domenica, 17 Gennaio, 2021

Il liberalismo di Matteucci nella società contemporanea

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Il liberalismo, saggio scritto da Nicola Matteucci, edito nel 2005 dalla Società editrice “Il Mulino”, permette di operare una rivisitazione del concetto di liberalismo, a seguito delle profonde trasformazioni avvenute nell’ultimo scorcio del Novecento e, dunque, di conoscere approfonditamente ciò che può essere definito uno degli assi portanti della civiltà occidentale.
È doveroso, in premessa, evidenziare alcuni cenni biografici dell’eminente autore: Nicola Matteucci è stato un politologo italiano, fondatore de la rivista “Il Mulino”, poi della casa editrice omonima e dell’Istituto Carlo Cattaneo; è considerato uno dei massimi teorici del costituzionalismo liberale del Novecento.
Il tema centrale, attorno al quale si dipana l’analisi compiuta dallo scrittore, muove dalla necessità di ridefinire il liberalismo nella società contemporanea, compito quanto mai urgente, poiché esso sta perdendo la propria identità.
Tuttavia, l’attuale stagione politico-culturale spinge decisamente verso una riattualizzazione del liberalismo, in particolare, nell’incontro con la migliore tradizione del socialismo riformista.
La premessa metodologica posta dall’autore collega due questioni centrali, atte a sfatare i luoghi comuni inerenti al pensiero liberale: da un lato, il liberalismo avrebbe una concezione atomistica della società, dalla quale deriverebbe una centralità della concezione negativa della libertà e della mera difesa della proprietà privata; dall’altro lato, il liberalismo, escludendo ogni fede e valore assoluto, aprirebbe la strada al relativismo, allo scetticismo e all’indifferentismo.
Nel tentativo di dare una risposta al primo quesito, il Matteucci afferma che, nella ricerca di un’auctoritas, il liberalismo, rispetto alle interpretazioni delle ideologie del Novecento, è privo di alcuna autorità ufficiale e si presenta come una concezione politica aperta che abbia come stella polare il valore della libertà dell’uomo, basata sul riconoscimento reciproco e sul dialogo.
Nel rispondere al secondo quesito posto dai critici del liberalismo, inerente al suo relativismo e indifferentismo, sembra opportuno distinguerlo nelle sue due principali essenze: in quanto teoria/ filosofia politica; e nella sua costituzione in partiti liberali con il corollario di programmi, strategie e tattiche di governo adottate. In altre parole, come affermato da Ronald Dworkin, assume rilevanza la differenza tra i principi costitutivi e le affermazioni derivate: nella città, l’ordine politico liberale si pone come un traguardo da raggiungere e non come una realtà da celebrare.
Il Matteucci, nell’appassionata dissertazione in difesa della teoria liberale, si colloca inoltre in posizione critica rispetto alla Scuola di Francoforte, che annovera tra i teorici più noti Max Horkheimer e Herbert Marcuse.
L’autore afferma che: «la Scuola di Francoforte, che in tanti settori ha dimostrato una notevole autonomia dal marxismo, quando parla del liberalismo non lo giudica in base ai suoi principi, quali il diritto individuale e il costituzionalismo, ma lo riduce a semplice ideologia della società capitalistica: al centro del suo interesse vi è soltanto la trasformazione in atto del capitalismo da capitalismo concorrenziale o di mercato a capitalismo monopolistico organizzato dallo Stato».1
Il liberalismo si configura, in tal maniera, come semplice forma di dominio borghese, destinata inevitabilmente a concludersi in uno Stato totale e autoritario.

Nonostante queste considerazioni critiche, viene fortemente affermata l’originalità del pensiero liberale: a differenza delle religioni politiche che configurano un’utopia messianica della liberazione assoluta, il liberalismo, all’inverso, è una teoria politica, non una religione escatologica.
Il liberalismo rientra nella tradizione della filosofia pratica, la quale non cerca la verità, ma la soluzione pratica di un problema, «proprio in quanto pratico, la sua aspirazione è quella di tradursi in realtà, criticamente consapevole però, di una sempre maggiore o minore distanza fra il suo progetto e la realtà. Il liberalismo non cerca un mondo certo, semplice, chiuso, autosufficiente, senza storia. Questa è soltanto una fuga dalla realtà».2
Proseguendo nella lettura del saggio in analisi, ci s’imbatte in una breve ma puntuale ricostruzione dello sviluppo della teoria politica liberale dal Settecento, sino a giungere, nel Novecento, alle elaborazioni di due eminenti pensatori, quali Friedrich Von Hayek e Benedetto Croce.
Matteucci, dopo aver ripreso la classificazione aristotelica che distingue tra filosofia pratica, avente ad oggetto il giusto, e filosofia naturale, che si occupa della verità, analizza la differenza esistente tra liberalismo e liberismo.
«Hayek ritiene che lo Stato non debba agire in vista di una gerarchia di valori o di un corpo consentito di fini utilitari, ma debba limitarsi a massimizzare, in una situazione giuridica di eguale libertà per ciascuno, la massima gamma di opportunità di perseguire i propri fini utilitari, come i propri valori. Croce, che pur ha scoperto il momento dell’economia, quando parla del liberalismo pensa che lo Stato debba essere soltanto uno strumento dell’individualismo morale e non dell’edonismo dei singoli. In questa divergenza risiede l’origine del dibattito sui rapporti tra liberalismo e liberismo».3
Inoltre, entrambi gli autori polemizzano contro le teorie politiche di un certo Illuminismo francese, il cosiddetto razionalismo costruttivistico, nel quale prende corpo l’illusione scientista di estendere i criteri di analisi e i metodi delle scienze naturali alle scienze sociali, avendo la presunzione di trovare una direzione cosciente della storia e del controllo razionale dello sviluppo sociale.
Per dirla con la Arendt, prevale nel mondo contemporaneo l’homo faber sull’homo politicus, per cui si crede che la società possa essere costruita, dall’alto, con la ragione della tecnica e non creata dagli individui, dal basso, attraverso la prassi politica.

Matteucci esplicita un’idea molto significativa per i contemporanei, quando afferma che: «non si può ridurre la politica a una tecnocrazia più sofisticata, proprio perché la società, con i suoi bisogni e i suoi valori, non s’identifica o non si riduce ai campi dominati dall’economia e dalla tecnica. Lo Stato non è un’azienda».5
Nell’autentico spirito del liberalismo s’inscrivono la critica radicale al dogmatismo e la fiducia in una ragione cosciente dei propri limiti, la consapevolezza che ogni verità è non assoluta e definitiva, poiché essa è sempre confutabile dalla fallibilità insita nella ragione, così come l’autonomia della scienza dal potere costituito.
Nel campo della politica devono operare non gli scienziati ma tutti gli uomini, senza alcuna distinzione tra chierici, più vicini alla verità e laici, relegati nella doxa, il gioco delle opinioni.
Tra il mondo dei valori e quello dei fatti si situa il linguaggio, che è l’espressione del mondo della vita, la maniera in cui gli uomini possono sviluppare una semantica del riconoscimento, portando nell’arena dei disputanti le opinioni, sino a giungere all’autocoscienza della rappresentanza.
L’autore, dopo aver ridefinito i principi del liberalismo, richiamandosi ai preziosi contributi dei filosofi politici, nella parte seconda del saggio affronta il tema di una possibile rinascita del liberalismo, partendo dalla crisi che questo pensiero politico ha vissuto dopo la fine della seconda guerra mondiale, notevolmente avversato dal socialismo marxista e dal cattolicesimo democratico.
Una ragione fondante della debolezza del liberalismo consisteva nel fatto che storici, filosofi della politica e politologi non si accordavano sulla sua definizione: «quando si parla del liberalismo non sempre si chiarisce a cosa ci si riferisce, così quando si usa il termine liberalismo, non si sa se se ne dà una definizione settaria o una definizione meta politica, e non sempre si ha l’avvertenza di distinguere fra la teoria liberale e la realtà. Si dimentica che il nocciolo duro del liberalismo non è individualismo ontologico, ma sono i diritti civili e politici dell’individuo e l’organizzazione del potere atta a tutelarli e a garantirli».6
Tale debolezza è intrinseca alla natura stessa del concetto, poiché esso non ha né un’autorità definita dogmaticamente, né una fonte esclusiva cui ispirarsi.
Agli inizi degli anni settanta del Novecento il clima culturale cominciò a mutare con un ritorno alla dottrina liberale e alla centralità dell’individuo.
Il ritorno del pensiero liberale, secondo Matteucci è dovuto a due fattori concatenati: da un lato, l’incessante processo di secolarizzazione che aveva intaccato le ideologie, affidandosi esclusivamente all’argomentazione razionale; dall’altro versante, la riscoperta del contrattualismo, nel quale il termine legittimità è collegato alla giustizia nello Stato liberale.
Di fronte alla caduta dei totalitarismi, il liberalismo apparve l’indiscusso vincitore della contesa politica, si affermò in gran parte del vecchio continente il principio del governo limitato.
Per questi motivi, il liberalismo, pur presentando moderni contenuti, poiché i problemi da affrontare sono sempre nuovi e imprevisti, resta fedele ai principi delle origini: difendere e riaffermare i diritti dell’individuo, l’identità personale e la sua autonomia; mentre nei rapporti interindividuali l’odierno liberalismo, contro la soluzione della violenza e della forza, propone l’azione sostenuta dal discorso, cioè dal dialogo. Poiché «una società senza dialogo non è più una comunità politica: essa, per esistere, deve essere in primo luogo una comunità linguistica di uomini fra loro liberamente comunicanti. Solo così può autorappresentarsi».7
In conclusione, l’attualità del liberalismo, secondo Matteucci, si mostra nella capacità della liberaldemocrazia di garantire il pluralismo democratico e una nuova divisione della società nei regimi costituzionali.
Nello stesso tempo, a mio parere, l’intransigente difesa dei principi della democrazia liberale, la promozione dei diritti umani e la tutela dello Stato di diritto, deve porsi come argine agli autoritarismi. Per rendere più efficace l’attualizzazione di questi principi, il pensiero liberaldemocratico ha la necessità di incontrare l’aspirazione egualitaria del socialismo liberale.
Difatti, una società aperta deve riconoscere i diritti individuali ma senza trascurare la lotta alle diverse ingiustizie che possano minare le fondamenta di una democrazia liberale.
Dunque, è necessario operare per ridurre efficacemente il livello delle disuguaglianze sociali, tramite un moderno e funzionante Stato sociale, che scongiuri l’emergere di una subcultura autoritaria, pericoloso volano per l’affermazione delle democrazie illiberali.

 

Paolo D’Aleo

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