giovedì, 2 Luglio, 2020

Il leone e il volpone

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Fiume. La rivoluzione ardita e tradita – Parte undicesima

L’avvento al potere di colui che il Vate aveva chiamato con toni sprezzanti “il boia labbrone” o “il mestatore del Dronero” segnò la terza e definitiva fase della rivoluzione fiumana, quella che ne avrebbe generato la fine, proprio per la mancata espansione delle prime due, quella iniziale con una marcia militare su Roma dei combattenti reduci della Grande Guerra, e la seconda con la partecipazione delle forze più rivoluzionarie e socialmente avanzate nel Paese all’impresa.
Con Giolitti iniziò un periodo che, seppur lungo circa sei mesi, si avviò ad essere inesorabilmente fallimentare per le ambizioni di d’Annunzio e dei suoi legionari.
Diciamo subito che Giolitti fu molto temuto anche da Mussolini che alla fine pensò addirittura di collaborare con lui per accelerare la conclusione dell’utopistico sogno fiumano. Anche d’Annunzio conosceva molto bene le sue qualità di politico e di diplomatico e soprattutto sapeva di avere un avversario di fronte che aveva idee molto chiare su ciò che si doveva fare per arrestarlo. Cosa che l’ondivago e tentennanate Nitti non aveva mai avuto.
Queste idee sono anche per noi piuttosto palesi, già prima di capire come egli intendesse muoversi, per ciò che egli aveva già dichiarato e per quelle che sono le sue memorie scritte.
Giolitti aveva già espresso molte delle sue intenzioni ed ambizioni nel famoso discorso del Dronero per le elezioni del 1919 e che, a ben vedere, non era poi così privo di valore come intendeva il Vate.

Egli si rendeva conto dell’enorme disavanzo dello Stato e che la svalutazione della moneta portava a far crescere a dismisura il debito pubblico. Nell’ambito della politica estera, inoltre, egli riteneva di dover necessariamente stabilizzare una pace che, soprattutto nel nostro confine orientale, si presentava assai precaria e densa di incognite.
Soprattutto Giolitti notava un enorme paradosso nella politica italiana, cioè il fatto che, mentre il governo aveva ampia autonomia per decidere di questioni cruciali come entrare in guerra, anche imponendosi sul Parlamento, avendo pertanto enormi poteri nel campo della politica esterna, in quella interna esso invece doveva sottostare ad una serie infinita di vincoli e passaggi parlamentari che rendevano assai lento e difficile il processo amministrativo e di crescita del Paese. A ciò si aggiunga il fatto che gli anni della guerra avevano quasi esautorato completamente l’opera del Parlamento, in una impotenza tale che non si era mai verificata in alcun altro paese alleato belligerante.
Giolitti, pertanto, voleva rovesciare radicalmente questa situazione, restituendo alla compagine parlamentare i suoi pieni poterei anche in campo internazionale e in particolare, nei suoi impegni finanziari, sulle operazioni di bilancio e di controllo delle spese finanziarie dello Stato.
Giolitti era peraltro consapevole che, pur ristabilendo l’autorità effettiva del Parlamento, ciò non sarebbe bastato ad aumentarne i poteri se esso non fosse stato in grado di dimostrare concretamente di volerli efficacemente esercitare. Impresa assai ardua in verità in un Parlamento scaturito dal varo della legge che introduceva il suffragio universale, voluta dallo stesso Giolitti, e che però raccoglieva forze politiche piuttosto rissose ed eterogenee e alquanto difficili da metter d’accordo.

Per farlo, inoltre, egli avrebbe dovuto compiere un’opera di assoluta trasparenza di fronte ad una opinione pubblica sempre più distante dalle politiche dei palazzi del potere e sempre più disillusa sull’efficacia del governo del Paese nel dopoguerra.
A tal scopo, Giolitti considerava di dover rendere conto al popolo su come erano state spese le decine di miliardi nelle commesse di guerra, potenziando le entrate con un’ opera accurata di riforma fiscale.
Tale operazione doveva comportare innanzitutto la diminuzione delle imposte sui consumi e l’aumento della pressione fiscale, in senso progressivo, sui redditi anche da capitale e sulle successioni, specialmente considerando che allora i titoli di azioni e obbligazioni non erano nominali, mentre per svolgere una accurata opera di risanamento finanziario, era urgente renderli tali.

Giolitti in una intervista rilasciata al giornale Tribuna, rivendicava la centralità del Parlamento nell’opera di risanamento del Paese, reclamando per esso poteri che gli erano stati sottratti in parte o del tutto in passato e che avevano portato il Paese sull’orlo del disastro finanziario. Diceva infatti: “Mentre dal 1860 al 1914, in cinquantaquattro anni l’Italia ha fatto appena 14 miliardi di debiti, ora in un solo anno, a guerra finita, ne fa 18. Se non fosse mancato il controllo del Parlamento, ciò non sarebbe avvenuto”
E proseguiva: “Per procurare al Tesoro questo forte aumento di entrata due mezzi principalmente si offrono: la revisione dei contratti stipulati dallo Stato durante e dopo la guerra, allo scopo di ricuperare quanto sia stato pagato al di là di una equa misura; e la rigida applicazione dell’imposta sul capitale…Ora la ricchezza mobiliare sfuggirà in molta parte all’imposta se non si disporrà, immediatamente per legge, che tutti i titoli al portatore, di qualsiasi specie, azioni, obbligazioni, cartelle fondiarie, titoli di debito pubblico, ecc., debbano essere convertiti in titoli nominativi”
Sui circa 70 miliardi di allora, cifra enorme, che sfuggivano al fisco, Giolitti dichiarava che “Quei 70 miliardi sono in buona parte concentrati nelle grandi fortune, le quali dovrebbero pagare il venti, il trenta, il quaranta e fino al cinquanta per cento, e quando si trattasse di patrimoni formati da profitti di guerra dovrebbero pagare aliquote ancora maggiori; è quindi evidente quanto grande sia il contributo che può averne il Tesoro: ciò però a patto che la nominatività dei titoli renda impossibile la frode”.

Palesemente questa era una politica che non poteva non incontrare il favore anche delle forze socialiste allora prevalenti, se però esse l’avessero unanimemente appoggiata e non si fossero miseramente divise in rivoluzionari da operetta come Serrati, in filosovietici disarmati come Bordiga e in concreti riformisti minoritari come Turati e Matteotti.
Tra l’altro Giolitti faceva rilevare che tale opera di giustizia fiscale era necessaria anche per diminuire il divario tra Nord e Sud dato che tale intento, egli affermava “..è consigliato anche da considerazioni di giustizia regionale, in quanto quei 70 miliardi di titoli si trovano per la maggior parte in Alta Italia, e solo in piccola parte nel Mezzogiorno
Una giusta ripartizione degli oneri fiscali è condizione indispensabile per ottenere che il Paese li accetti”
In campo estero, Giolitti puntava essenzialmente alla tutela dei confini naturali per l’Italia anche sul settore orientale, sulla autonomia di Fiume e sulla rinuncia alla Dalmazia, essendovi una quantità di popolazione slava talmente rilevante da renderne assai difficile l’amministrazione, sull’autonomia di città come Zara, sulla rinuncia al protettorato sull’Albania pur riconoscendone l’autonomia, e infine sulla instaurazione di buoni rapporti di reciproco vantaggio economico e commerciale con il neonato stato jugoslavo. Un programma evidentemente molto realistico ed efficace, almeno nell’immediato, anche se poco consapevole delle contraddizioni interne della neonata compagine politica jugoslava. Un programma che metteva la Serbia al sicuro da pericoli di autonomia e dissoluzione, i quali però, come abbiamo visto, si sarebbero inevitabilmente ripresentati più di mezzo secolo dopo con effetti molto rovinosi per l’Europa e per i Balcani, e tuttora non del tutto risolti.
Si apriva così l’ultima micidiale partita tra l’ “orbo veggente” e il “boia labbrone” dalle cui labbra però ormai pendeva lo stesso futuro destino dell’Italia.

La prima “tegola” che cadde sul governo Giolitti fu quella albanese. La situazione in Albania, come abbiamo visto in precedenza, era particolarmente difficile ed esplosiva per le nostre truppe. Gli albanesi, indispettiti dal timore che il loro Paese diventasse terra di conquista degli italiani, dei serbi e dei greci, finendo così per sparire in una rovinosa spartizione, si erano sollevati minacciando il presidio italiano di Valona che non brillava nel saper mantenere buoni rapporti con la popolazione locale. E i soldati non erano minacciati solo dai rivoltosi, bensì anche da un pericolo anche più insidioso e quasi impossibile da estirpare. In Albania allora morivano oltre cento soldati al giorno di febbre malarica e Valona era allo stremo, anche perché la ritirata dai territori dell’interno era avvenuta disordinatamente ed in gran fretta. Si palesava dunque la necessità di inviare rinforzi in una situazione interna di caos permanente a cui Nitti non aveva saputo reagire in alcun modo, tanto che persino la forza pubblica non era in grado di viaggiare, in quanto i ferrovieri notoriamente dalla parte della causa rivoluzionaria e fiumana, arrestavano regolarmente i treni e nulla era stato fatto per ricondurli a svolgere ordinatamente il loro lavoro.
Ovviamente, dato che i soldati malati venivano regolarmente rimpatriati, le condizioni delle truppe in Albania erano già note a coloro che avrebbero dovuto essere mandati in quel luogo come rinforzo. E forse più che il contagio rivoluzionario delle forze antimilitariste ed antimperialiste di natura anarco-socialista, fu il timore del contagio malarico a causare violenti tumulti insurrezionali tra i soldati, in particolare bersaglieri, che erano destinati al fronte albanese.

Arginarli non era affatto semplice, perché i treni erano praticamente paralizzati e si dovette ricorrere ai camion che erano allora più lenti e si muovevano in convogli per strade in gran parte tortuose.
Ma torniamo a Fiume. Il 6 giugno, con l’intento di stabilizzare la situazione interna ed evitare altre rovinose defezioni di reparti fedeli al governo italiano, ebbe luogo, alla presenza delle massime autorità civili e militari della città, compreso il Comandante, il solenne insediamento della Suprema Corte di Terra e di Mare in Fiume d’Italia.
Nel giuramento che venne pronunziato da tutti i suoi componenti venne ribadita la fedeltà al Re e l’osservanza dello Statuto regio e delle leggi vigenti in Italia (si badi, mentre era stata già redatta la Carta del Carnaro), poi venne analizzata la situazione della città, con particolare attenzione ai disordini e alle azioni criminose che potevano assumere rilevanti aspetti penali, compiendo anche una opera di analisi retrospettiva per risalire, dal settembre del 1919 fino al mese precedente di maggio, a tutti i crimini commessi a Fiume.
Lo stesso Comandante, quando prese la parola, ribadì la necessità di un nuovo corso con le seguenti parole: “…Dirò oggi, con accento più duro: Incomincia la fine del vecchio ingombro che deve essere rimosso perché la terra da noi fecondata dia il suo fiore e il suo frutto insoliti.

Custodi e amministratori della giustizia in una volontà di vita nuova non può non essere una volontà di nuova giustizia” Alle nude cifre dell’avvocato militare che sciorinò tutti gli episodi in cui era mancata la disciplina, l’ordine e avevano prevalso “la miseria umana, la demenza umana, la colpa umana, l’immensità della sventura umana”..insomma il caos amministrativo e civile, d’Annunzio contrappose l’opera del “gran combattente” Generale Ceccherini che era riuscito a trattare “con mani sicure la materia penosa e sanguinosa”..però, come abbiamo visto in precedenza, anche a rischio di esserne “fisicamente” travolto.
Si aprì così una seduta non tanto “in nome del Re” bensì “in nome del Futuro”, pur ribadendo fedeltà al Re al suo Statuto. Il tutto dunque e il suo contrario, con l’obiettivo di rassicurare sia i rivoluzionari sia quelli ancora fedeli alla causa regia. Per non farla lunga ed evitare ulteriori diatribe, si passò poi alla assegnazione delle medaglie che sono tuttora, con le loro splendide effigi, uno dei cimeli più belli dell’impresa fiumana, a cui seguì anche, manco a dirlo, la distribuzione di atti di Grazia del Comandante, a dimostrazione della sua magnanimità e come segno di concordia, tanto per voler concludere il tutto in un inevitabile “volemose bene”.
Come abbiamo visto, i tumulti di Valona e l’opposizione al prezzo politico del pane, spinsero Nitti alla crisi definitiva. Lo stesso De Ambris aveva previsto forse più dell’ “orbo veggente” che Giolitti era l’unica alternativa allo sbando nel governo del Paese e per questo, aveva cercato di convincere il Vate a fare un sondaggio negli ambienti politici romani per capire se qualche accordo era possibile, e lui così aveva scritto al suo fiduciario: “Respice finem. Tutto è buono per giungere alla meta. Dopo aver compiuto quel che è utile ritorna. Sei molto atteso”
In realtà De Ambris, pur essendo un socialista rivoluzionario, era ben cosciente della necessità di sondare gli animi e di perseguire, da buon sindacalista, accordi favorevoli con incontri e colloqui. Sapeva anche che Giolitti non era del tutto avverso all’impresa fiumana e che era stato “doloroso al cuore di ogni italiano il rifiuto di riconoscere all’italiana città di Fiume il diritto di ricongiungersi alla madrepatria”
Il suo soggiorno romano e gli incontri che ebbe allora anche con Giolitti, gli fecero capire che forse era possibile una soluzione concordata, e che non era opportuno spingere l’acceleratore della rivoluzione fino alle estreme conseguenze, anche se, in conclusione, non si prese alcuna decisione e l’unica conseguenza fu solo una maggiore divulgazione nella stampa delle vicende in corso a Fiume.

Giolitti era convinto, come ribadì nelle sue memorie che riprenderemo in seguito quando tratteremo della conclusione tragica dell’impresa, che Fiume dovesse essere italiana, così come che l’Italia dovesse avere dei confini naturali ad Est che ne garantissero la piena sicurezza, ma non voleva né la Dalmazia né lo scontro e la dissoluzione della nascente Jugoslavia. Contava, anzi, che un accordo con essa fosse in definitiva la soluzione più fruttuosa della vicenda, anche arrivando semplicemente ad una autonomia cittadina e non ancora ad una vera e propria annessione. Vedremo che questo sarà lo scopo fondamentale della sua azione nella stesura del Trattato di Rapallo.
La divergenza tra d’Annunzio e Giolitti, fino allo scontro finale, non era tanto e solamente sull’italianità di Fiume ma più profondamente sulla sorte del neonato regno Serbo-Croato-Sloveno ad egemonia serba. Lo stesso Giolitti, quando nelle sue memorie ci ricorda che da Fiume, una volta occupata dalle truppe regie vennero prelevate quantità spropositate di armi, tali che solo nella prima settimana riempirono ben diciotto piroscafi, per non parlare dei depositi clandestini che ne erano colmi e che vennero scoperti solo con il passare del tempo, era consapevole che con esse non solo si sarebbe potuta fare una rivoluzione in Italia ma persino rovesciare gli equilibri politici in tutta l’area balcanica. Bastava solo avere uomini uniti da una fede comune e da un grande progetto per l’avvenire, disposti ad usarle senza tanti scrupoli. Ma vari fattori remavano contro la prospettiva rivoluzionaria: in Italia l’avversione della maggioranza delle forze socialiste, così presbiti da vedere tanto bene il lontano modello moscovita, quanto assai male quello ben più vicino a Fiume, e in Slovenia e Croazia la mancanza allora di coordinamento e di azione tra movimenti autenticamente autonomisti e tali da essere determinati a perseguire una guerra di liberazione e di secessione dalla Serbia.

Questo il socialista rivoluzionario De Ambris lo sapeva bene e perciò alla fine cercò anche lui invano, come il generale Caviglia, di persuadere d’Annunzio a cedere e ad accettare il Trattato di Rapallo, magari nell’attesa di tempi migliori. Per questo, conoscendo le abilità diplomatiche di Giolitti, egli si spese come poté per arrivare ad un accordo che fosse vantaggioso anche per i rivoluzionari fiumani, magari in una condizione di autonomia che non fosse però quella che volevano gli autonomisti di Zanella, ma fosse piuttosto basata su un modello istituzionale nuovo: la Carta del Carnaro.
Ad avvalorare la tesi che in quel momento più che perseguire l’annessione di Fiume all’Italia, sarebbe stato meglio preservarne l’autonomia, con l’obiettivo di farne un baluardo dell’estensione della espansione non solo rivoluzionaria nei Balcani ma anche dell’influenza italiana nell’Adriatico, vi sono le vicende successive al trattato di Trianon che forse è rimasto un po’ in ombra nella trattazione degli eventi fiumani, tranne che nell’opera mirabile e che consideriamo tuttora insuperata di Gerra.
Il 4 giugno venne firmato il Trattato del Trianon tra le Potenze Alleate e l’Ungheria, per completare quello di San Germano stipulato con la neonata Repubblica Austriaca nel novembre del 1919.
Ebbene, l’articolo 53 di quel trattato menzionava Fiume e il suo Corpus separatum come appartenenti alla corona ungherese. Tale accordo però necessitava della firma di tutte e tre le Potenze Alleate che arrivò solo nel 1921. Quando già i giochi di Rapallo erano fatti.
In quel momento tuttavia, la questione per l’Italia avrebbe potuto essere molto vantaggiosa se perseguita con una certa abilità, lo confermò Scialoja in un discorso parlamentare nel 1921. Gli alleati allora proposero che l’Ungheria cedesse Fiume e l’entroterra alle principali potenze e al Regno Serbo-Croato-Sloveno. Ma la clausola dell’unanimità portò Scialoja a votare contro, proponendo la formula dell’articolo 53 in altri termini e cioè: “L’Ungheria rinunzia ad ogni diritto su Fiume e sui territori adiacenti (Corpus separatum) appartenenti all’antico Regno d’Ungheria e compresi nei confini che saranno stabiliti”

Questa formula evidentemente non menzionava a chi dovesse andare Fiume con il suo entroterra. Nel diritto di proprietà quando un proprietario rinuncia ad esercitare la sua proprietà senza che venga ceduta ad altri, in particolare quando si tratta di città, territori e persone, e quando questi ultimi sono già dotati di una struttura amministrativa autonoma, essi di fatto diventano sovrani, così come effettivamente lo era diventato lo Stato fiumano intorno alla Città di Fiume, anche grazie al voto del Consiglio che ne aveva decretato l’annessione all’Italia. Se l’Italia non voleva l’annessione quindi, anche secondo diritto internazionale, Fiume aveva facoltà piena di autodeterminarsi con sue leggi proprie e statuti. Già solo l’applicazione di questo trattato con quella clausola, quindi, avrebbe legittimato Fiume in piena autonomia senza che fosse stato varato il Trattato di Rapallo. Purtroppo l’accordo tardò e Giolitti riuscì a prevenirlo, perché sapeva molto bene che se Fiume fosse riuscita a diventare Stato sovrano con la Carta del Carnaro e sotto l’influenza di De Ambris e d’Annunzio, la cosiddetta mina vagante nei Balcani, con ogni probabilità, sarebbe deflagrata.
Come abbiamo già rilevato la situazione dei soldati destinati in partenza per l’Albania era esplosiva e i maggiori tumulti si ebbero a Trieste e ad Ancona.
Nel pomeriggio del 10 giugno a Trieste reparti di Arditi destinati ad imbarcarsi sulla nave Pietro Calvi diretta in Albania si ribellarono agli ufficiali, si diressero con altri gruppi di socialisti rivoluzionari ed anarchici per le vie dalla città seminando il panico a suon di bombe a mano e rivolgendosi al popolo con intenti rivoluzionari, riuscirono ad impadronirsi della stazione ma vennero poi contrastati validamente dalle truppe munite di autoblinde.
Quando il Comandante apprese che gruppi di Arditi avevano intenzione di giungere a Fiume per evitare il trasferimento in Albania, reagì fermamente contro di essi, assumendo così un atteggiamento tutt’altro che rivoluzionario e tendente piuttosto, almeno in apparenza, ad avvalorare mire nazionalistiche anche più dello stesso Giolitti. Ordinò di respingere l’approdo degli Arditi a Fiume, se necessario anche con la forza ed aggiunse con tono stentoreo: “I legionari di Fiume non sono disertori, né di Caporetto, né di Albania; e non vorranno mai avere nulla in comune con gli Italiani indegni che si rifiutano di combattere e osano far pubblica professione di viltà”. Anzi fece l’opposto, disse di voler offrire lui un reparto in sostegno alle truppe impegnate sul campo a Valona: “Un grande reparto d’assalto, bene armato, bene equipaggiato, bene allenato, prontissimo al fuoco, è stato già offerto alle autorità superiori dall’altra parte. E’ da sperare che l’offerta sia accolta. … Un solo patto accompagna l’offerta. Questo: che al battaglione fiumano sia assegnato il posto più pericoloso e che non sia mai richiamato indietro.”
Caviglia declinò l’offerta ma apprezzò il suo valore morale e ne fu rassicurato almeno in merito al fatto che avrebbe potuto contare sul Comandante in caso di attacco sul fronte nord-orientale da parte degli jugoslavi, da sopportare con truppe sguarnite a causa dell’invio di una parte di esse in Albania.

Su un obiettivo Caviglia e d’Annunzio erano pienamente d’accordo: garantire una egemonia italiana nella Dalmazia e nell’Adriatico. Sui mezzi però erano totalmente in disaccordo, dato che lo stesso Caviglia nel suo libro di memorie su Fiume scrive a chiare lettere che fu proprio d’Annunzio a impedire che ciò avvenisse con la sua pervicace ostinazione. Caviglia ci dice anche che invece Giolitti era in completo disaccordo su tale intento, soprattutto perché l’anziano piemontese, ragionando in termini di gestione del territorio piuttosto che di espansione della zona di influenza italiana per intenti economici e commerciali, riteneva spropositato dover governare una massa così rilevante di slavi presenti nella Dalmazia.
In quel periodo il Comandante un po’ per far sfogare gli animi riottosi e un po’ per tenere impegnati i suoi legionari spesso piuttosto scalmanati, e refrattari ad una ferrea disciplina, dato il sopraggiungere della stazione estiva, incrementò le escursioni e le esercitazioni che avvenivano con armi dotate di colpi veri e non a salve, con bombe vere, e in cui l’immancabile pugnale dell’Ardito non mancava mai. Pertanto non mancarono in quelle occasioni anche i feriti. Celeberrimo resta il suo discorso sul mitico pugnale in dotazione a tutti gli Arditi il cui manico resta tuttora inciso da alcuni legionari con la scritta Fiume o quella del reparto di appartenenza, oppure con il motto “A noi!”
“Parlo breve e netto perché alla corte di Fiume avete riaffilato il doppio taglio dei vostri pugnali e bene riaguzzato la punta. Il ferro non parla, Se parla è laconico: piuttosto che una parola, un guizzo. E il resto è silenzio”
Alla metà del mese, il 15 venne celebrata la festa di S. Vito, patrono della città di Fiume, una delegazione veneta portò in città una lapide marmorea recante il leone alato di S. Marco, segno di legame fraterno tra la Serenissima e la città, che pur non era mai stata una colonia veneziana, seguì la processione con le reliquie dei Santi Protettori, con lo scoprimento della lapide che venne murata sulla facciata del palazzo comunale. Il delegato veneziano ricordò sia l’arrivo dei fiumani a Venezia a chiedere l’aiuto per la liberazione, sia la partenza dalla città lagunare dello stesso Comandante “primo tra i combattenti”
Seguì il discorso di d’Annunzio il quale ricordò gli antichi fasti e le vittorie della Serenissima e ne rivendicò la gloria per tutto l’Adriatico
“Non c’erano Leoni di S. Marco in Fiume di S, Vito
Ora c’è questo. Ma non c’è questo soltanto. Oggi nella Città Olocausta, nella Città di Dio, nella rocca della fede adriatica, c’è la radunata dei Leoni, c’è la festa leonina del Sacramento.
Tutti i Leoni dell’Istria, da Muggia, da Capodistria, da Pirano, da Parenzo, da Pola, da Albona, e tutti i Leoni del Carnaro, da Cherso, da Veglia, da Lussin, da Arbe; e tutti i Leoni della Dalmazia da Zara , da Sebenico, da Spalato, da Traù, da Curzola, da Ragusa, da Cattaro, tutti dalle muraglie, dalle porte, dalle torri, dalle castella, dalle podesterie, tutti oggi guatano a Fiume, traggono a Fiume, rugghiano a Fiume,
E’ la riscossa dei Leoni
E’ la riscossa della Dominante
E’ la riscossa della potenza veneta e della magnificenza veneta nell’Adriatico senza pace… A te la Vittoria intera, o Italia!”
Era particolarmente evidente che il Comandante non aveva alcuna intenzione di rinunciare a rivendicare il ruolo fondamentale della potenza italiana nell’Adriatico, per sacrificarlo a piccole strategie di cabotaggio confinario.
La festa proseguì poi con gare sportive, danze e balli fino a notte inoltrata, nella città illuminata da palloncini colorati, dal porto ai vecchi quartieri, Kochnitzky che lasciò Fiume in quei giorni deluso dalla mancata realizzazione su vasta scala della Lega di Fume, ci descrive quella festa come una sorta di baccanale aperto ad ogni trasgressione, grazie anche alla “magica polvere bianca” che a Fiume era stata importata dagli aviatori e dagli Arditi i quali la usavano allora come “corroborante” e che non era nemmeno ancora vietata per legge. Gli eccessi però ci appaiono improbabili soprattutto perché quella festa per i fiumani rappresentava un valore tradizionale sacro che nessuno avrebbe voluto o potuto trasgredire e dissacrare, soprattutto sul piano religioso.
I tumulti ad Ancona, sempre per il motivo che le truppe non volevano imbarcarsi per una impresa che era ad altissimo rischio non solo militare ma anche sanitario, furono ancora più violenti. Lì, nella notte tra il 25 e il 26 giugno, i bersaglieri dell’undicesimo Reggimento, insieme ad alcuni rivoluzionari anarco-socialisti, penetrarono clandestinamente nella caserma Villarey e, rifiutando di imbarcarsi per Valona, arrestarono i loro ufficiali e si trincerarono nella caserma stessa, facendo dilagare la mattina successiva il moto rivoluzionario per l’intera città, occupando altre caserme, edifici militari, negozi di armi e distribuendole in gran quantità alla folla di rivoltosi che si unirono a loro. Seguirono vari scontri con la polizia in una città in cui era stato proclamato lo stato di assedio e solo l’intervento del tenente Clementi, che nella caserma Villery riuscì ad impadronirsi di una mitragliatrice e a puntarla contro i ribelli, portò alla loro resa nella sera del 26.
Il 27 arrivarono anche i rinforzi e la rivolta ebbe termine. I moti di Ancona però non erano un caso isolato, dato che dilagarono dalle Marche all’Umbria fino all’Emilia e scioperi di solidarietà ci furono in varie città italiane tra le quali Milano, Cremona e Roma. Ancora una volta il Partito Socialista non spinse sull’acceleratore della crisi rivoluzionaria ma sconfessò i rivoltosi insieme alla Confederazione Generale del Lavoro, sebbene gli scioperi di solidarietà e di massa dilagassero subito a sostegno degli insorti, in gran parte dei comuni dell’Italia centro-settentrionale.

Il governo dovette inviare le Guardie Regie per sedare la rivolta, perché molti soldati in loco avevano solidarizzato con gli insorti e dovette precettare i ferrovieri in sciopero generale che rifiutavano sistematicamente di trasportare le truppe.
Ancona fu il prologo del Natale di sangue che si sarebbe tragicamente attuato a Fiume, e d’Annunzio non capì in alcun modo né le ragioni dei rivoluzionari né che il suo atto di ribellione prima o poi, restando isolato lo avrebbe portato alla stessa sorte.
Fu ordinato ai cannoni della Cittadella di sparare nel centro cittadino contro i ribelli e anche dalle navi cinque cacciatorpediniere aprirono, per ordine del governo, il fuoco contro la città.
A capeggiare la rivolta era Monaldo Casagrande detto Malatesta, ma nell’esercito proletario che si era costituito in pochissimo tempo militava insieme ai bersaglieri rivoltosi anche Albano Cornelli, socialista ed amico di Antonio Gramsci, il quale sosterrà in seguito la necessità di saldare l’opera delle squadre di autodifesa con quella degli Arditi del Popolo, nati nell’anno successivo con il contributo anche di vari ex legionari fiumani.
Significativa è la testimonianza di Emilio Lussu, azionista, su quel periodo e sull’opera dei legionari fiumani, oltre che sul significato dell’impresa di Fiume e sulle sue conseguenze. Lussu sosteneva che gli ex combattenti fiumani erano tutti dei socialisti potenziali: avevano maturato una concezione internazionalista in trincea e Tagliaferri in una intervista aggiunge che “Per capire la contraddittorietà, ma anche la sincerità di quelle tensioni ideali, pensa alle simpatie che la Rivoluzione Russa riscuote tra molti Legionari Fiumani…si tratta di una pagina di storia che poi è stata “accomodata” e nascosta, ma fa pensare..Perché per il fascismo era importante appropriarsi anche dell’esperienza fiumana? E’ semplice: perché il fascismo non aveva la storia del Partito Socialista, non aveva dietro di sé la cultura cattolica del partito popolare, non aveva neppure le vecchie tradizioni risorgimentali dei liberali: si trattava di un movimento nuovo, che si muoveva solo nella logica della presa del potere, privo di solide radici ideologiche o simboliche, che cercava di “mettere il cappello” ad un’ampia fetta di popolazione in cui era percepibile un disagio istintivo..Il fascismo aveva, insomma, l’esigenza di appropriarsi di una “storia” altrui, non avendone una propria”. Lo stesso Lussu ebbe uno scambio epistolare con De Ambris a proposito degli esiti del Terzo Congresso Regionale dei Combattenti Sardi e sulle istanze autonomiste e libertarie della Carta del Carnaro, in quella lettera De Ambris dice testualmente a Lussu: “La concezione dello Stato e del divenire sociale affermata nella Costituzione (fiumana) è la stessa concezione vostra” Né De Ambris e tanto meno Lussu erano nazionalisti in senso stretto, tenendo conto anche del fatto che quest’ultimo si era pronunciato dicendo esplicitamente che “l’aspirazione dei contadini non ha Patria”, ma entrambi avevano una comune radice nella cultura mazziniana, per la quale la vera Patria si ha dove c’è il lavoro, il voto e l’educazione per tutti.

Quindi se tuttora non sorprende il fatto che alcuni si ostinino a legare d’Annunzio e l’impresa fiumana alla posteriore esperienza fascista che ne avrebbe “realisticamente” realizzato gli intenti fondamentali, nell’ambito di una destra nostalgica e identitaria, stupisce non poco che lo stesso possano fare storici di matrice socialista e liberale o altri tradizionalmente posizionati a sinistra i quali mostrano di non avere mai compreso le radici profonde della pagina rivoluzionaria fiumana, identificandola solo con la retorica del suo condottiero.. Millantare il passato non serve assolutamente né a comprenderlo e tanto meno a capire il nostro presente.
Tornando però agli eventi di Ancona, rileviamo che quella fu l’ennesima occasione persa per saldare in senso rivoluzionario il movimento fiumano con quello che in quel periodo cercava di farsi strada in Italia, e fu l’ultima. Perché non ve ne furono più altre, nonostante la pubblicazione della Carta del Carnaro e il tentativo in extremis di diffonderla ed attuarla.
D’Annunzio anzi si rivolse ai bersaglieri in rivolta con accenti sprezzanti che quasi stupirono chi era sempre stato fautore di un moto di rivolta contro l’oppressione. Egli dice testualmente ai bersaglieri in rivolta: “Bersaglieri d’Italia, compagni, fratelli, che avete fatto? Che demenza vi acceca? (…) E si dice che voi vi siete ammutinati per non imbarcarvi, per non andare a penare, per non andare a lottare. Si dice che voi vi siete lasciati ingannare e forviare dai disertori di Caporetto, e dalle scimmie dei disertori di Caporetto . Si dice che voi Bersaglieri, dalle piume riarse dal fuoco delle più belle battaglie, vi rifiutate di rientrare in battaglia, mentre l’onore d’Italia è calpestato da un branco di straccioni sobillatori e prezzolati dal Serbo che oggi non è altro che un basso arnese in pugno all’Alleato d’Oltralpe”
De Felice nel suo primo volume su Mussolini dice, facendo riferimento ad un libro di Mazzali che magari analizzeremo in seguito, se opportuno, che “in occasione della rivolta di Ancona, da Fiume furono offerte (e al solito rifiutate) armi agli scioperanti della città marchigiana” Ma, sia alla luce delle dichiarazioni di d’Annunzio che in base alle relazioni militari di allora ci appare altamente improbabile che questa offerta fosse stata fatta, anche perché avrebbe reso i rapporti tra d’Annunzio e Caviglia ancora più tesi rispetto a come si manifestarono invece alla fine di quel giugno assai “caldo” di eventi. Se possiamo quindi dubitare fortemente dell’offerta, al contrario, di un eventuale rifiuto di collaborazione da parte socialista, in particolare, possiamo essere maggiormente certi, anche per quello che si era già verificato in precedenza e di cui ci ha dato testimonianza lo scambio epistolare tra Giulietti e Bombacci.

Il più consapevole di una ormai impossibile saldatura tra movimento rivoluzionario in Italia e quello fiumano, che poi fu il vero motivo del fallimento dell’impresa, era lo stesso “socialista rivoluzionario” De Ambris il quale, fin dal suo insediamento a Fiume, si era indefessamente adoperato per questa soluzione, ma che nel giugno del 1920 doveva essere ormai pienamente consapevole della sua irrealizzabilità. Per questo egli, come dice in questo caso giustamente De Felice: “Col senso di responsabilità soggettiva e l’onestà privata e personale che sempre lo contraddistinsero, il leader socialista si rendeva infatti bene conto che un moto rivoluzionario condotto dai legionari fiumani con il solo appoggio dei repubblicani, degli anarchici, e di alcuni gruppi di interventisti di sinistra non avrebbe potuto portare che ad un inutile sacrificio di vite umane. Preferì quindi ripiegare anche lui sull’apertura di nuove trattative dirette con Roma.” Evidentemente De Felice qui contraddice un po’ se stesso. Come infatti sarebbe stato possibile intavolare trattative mentre si offrivano armi ai rivoltosi.. “sebbene rifiutate”?

Lo stesso De Ambris si deve essere reso conto, da navigato sindacalista, che la prospettiva rivoluzionaria non era più praticabile e che, specialmente con il cambio di governo e l’avvento di un “volpone” come Giolitti, era assai più conveniente, come dice lo stesso De Felice, cercare di “giocare d’astuzia e di trovare una soluzione che permettesse di por fine alla secessione fiumana con reciproca soddisfazione”. Non escludiamo che se la sua linea fosse risultata vincente, di sicuro si sarebbe evitato l’esito nefasto del Natale di sangue, ma in questo caso, possiamo dire, senza tema di smentita che a “tradire” un fine più lieto ed un esito non tragico fu lo stesso Comandante che aveva guidato l’impresa, le ragioni di ciò le vedremo alla fine di quest’opera.

D’Annunzio, consapevole che il tempo non giocava a suo favore, cominciò ad avere un comportamento altalenante, mentre infatti, come si poteva evincere da un discorso dello stesso generale Caviglia fatto in quei giorni in Parlamento, tra lui e il Vate non vi era alcuna ostilità. Anzi, mentre lo stesso generale pubblicamente asseriva che: “Io riconosco che si deve a lui (d’Annunzio) se l’italianità di Fiume è ora ammessa da tutto il mondo. Poiché nessun uomo era conosciuto come lo era Gabriele d’Annunzio. Ed egli ha portato a Fiume la fama che lo circonda, e ha fatto conoscere a tutto il mondo che Fiume era città italiana, ciò che il mondo prima non conosceva.” D’altra parte, lo stesso Comandante ribadiva la sua irremovibile autonomia affermando che “..Immune da ogni spirito di conciliazione e avverso ad ogni forma di addomesticamento, io sono deliberato di combattere per la mia fede con tutte le forze e con tutte le armi, fino a che avrò fiato in bocca e sangue nelle vene. Io e i miei legionari vogliamo rimanere fuori dalla legge, mentre in Italia la legge non serve se non a proteggere la cuccagna dei vigliacchi e il bottino dei disertori”
Insomma, non si voleva marciare contro i vigliacchi in Italia ma non si voleva nemmeno marcire addomesticati dallo spirito di conciliazione. Il motto “marciare e non marcire” sembrava proprio afflosciarsi su se stesso, mentre il “volpone” quatto, quatto si apprestava a spegnere la miccia della “mina vagante”, interpretando concretamente sia la necessità di risparmiare sul bilancio dello Stato sia quella, al contempo, di andare incontro agli umori della folla, favorendo così il ritiro delle truppe italiane da Valona. Una mossa decisamente astuta, destinata ad incrementare i suoi consensi nell’opinione pubblica e a scemare, a poco a poco, quelli verso l’ “ostinato” d’Annunzio che rivendicava l’italianità di zone sempre meno italiane e sempre più malariche.
La ricerca di un equilibrio sul tavolo delle trattative fiumane tra Caviglia e d’Annunzio, nonostante certe apparenze, si faceva dunque sempre più difficile e precaria..

© Carlo Felici
11 continua

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Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

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