domenica, 7 Giugno, 2020

IL GOVERNO ASCOLTI I SINDACATI

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Ieri, poco dopo le 19 è stato firmato il decreto che definisce le attività essenziali che potranno continuare a essere aperte dopo la nuova stretta del Governo legata all’emergenza coronavirus. Il decreto è in vigore da oggi, lunedì 23, le aziende avranno tempo per completare la chiusura fino a mercoledì 25. I nuovi provvedimenti non sono graditi dal sindacato e sono criticati anche da Confindustria. “Il Governo – afferma in una nota il Segretario del Psi  Enzo Maraio – ascolti i sindacati ed eviti scioperi. Se la salute viene prima di tutto è impensabile che ci siano ancora fabbriche aperte per la produzione di beni non di prima necessità. È fondamentale, per evitare ulteriore contagi, che il maggior numero di persone stiano a casa. Per il bene degli operai e delle loro famiglie è opportuno che il governo riveda la lista delle fabbriche aperte e faccia una ulteriore scrematura.”

Il presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, parlando da Radio Capital a Circo Massimo, ha detto: “Con questo decreto si pone una questione che dall’emergenza economica ci fa entrare nell’economia di guerra. Il 70% del tessuto produttivo italiano chiuderà. Dobbiamo porci due domande: come far arrivare i prodotti essenziali a supermercati e farmacie, e come fare per far riaprire le imprese e riassorbire i lavoratori, visto che la cassa integrazione aumenterà. Dobbiamo occuparci e preoccuparci di come uscire da questa criticità per evitare che molte aziende, se non tutte, per crisi di liquidità potrebbero non riaprire più nel giro di poche settimane. Quanti giorni, quanti mesi può sopravvivere un’azienda che arriva a fatturato zero?”.
Per Boccia: “Con questo nuovo decreto sono moltissime le persone che rimangono a casa, se si calcola che resta aperto solo il 20-30% delle attività intese come essenziali. E’ un’operazione massiva che costerà tanto, allo Stato e a tutti noi. Ci avviamo a mesi difficili e dobbiamo evitare di non pensare alla ‘fase 2’: dobbiamo vincere la battaglia contro il virus e almeno per la difesa, non dico il rilancio, dell’economia. La preoccupazione non basta, serve l’azione per fare in modo che lavoratori e imprenditori superino questa fase di transizione. Abbiamo proposto al governo di allargare un fondo di garanzia che permetta di avere liquidità di breve alle imprese per superare questa fase di transizione. Usciremo tutti con un debito ma che potrà essere pagato a 30 anni, come un debito di guerra. Dobbiamo intervenire per fare in modo che, quando tutto sarà finito, le aziende riaprano e tutto, con gradualità, torni alla normalità”.

 

Sempre su Radio Capital, Maurizio Landini, il leader della Cgil, ha detto: “Il decreto Chiudi Italia è stato stravolto. Siamo pronti allo sciopero perché, semplicemente, siamo coerenti con la responsabilità che abbiamo assunto nei confronti di milioni di persone che rischiano la vita lavorando”.
I metalmeccanici della Lombardia hanno annunciano uno sciopero per mercoledì 25 marzo per chiedere il blocco delle attività non necessarie per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Fim, Fiom e Uilm della Lombardia ricordano che il decreto del Governo “ha definito i settori indispensabili che possono continuare le attività nei prossimi giorni. Riteniamo che l’elenco sia stato allargato eccessivamente, ricomprendendovi settori di dubbia importanza ed essenzialità”.

Secondo i sindacati,  “il decreto assegna alle imprese una inaccettabile discrezionalità per continuare le loro attività con una semplice dichiarazione alle prefetture. Tutte scelte che piegano, ancora una volta, la vita e la salute delle persone alle logiche del profitto. Noi non ci stiamo. L’elenco delle aziende essenziali deve ricomprendere solo quelle attività strettamente necessarie e indispensabili per il funzionamento del Paese e non deve lasciare margini di interpretazione e discrezionalità”.

Critiche anche dalla Confesercenti secondo la quale “le misure varate dal governo per fronteggiare l’emergenza coronavirus non sufficienti per le imprese del commercio e del turismo: il 67% degli imprenditori ritiene che i provvedimenti presi siano poco o per niente adeguati, mentre solo il 32% ritiene che siano efficaci”. I dati sono emersi da un sondaggio condotto da SWG per Confesercenti su un campione di piccoli e medi imprenditori tra il 19 ed il 23 marzo.

 

Sempre da quanto ha rilevato il sondaggio, a preoccupare le imprese è soprattutto l’impatto dello stop prolungato sulla propria attività e sull’economia in generale. Il 44% degli intervistati non esclude la possibilità di non riaprire più, mentre un ulteriore 34% ritiene di essere a rischio se la sospensione dell’attività dovesse durare ancora a lungo. Il 50% si dice spaventato soprattutto da una possibile recessione economica, una quota praticamente identica a chi è preoccupato maggiormente dall’emergenza sanitaria (49%).
La sensazione di un pericolo potenziale per la propria impresa è dunque ampia: meno di 1 imprenditore su 5 dichiara di sentirsi sicuro delle sue prospettive. Dati che possono risentire della gravità della situazione attuale, ma che comunque segnalano con chiarezza la richiesta di una forte attenzione al settore. Tra le imprese, infatti, sembra prevalere l’opinione che vi sia una percezione di limitata comprensione della gravità delle condizioni economiche.

 

Patrizia De Luise, presidente nazionale della Confesercenti ha sottolineato come l’indennizzo previsto per le partite Iva non sia sufficiente. “I 600 euro previsti sono veramente pochi. Serve di più, e soprattutto non una tantum: il beneficio sia prolungato per tutti i mesi di inoperatività. Serve anche maggiore chiarezza sulle disposizioni di sicurezza, rese ancora più confuse dalla sovrapposizione delle disposizioni regionali: negli ultimi due giorni centinaia di imprese ci hanno chiamato per capire se possono restare aperte o meno. Così si rischia il caos”.

 

La drammaticità del momento colpisce anche i lavoratori autonomi, gli artigiani ed i liberi professionisti.
L’emergenza del coronavirus ha effetti socialmente devastanti che segneranno il futuro del Paese e del mondo. Il diritto alla vita ed alla salute è senza dubbio prioritario, ma altrettanto necessaria e non più dilazionabile è uno stato di diritto che sappia garantire un’esistenza dignitosa ed un lavoro a tutti gli uomini della terra. Allo stesso tempo gli stati dovrebbero essere più preparati ad affrontare le calamità naturali anziché armare continuamente gli eserciti sempre pronti a guerreggiare.


Salvatore Rondello

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