ad eliminare il maggior quantitativo possibile delle prove dei crimini che avevano commesso, facendo esplodere diverse strutture, alcune delle quali contenevano i forni crematoi industriali (dove venivano bruciati i cadaveri delle persone uccise ad Auschwitz), ed altre proprietà delle vittime dello sterminio. Quando la 60esima armata dell’esercito sovietico arrivò al campo principale di Auschwitz, intorno alle 3 di pomeriggio, dopo una battaglia in cui persero la vita più di 200 sovietici, si trovò davanti uno scenario desolante. Circa 9.000 prigionieri, i più deboli e ammalati, erano stati lasciati indietro: 600 di loro erano già morti. La stampa sovietica non accolse con troppo clamore la liberazione di Auschwitz, e tuttavia la giornata del 27 gennaio è andata ad assumere col tempo un significato simbolico: quello della fine della persecuzione del popolo ebraico.
Quest’anno con le misure di lotta alla pandemia non sarà possibile commemorare la Giornata della Memoria come consueto con incontri e manifestazioni. In sostituzione, per il ricordo commemorativo sono state organizzate diverse manifestazioni, spettacoli mediatici diffusi su internet, non solo dalle associazioni partigiane e della comunità ebraica, ma anche da numerose associazioni culturali.
Recentemente, un discendente di casa Savoia, Emanuele Filiberto, ha chiesto perdono alla Comunità ebraica italiana per l’emanazione delle leggi razziali firmate dal bisnonno Vittorio Emanuele III.
La senatrice Liliana Segre ha dichiarato: “Non ho mai perdonato, come non ho dimenticato la Shoah, e mentre ero ad Auschwitz, per un attimo, vidi una pistola a terra, pensai di raccoglierla. Ma non lo feci. Capii che io non ero come il mio assassino. Da allora sono diventata donna libera e di pace”.
A novantanni, Liliana Segre, ha ricordato gli orrori dell’Olocausto nella sua ultima testimonianza pubblica alla Cittadella della pace di Rondine, vicino ad Arezzo, nella quale vivono molti studenti provenienti da paesi diversi e talvolta in guerra tra loro, ai quali ha simbolicamente passato il testimone.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio, letto dalla stessa Segre, inviato agli studenti di Rondine ai quali ha donato una copia anastatica della prima edizione della Costituzione, ha scritto: “La Costituzione è stata scritta avendo davanti agli occhi le tragiche vicende che hanno coinvolto anche Liliana Segre da ragazza, ed è stata approvata con la ferma determinazione di non permettere che i mostri del totalitarismo che avevano devastato l’Europa potessero ancora avvelenare l’Italia, il nostro continente. Mai più privazione della libertà, guerre di aggressione, mai più negazione dei diritti umani, mai più razzismo, odio, intolleranza. Questa era la comune volontà dei padri costituenti. Merito loro se la nostra Repubblica è fondata su principi di grande valore: democrazia, libertà, uguaglianza, centralità della persona umana, pace e giustizia tra le nazioni”.
Un lungo applauso con standing ovation ha saluto l’arrivo e la conclusione della testimonianza della senatrice a vita, che ha parlato per circa un’ora, alla presenza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dei presidenti di Camera e Senato Roberto Fico ed Elisabetta Alberti Casellati ed il presidente della Cei Gualtiero Bassetti insieme ai ministri Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese, Lucia Azzolina e Gaetano Manfredi.
Parlando delle leggi razziali, Segre ha ricordato: “Un giorno di settembre del 1938 sono diventata l”altra’. So che quando le mie amiche parlano di me aggiungono sempre ‘la mia amica ebrea’. E da quel giorno, a otto anni, non sono più potuta andare a scuola. Mio papà e i nonni e mi dissero che ero stata espulsa. Chiesi perché, mi risposero che ci sono delle nuove leggi e gli ebrei non possono fare più una serie di cose. Se qualcuno legge a fondo le leggi razziali fasciste capisce che una delle cose più crudeli è stato far sentire invisibili i bambini”.
Poi ha aggiunto: “Appena arrivata nel lager, mi venne tatuato un numero sul braccio, e dopo tanti anni si legge ancora bene, 75190”.
Per il premier Conte: “Quella di Segre è una testimonianza che ha la funzione di interrogare le coscienze, di sollecitarci a scacciare via l’indifferenza e anche le ambiguità. Io offro la garanzia mia personale e dell’intero governo che questa testimonianza non finisce oggi ma si manterrà viva. Quella di oggi è stata l’ultima testimonianza pubblica di una donna straordinaria, che ha vissuto in prima persona gli anni più bui della storia mondiale”.
Il ministro Di Maio ha detto: “Segre è un simbolo per l’intero Paese”. Per il presidente della Camera, Fico: “La testimonianza di Segre, è racchiusa senza dubbio nella nostra Costituzione”. La presidente del Senato, Casellati, ha osservato: “Liliana Segre ci ha insegnato che ricordare l’orrore è necessario, nessuna società può crescere senza la memoria degli errori del passato”.
Lamorgese ha sottolineato: “Oggi Liliana Segre ha insegnato la vita”. Azzolina ha detto: “Siamo riconoscenti alla senatrice Segre, porteremo al mondo il suo messaggio, lo faremo con le scuole”.
Manfredi ha osservato: “La lezione di Segre sottolinea quanto il valore della testimonianza sia determinante per costruire un futuro migliore”.

L’insegnamento del Giorno della Memoria è quello che non si ripetano più crimini a danno dell’umanità, educando i giovani ai principi di uguaglianza e solidarietà tra tutti i popoli accomunati dalle stesse problematiche esistenziali.
Coerentemente a questi principi, sarebbe anche opportuno ricordare i Gulag del regime sovietico che rimasero in funzione per quasi settanta anni. Istituiti con la legge del 5 settembre del 1918, segnarono l’inizio del Terrore rosso. L’ultimo campo fu chiuso il 30 dicembre del 1987, senza nessun processo come quello di Norimberga. Qualcuno direbbe ‘altra storia’, ma la logica di oppressione fu la stessa. Dunque, perché non commemorare in tutto il mondo anche quello che potrebbe definirsi il ‘Giorno del disgelo’ il 30 dicembre di ogni anno? Speriamo che, per un senso di giustizia verso l’umanità, coerentemente ai valori di insegnamento della libertà alle generazioni future attraverso i ricordi della storia, verrà fatta, in tal senso, una proposta all’Onu.

 

Salvatore Rondello

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