lunedì, 28 Settembre, 2020

Il male poco oscuro
della sinistra italiana

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Il processo di costruzione europea è arrivato a uno stallo destinato a durare. Un livello di integrazione insufficiente per i gruppi sociali positivamente coinvolti nella globalizzazione, un assetto totalmente negativo per quelli destinati, per la forza delle cose e per le scelte dei loro governi, a pagarne tutti prezzi.

Nella maggior parte dei casi questi si chiamano fuori dalla politica. Mentre quelli che si ostinano a votare esprimono, come è logico che sia, un voto di protesta. Un voto non “euroscettico” (definizione volutamente ambigua), ma “ostile all’Europa così com’è” e che ha due caratteristiche fondamentali: quello di rappresentare solo parzialmente l’entità del fenomeno e quello di appartenere sia alla destra che alla sinistra. Una ripartizione legata sia alla storia che alla geografia: al di là delle Alpi e dei Pirenei, destinatarie del voto saranno le formazioni di destra; nell’area mediterranea quelle di sinistra.

Da notare comunque che il consenso per Marine Le Pen è tra il 25 e il 30% e quello per il suo omologo olandese tra il 15 e il 20%, ma la Costituzione europea è stata bocciata circa dieci anni fa sia dai francesi che dagli olandesi. Quanto all’Ukip, sta di poco oltre il 10%, ma l’eventuale referendum britannico sarebbe ad altissimo rischio.

Naturalmente, alle nostre classi dirigenti non interessa affatto analizzare il fenomeno, le sue ragioni e i suoi possibili sbocchi. E “pour cause”. A loro basta la parola “populismo”. Ad evocare volgarità, incapacità di costruire, impossibilità di essere forza di governo. Un fenomeno che non rappresenta, per loro, una minaccia. E a cui non si deve, quindi, una risposta. (In realtà lo ascoltano eccome, ma “alla vergognosa”: ricacciando indietro i migranti all’insegna della lotta contro gli scafisti…).

Alla sinistra, la cosa dovrebbe invece interessare e molto. Non foss’altro perché il peso della protesta antieuropea e antipolitica riduce in misura crescente la sua “capacità alternativa” in tutta Europa. E dovrebbe interessare, in particolare, alla sinistra italiana. Poco meno del 50% di astensioni. Tra Salvini, Fratelli d’Italia e Grillo un voto di protesta, intorno al 40%, che non ci appartiene. Da questa parte, poca Sel e poco altro. Un consenso a una cifra.

Evidentemente c’è qualcosa che non va. Nella sinistra italiana di oggi. E, per quanto ci riguarda, anche nel processo di aggregazione di una nuova sinistra, sotto il segno dell’opposizione al renzismo. Le cose che non vanno sono tante. Chi scrive si limita, però, a indicarne una. Tentando di individuare il vizio di origine che, se non corretto, rischia di pregiudicare sin dall’inizio il nuovo progetto.
Questo vizio ha un nome e cognome. Perché ha a che fare con il Pd. Con la sua classe dirigente. E con il modo con il quale l’opposizione gestisce politicamente il confronto con Renzi.

Renzi non è un alieno piovuto dal cielo. È la sintesi, e l’esasperazione di una cultura politica fatta propria dal Pd e dai suoi dirigenti da vent’anni a questa parte e che ha avuto come suoi punti fermi la liquidazione delle istituzioni e delle conquiste della prima repubblica e il rigetto, come inutile zavorra, della cultura del socialismo. Oggi una parte di quei gruppi dirigenti dice “basta”. Questo gli fa onore. Ma non ne accresce affatto la credibilità.

Nel confronto interno, poi, peggio che andar di notte. Se si afferma nei giorni dispari che Renzi è peggio di Berlusconi non si può invocare il dialogo, la mediazione o, peggio, l’Emendamento nei giorni pari. Se si combattono, punto per punto anziché nella loro logica complessiva, le riforme renziane si finisce per perder sempre, nella veste di sostenitori di quello che c’era prima. Che non era poi il massimo della vita. Se ci si identifica con la difesa della Ditta, si finisce con il naufragare con la medesima;rallentando, se non pregiudicando il lavoro di costruzione della nuova nave.

Chi vuole costruire una sinistra degna di questo nome deve dunque ripartire da zero. E prepararsi ad una nuova traversata nel deserto. Ad orientarne il cammino, qualche punto di riferimento. Primo, reinventare il discorso pubblico. Se governanti e oppositori si combattono parlando di rom e di vitalizi, di costi della politica, di impresentabili e di pensierini espressi in forma di tweet, è segno che nessuno ha saputo parlar d’altro: spiegando, in particolare, alla massa impotente delle vittime dell’Europa e della seconda repubblica  cos’è successo e cosa si può fare per rimediare.

Secondo, reinventare i processi politici. Il nuovo soggetto nascerà come nascerà. Ma non sarà, comunque, la sommatoria di Civati più Vendola, ma nemmeno di Landini più Ciotti. In attesa che arrivi qualche bersaniano di peso.

Terzo, reinventare la cultura politica. E qui, per quanto ci riguarda, proponiamo sommessamente quella del socialismo democratico: critica del capitalismo, riscoperta del ruolo dello stato e delle istituzioni collettive, lotta per l’uguaglianza, internazionalismo solidale e pacifista. Una roba dimenticata da tempo.

 Alberto Benzoni

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