lunedì, 13 Luglio, 2020

Il Medio Oriente dopo la morte di Quasem Soleimani

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Secondo l’Editoriale di Limes n. 2/2020, il generale Qasem Soleimani, ucciso a Baghdad per mezzo di un drone USA, sarà per gli Stati Uniti un uomo “molto più pericoloso da morto di quanto fosse da vivo”. Ciò perché, Soleimani, comandante delle brigate “al Quds” del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, era responsabile delle operazioni che l’Iran conduceva all’estero al fine di garantire la propria sopravvivenza e di estendere la propria influenza nell’intera area del Medio Oriente.
Con la sua morte, infatti, il generale è diventato, nella coscienza degli iraniani, un martire, una figura attorno alla quale Teheran ha potuto ricompattare il Paese profondamente diviso al proprio interno, anche per effetto delle sanzioni statunitensi, che da tempo avevano contribuito a metterne in crisi l’economia e a diffondere il malcontento dei cittadini nei confronti dell’élite teocratica governativa.
Nell’immediato, l’uccisione del generale, percepita come trauma collettivo di una nazione che si considera assediata, è stata sufficiente perché nella notte tra il 7 e l’8 gennaio fosse data risposta alla decisione degli USA da parte di Teheran: 22 missili balistici iraniani si sono abbattuti su due basi irachene, ospitanti soldati statunitensi. Teheran ha rivendicato la legittimità dell’attacco, ma nel contempo ha precisato su Twitter, attraverso il proprio Ministro degli esteri Javad Zarif, che la rappresaglia è stata “conclusiva”, per segnalare che l’Iran non vuole la guerra, ma che è pronto a difendersi da qualsiasi aggressione. Ora si attende la risposta degli Stati Uniti, anche perché la loro decisione di sopprimere Soleimani non tarderà a produrre effetti destinati a ricadere sull’intera area mediorientale e a coinvolgere, più di quanto già non lo siano, le altre superpotenze mondiali.
Malgrado le dichiarazioni “ben intenzionate” del Ministro degli esteri iraniano, va tenuto presente – sottolinea l’Editoriale di Limes – che l’”ondata di antiamericanismo, montante già prima del ‘martirio’ di Soleimani”, sta investendo l’Iran, per cui la volontà di non volere la guerra può offrire ora ai governanti iraniani l’opportunità di ricompattare il fronte interno, visto che sul finire del secolo scorso il regime degli ayatollah era stato costretto ad effettuare una “feroce repressione delle proteste accese dalla disastrata congiuntura economica inasprita dalle sanzioni e dalla crisi della rendita energetica, resa insopportabile dall’inflazione”.
Sbaglierebbero infatti gli ayatollah, “se scambiassero la furia contro l’America per sostegno al regime. Iraniani di varia tendenza – critici e oppositori del sistema come pure esitanti e apolitici, oltre ad alcuni depressi riformisti e ai disillusi della seconda generazione rivoluzionaria – tendono a distinguere fra Repubblica Islamica e Iran”. Tutti questi critici – secondo l’Editoriale di Limes – tendono a considerare prioritaria la Patria (o la nazione iraniana) rispetto allo Stato islamico. Ciò ha implicazioni importanti sul piano della comprensione della probabile futura politica americana nei confronti dell’Iran; una politica destinata a riempirsi di contenuti diversi, a seconda della scelta del regime iraniano di considerare l’Iran come “Stato-nazione” e non una “causa”. Che importanza può avere per l’Iran una tale scelta?
Considerare l’Iran uno Stato-nazione, e non una causa, consentirebbe al regime di Theheran di avviare i futuri negoziati con gli Stati Uniti all’interno di un sistema di regole, che le “burocrazie profonde” dello Stato americano hanno da tempo interiorizzato, per stabilire le condizioni in presenza delle quali a un Paese attivamente presente sulla scena mondiale “si può accordare un posto rispettato” nel sistema delle relazioni internazionali; esito, questo, al quale si può pervenire a seguito di negoziati bilaterali, ma col consenso di tutti i Paesi vicini.
Le regole cui si rifanno le burocrazie profonde degli Stati Uniti nella cura degli interessi dell’”impero a stelle strisce” (al di là di possibili decisioni non ponderate prese dai Presidenti di turno) si rifanno al paradigma che Henry Kissinger (già consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di Stato degli Stati Uniti durante le presidenze di Richard Nixon e di Gerald Ford tra il 1969 e il 1977) aveva formulato, assumendo – osserva l’Editoriale di Limes – come ideale di riferimento un “Congresso di Vienna permanente, con l’America prima inter pares”. Sostenitore della necessità di garantire relazioni internazionale pacifiche tra gli Stati, Kissinger postulava che le relazioni pacifiche potevano essere fondate solo su un “principio di legittimità” imperniato sull’”equilibrio di potenza”.
Secondo Kissinger cioè, il mondo poteva “funzionare al meglio”, se le nazioni si fossero riconosciute pari sul piano ontologico e non su quello geopolitico; dal novero delle nazioni che si fossero riconosciute reciprocamente su un piano di parità, dovevano perciò essere escluse quelle rivoluzionarie, quelle cioè antisistema, il cui rifiuto di accettare il principio di legittimità dello “stare insieme” a livello internazionale precludeva la possibilità di sedere alla pari al tavolo del governo delle relazioni tra gli Stati.

Ciò non significava però “eterna pace universale”: poteva anche accadere che una guerra scoppiasse; essa però doveva svolgersi all’interno del quadro delle relazioni internazionali legittimato dal paradigma kissingeriano. Da ciò seguiva che la pace che fosse seguita ad un conflitto tra alcuni Stati sarebbe stata condivisa dal generalizzato consenso degli altri, in quanto legittimato dall’accettazione del suddetto paradigma.
Secondo questo modo d’intendere il governo delle relazioni internazionali, gli Stati amici potevano anche diventare nemici per il tempo necessario a confrontarsi con le armi, salvo accettare, dopo il conflitto, che la pace alla quale i belligeranti fossero pervenuti fosse basata su un nuovo equilibrio di potenza. Ciò significava che gli Stati che non avessero accettato di condividere il paradigma kissingeriano, perché motivati dalla “passione per una causa”, avrebbero continuato a conservarsi fuori dalla comunità internazionale, sino al momento in cui avessero deciso di “farsi nazione”.
Il paradigma kissingeriano, però, poteva essere valido all’interno di un contesto geopolitico internazionale quale quello che, prima della fine della Guerra Fredda, vedeva l’America nella posizione di prima tra pari; nel contesto geopolitico attuale, caratterizzato non più da un equilibrio di potenza unipolare (egemonizzato dagli Stati Uniti), ma multipolare (caratterizzato dalla presenza sul piano internazionale di altre superpotenze), il paradigma dell’ex segretario di Stato americano è divenuto obsoleto, soprattutto se riferito a una parte del mondo, qual è quella del Medio Oriente.

Nell’area mediorientale la presenza di importanti risorse strategiche ha sempre “eccitato” i grandi della terra ad esservi presenti; ieri – ricorda l’Editoriale di Limes – “gli imperi ottomano, russo, francese e soprattutto britannico. Oggi l’americano”, il quale però si trova a dover agire in presenza di una pluralità di concorrenti, non solo locali, ma anche esterni all’area, quali la Russia e la Cina: la prima, motivata dalla propensione a tornare ad essere protagonista della politica mondiale, al fine di “esorcizzare la paura di sparire”; la seconda, costretta ad uscire dai confini nazionali per realizzare il nuovo corso delle storia nazionale (annunciato e stabilito dal Presidente della Repubblica Xi Jinping), che dovrebbe portare a compimento il sogno della “grande rinascita della nazione cinese” entro il 2049.
Le ragioni per cui, in presenza di questo groviglio di interessi, gli Stati Uniti abbiano deciso di salvaguardare i propri nell’area mediorientale, individuando nell’Iran il “Nemico regionale per eccellenza”, desta più di un interrogativo. A questi può essere data una risposta, secondo l’Editoriale di Limes, tenendo conto della convergenza di tre fattori: innanzitutto, il fatto che la Repubblica islamica iraniana continui ad essere potatrice dello stigma rivoluzionario di kissingeriana memoria; in secondo luogo, il ricordo delle offese ricevute quarant’anni fa, allorché alcune centinaia di studenti iraniani hanno assaltato l’ambasciata statunitense a Theheran, prendendo in ostaggio cinquantadue diplomatici e funzionari americani; infine, la demonizzazione di Israele, per essersi oggi alleato con alcuni Paesi arabi, allo scopo di contenere le mire espansionistiche della Repubblica Islamica (demonizzazione utilizzata come minaccia esistenziale a fini di coesione interna).
La convergenza di questi tre fattori sarebbe il motivo per cui gli Stati Uniti continuano a considerare immutata l’essenza di Stato rivoluzionario della Repubblica Islamica, da “gestire o attaccare secondo necessità”, finché non diventerà (secondo una recente affermazione del Segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, ricordata dall’Editoriale di Limes) una “nazione normale come la Norvegia”. Dal punto di vista dell’America, perciò, la giustificazione della sua presenza nell’area mediorientale è ancora giustificata sulla base dei due parametri kissingeriani (Iran come Stato-nazione e non come una causa); da questo punto di vista, perciò, l’Iran dovrà stabilire, considerate le sue capacità di reggere un confronto con gli Stati Uniti, quale dei due parametri sia preferibile.

Allo stato attuale, la Repubblica Islamica come nazione ha certamente la sua causa, non quella dell’esportazione del modello rivoluzionario khomeinista, ma sicuramente quella innanzitutto della sopravvivenza. Di qui, conservandosi come esportatrice di istanze rivoluzionarie, pensare di poterla sconfiggere sulla base di una politica ispirata al paradigma kissingheriano è del tutto improbabile. Ciò perché, il regime di Theheran – nota l’Editoriale di limes – “ha saputo penetrare il tessuto di una nazione capace, dotata di profondità storica e di autocoscienza sufficientemente arrogante”, di cui il martirologio di Quasem Soleimani sarebbe l’esibizione.
Stando così le cose, si può conseguentemente prevedere che i quartant’anni di storia della Repubblica Islamica siano sufficienti, conclude l’Editoriale di Limes, a garantirle di saper resistere alla pressione statunitense, pur conservandosi attore di instabilità dell’intera area mediorientale. A fronte di tale situazione, il dilemma americano nei confronti dell’Iran è però rimasto quello di quarant’anni fa: ovvero se tutelare i propri interessi in Medio Oriente, isolando e colpendo l’Iran con pesanti sanzioni economiche; oppure tentare, con un più impegnativo sforzo, di trasformare l’intero Medio Oriente attraverso la forza, al fine di realizzare una presunta situazione di sicurezza collettiva tramite l’instaurazione di un equilibrio di potenza basato sulla logica implicita al paradigma kissingeriano.

Se l’America perseguisse un simile disegno, spingendo la pressione sull’Iran oltre le sanzioni sinora adottate fino alla guerra senza limiti, rischierebbe – si sostiene nell’editoriale di Limes – di “produrre qualcosa di tremendamente diverso” dalla trasformazione della Repubblica Islamica da “causa” in “Stato nazionale”; ciò perché, se l’Iran si sentisse perduto potrebbe essere spinto a creare una situazione tale da causare agli americani un costo così elevato da far loro rimpiangere di aver voluto il cambiamento della natura della Repubblica Islamica.
Sarebbe questa, una situazione le cui conseguenze non ricadrebbero solo sul Paese che concorresse a crearla, ma colpirebbero il mondo intero. C’è quindi solo da augurarsi, così come conclude l’Editoriale, che i “fautori del cambio di regime” dell’Iran non prendano “sul serio la loro idea. Violando il principio di ogni strategia: volere le conseguenze di quel che si vuole”. Anche se a danno di tutti.

 

Gianfranco Sabattini

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