venerdì, 23 Agosto, 2019

Il governo del calendario?

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Il voto sull’ordine dei lavori dei Senato, la traumatica scelta se votare la sfiducia al governo oggi o martedì prossimo, ha destato clamore. Non tanto per il sottile filo della polenta che separa le due date (peraltro oggi é l’anniversario del crollo del ponte Morandi e domani ferragosto), ma perché su questa votazione il centro-destra tutto é stato messo in minoranza. Non era difficile intuirlo. Il centro-destra non ha potuto governare l’Italia, dopo il voto dello scorso anno, perché non detiene la maggioranza assoluta dei seggi né alla Camera né al Senato. Una cosa, però, é votare un calendario altra cosa costruire un governo e la distanza é segnata dalla politica e dal programma.

Ormai si discute dell’unica opzione rimasta in campo, il cosiddetto lodo Bettini, é cioè dell’idea di un governo politico che si candidi se non a completare l’intera legislatura, ad arrivare al 2022, cioè alla data dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Questa proposta pare più razionale di quella di un semplice governo si transizione, che voti la manovra e in particolare congeli l’aumento dell’Iva e poi, dopo aver rafforzato chi si intende indebolire, porti nei primi mesi del prossimo anno di nuovo al voto. Resta in campo il proposito dunque di un governo che si basi su una convergenza tra Pd e Cinque stelle soprattutto, capace di reggersi su un programma comune fino a pochi giorni orsono neppure immaginabile.

Lo stesso Matteo Renzi con l’hastag “senza di me”, lo aveva sempre escluso e Zingaretti lo ha negato fino a pochi giorni fa. L’idea di un governo di lunga durata dovrebbe basarsi su una convergenza programmatica capace di tenere per almeno due anni. Proviamo a indovinare subito l’atteggiamento del nuovo governo sul tema della riduzione dei parlamentari, questione che pare irrinunciabile per i Cinque stelle. In quarta lettura il testo dovrà andare al Senato e il Pd per tre volte ha votato contro. I Cinque stelle accetteranno di rinviare alle Calende (con la e finale) una misura così caratterizzante o il Pd dovrà rimangiarsi i voti precedenti e approvare la legge? E al referendum in due partiti, al governo insieme, assumeranno lo stesso atteggiamento o si combatteranno su fronti opposti?

Sul reddito di cittadinanza e sulla Tav sarà più semplice by passare le differenze (pensiamo solo che sulla Tav Torino-Lione i Cinque stelle sono stati messi in minoranza pochi giorni addietro e il Pd ha votato con la Lega). Si tratta di provvedimenti già approvati. Ma sulla politica estera, sul fisco, sul rapporto con l’Europa, sulla giustizia può esistere una reale convergenza? E poi, non ultimo quesito, il governo sarà composto da esperti e appoggiato dall’esterno dalle forze politiche oppure sarà composto da esponenti dei partiti, cioè da Di Maio o chi per lui e Zingaretti o chi per lui? Penso che il Pd pretenderà una discontinuità. I Cinque stelle saranno pronti a sacrificare l’intero suo vertice impegnato nel precedente governo? E sulla nuova legge elettorale e sulla presidenza della Corte costituzionale e sul nome del nuovo presidente della Repubblica attenti, perché o l’accordo é possibile anche su questo o si sfarinerà al primo sole di primavera. Sono domande e preoccupazioni legittime, credo.

E le avanzo e le rivolgo a tutti, perché un governo che si reggesse solo sulla opportunità di sbarrare la strada a Salvini prendendo tempo sarebbe solo un ulteriore favore al capitano, che dal Papete potrà iniziare la sua dura guerra di logoramento incitando gli italiani a pretendere il voto e a contestare un governo senza un minimo comun denominatore che non sia la paura di perdere le elezioni. Tentare di sbarrare la strada alla Lega e rinviare il ricorso al popolo non mi pare sufficiente per giustificare la nascita di un governo. I Cinque stelle di oggi non sono quelli usciti trionfanti e aggressivi dalle urne delle politiche, ma quelli sconfitti, mesti e logorati da un perenne braccio di ferro con Salvini, sempre vinto da quest’ultimo. La paura delle urne fa novanta e per i Cinque stelle anche cento. Se non a tutto a molto oggi mi sembrano disponibili a cedere. E dunque anche l’accordo si configura assai meno problematico. Ma su alcuni punti chiave della loro identità (penso alla lotta alla politica democratica come fosse un unitile privilegio) non credo possano rinunciare pena il loro definitivo tracollo. La maggioranza del calendario per trasformarsi in maggioranza politica e programmatica deve saltare molti ostacoli. Il presidente Mattarella, per ora silente, aspetta tutti al varco del Quirinale.

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Mauro Del Bue

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