domenica, 17 Gennaio, 2021

Il Governo Parri, 75 anni dopo la caduta, perché l’Italia è un Paese in bilico

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Il 24 novembre del 1945 cadeva il governo Parri. Un evento storico significativo (raccontato in poche righe nei manuali di storia diffusi nella scuola) che ci aiuta a capire perché l’Italia è un paese sempre in bilico tra il vecchio e il nuovo e mai veramente democratico e moderno. Diviso in parti diseguali come nel 1861.


Nell’Italia da poco liberata dal nazifascismo, il 12 giugno del 1945 si dimetteva il governo guidato da Ivanoe Bonomi, privo di un progetto politico adeguato alle esigenze dei nuovi tempi. La situazione di emergenza e la necessità di costruire il nuovo Stato sollecitarono i partiti antifascisti a cercare di formare un governo di unità nazionale. Venute a cadere per mancanza di accordo le candidature del socialista Pietro Nenni e del democristiano Alcide De Gasperi, si giunse a designare come presidente del Consiglio Ferruccio Parri (Pinerolo 1890- Roma 1981). Sottotenente e poi valoroso ufficiale pluridecorato nella prima guerra mondiale, insegnante nelle scuole superiori, redattore del “Corriere della Sera” nel triennio 1922-’25, antifascista condannato dal fascismo al confino a Ustica e a Lipari, cofondatore e leader del Partito d’Azione, Parri dopo la caduta del regime era stato tra i più decisi sostenitori della lotta armata contro le truppe tedesche per l’uscita dell’Italia dal conflitto e il rinnovamento democratico del paese. Durante i venti mesi di guerra partigiana, Parri, con il nome di battaglia “Maurizio”, era diventato il capo militare per antonomasia della Resistenza, un eroe popolare noto per il suo disinteresse personale (si definiva “un partigiano qualunque”), per la sua frugalità di stampo risorgimentale e per l’onestà esemplare. Gradito alle sinistre che lo consideravano uno di loro, ma anche ai moderati, che gli attribuivano uno scarso peso politico in quanto esponente di un partito senza un grande seguito popolare come quello azionista, Parri il 21 giugno poté insediare il suo governo. Il governo, che nasceva debole, perché frutto del compromesso dei partiti componenti il Comitato di liberazione nazionale (partito democristiano, comunista, socialista, azionista, liberale e demolaburista) e non espressione di un reale consenso elettorale, dovette affrontare i problemi del paese attraversato da una grave crisi economica, da agitazioni operaie e contadine, da azioni separatiste particolarmente pericolose in Sicilia, dove i ceti conservatori, appoggiati dalla mafia e dal braccio armato costituito dall’Esercito volontario per l’indipendenza, che accoglieva banditi e mafiosi come Salvatore Giuliano, tramavano per mettere in discussione l’unità nazionale allo scopo di difendere i propri privilegi. A dispetto della sua intrinseca debolezza, il governo Parri, animato dalla volontà di guidare la nazione verso la ricostruzione morale e materiale superando le lotte dei partiti e le diversità ideologiche, affrontò la situazione drammatica venutasi a creare nell’Italia postbellica con progetti concreti tendenti a sostenere le piccole e medie aziende, a ridimensionare le imprese monopolistiche, i cui profitti intendeva colpire con tasse elevate, a riformare il sistema fiscale con l’introduzione dell’imposta progressiva, a introdurre il cambio della moneta per colpire i profitti di guerra, a epurare i quadri statali compromessi con il fascismo. Progetti che non diedero i risultati sperati.

 

Significativo fu il caso del mancato cambio della moneta, proposto dal comunista Mauro Scoccimarro, ministro delle Finanze, che incontrò l’ostilità dei partiti moderati e dell’economista Luigi Einaudi, governatore della Banca d’Italia. Sfiduciato dai liberali, con il tacito assenso dei democristiani, che giudicavano troppo radicali i provvedimenti in agenda del governo, abbandonato da comunisti e socialisti, che gli fecero mancare il loro appoggio o lo sostennero in maniera tiepida, il tentativo del governo di imprimere una svolta economica e sociale al paese accelerò la sua caduta e costrinse Parri a dare le dimissioni il 24 novembre del 1945. Politico anomalo, ossessionato dal pensiero di voler cambiare davvero l’Italia, nell’autunno di settantacinque anni fa Parri fu spazzato via dalla “politica vera”. Nel romanzo “L’Orologio” (1950) Carlo Levi ha scritto che, con l’uscita di scena del Presidente dimissionario, il Palazzo tornava quello di sempre. Gli uscieri, osservava lo scrittore, gioivano perché “non avrebbero dovuto più trepidare al pensiero di folli riforme, di insensati cambiamenti, di crudeli epurazioni, di ridicole pretese di efficienza”. E con gli uscieri gioiva il vecchio personale burocratico-politico, che aveva atteso, “indifferente come pietre agli avvenimenti, o secondandoli appena”, e ora ritornava alla ribalta perché c’era ancora bisogno della sua competenza. Nei manuali di storia diffusi nella scuola, la vicenda del governo Parri viene liquidata in tre-quattro righe che marginalizzano una pagina significativa del passato che ci aiuta a capire come per diversi anni la sostanziale “continuità dello Stato” abbia reso poi fragile sul nascere la nostra democrazia nell’Italia repubblicana.

 

Lorenzo Catania

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