martedì, 20 Ottobre, 2020

Il Medio Oriente nelle elezioni presidenziali americane

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Molti pensano che le vicende del mondo e il ruolo degli Stati Uniti al suo interno non abbiano il peso che meritano nel determinare l’esito delle elezioni presidenziali. Riferendosi, in particolare, a quel lontano 1992 in cui Bush padre, protagonista di grandissimi successi internazionali nel 1989 e nel 1991, fu battuto poi da Clinton nel 1992 per non avere tenuto fede al suo impegno di non aumentare le tasse.

Ma (a parte il ruolo di Ross Perot, con più del 20% dei suffragi) le cose non stanno così. E non stanno così perché i cittadini, e anche i loro aspiranti leader, possono tranquillamente ignorare nomi e località; ma sono intimamente convinti che il loro paese abbia un “destino manifesto” e che, proprio per questo, sia costantemente minacciato da nemici, insieme pazzi e malvagi. Non a caso gli Stati Uniti sono il regno dei film catastrofici: il disastro alle porte e i pochi eroi che riescono miracolosamente ad impedirlo.
C’è anche chi constata che gli impegni assunti dai candidati non sono affatto vincolanti. E, molto spesso con ragione. Basti pensare al Eisenhower – eletto all’insegna del “roll back” nel’Europa centrale e orientale e poi acquisito al sistema di Yalta e alla distensione. O a Reagan, campione del ritorno alla guerra fredda e poi grande uomo di pace. O a Bush figlio, nelle intenzioni contrario ad un interventismo democratico e poi invocato nei confronti di Saddam Hussein, e con argomenti fasulli.
La missione e la minaccia. L’esaltazione del successo e l’incubo del nemico alle porte. E’ su questa singolare mistura che si stanno giocando queste elezioni; con l’aggravante di considerare l’avversario interno come complice del nemico esterno.
In questo clima non sorprende che a giocare su questi tasti, come suoi successi veri o presunti, sia stato Trump. Mentre Biden ha tenuto ben nascoste le sue carte.

E questo per per due ragioni. Una ovvia; non esporsi mai ad accuse di “debolezza”. L’altra, molto meno ovvia e tutta politica; la convinzione che, almeno in Medio Oriente, i processi in atto giochino a favore della ripresa della politica di Obama.
Vediamo, ora, come e perché.

La firma dell’”accordo storico”tra Israele ed Emirati (seguiti da altri…) ha suscitato, com’è noto, l’entusiastica approvazione di Biden e degli europei; ma anche l’indignazione dei palestinesi e dei pochi sostenitori della loro causa. E l’impressione di chi scrive è che la prima sia eccessiva e la seconda malriposta.
Eccessiva perché, qui e oggi, l’”accordo di pace“ è sì molto importante ma non pone fine a nessun conflitto; mentre si iscrive, almeno qui ed ora, nella prospettiva della radicalizzazione del confronto tra paesi del Golfo e Iran e tra sunniti e sciiti. E, per inciso, dell’ egemonia degli Emirati e delle difficoltà dell’Arabia Saudita.
Malriposta perché, in prospettiva, questo stesso accordo può determinare contraccolpi favorevoli sia ad un processo di regolamento generale della crisi in atto sia agli interessi reali del popolo palestinese.
Nell’attesa le reazioni dei palestinesi e degli iraniani, sono state, certo, vibrate (ci mancherebbe…) ma poco altro: proteste e manifestazioni al minimo sindacale, attentati niente, qualche lancio di razzi da Gaza subito seguito da una tregua.
Da parte iraniana si è poi registrato un generale ripiegamento difensivo di cui i servizi israeliani hanno perfettamente colto la portata e le ragioni; fino al punto di dichiarare che il regime degli ayatollah “non è più il nemico principale”. In questo stesso periodo, Teheran ha posto fine al suo progetto di “minacciata fuoruscita” dall’accordo sul nucleare, aprendo i suoi impianti agli ispettori dell’Iaea”. Segno che a Teheran, tra l’altro duramente colpita dal virus e dalle sanzioni, si sta rafforzando, anche tra i cosiddetti conservatori, la convinzione che, anche in virtù della probabile vittoria di Biden, esistano le condizioni per un accordo generale: l’inserimento pieno nell’ordine internazionale in cambio della rinuncia a qualsiasi ambizione egemonica.

Già oggi, peraltro, l’accordo Israele-Emirati e la sua più che probabile estensione cambia radicalmente la “prospettiva”: sia nel campo israeliano che in quello palestinese.
Oggi, non a caso, Netanyahu è in serissime difficoltà. Per ragioni interne, certo. Ma, soprattutto, in considerazione del fatto che, oggi, Israele ha, al suo fianco ( o comunque neutralizzati) praticamente tutti gli stati arabi; con l’aggiunta di un’entità palestinese in condizioni di totale impotenza. Il che non gli consentirà di giustificare ancora la sua intransigenza in nome di una minaccia esistenziale e del Nemico alle porte.
I palestinesi, invece, hanno tutto da guadagnare dall’essere diventati da Causa Problema. Le cause stancano, specie quando sono riempite di formule vuote ( “due popoli due stati”) e ripetute per onor di firma. A prescindere poi dalla radicale disparità tra le due tifoserie.
I problemi leggi la presenza di milioni e milioni di persone a fianco del popolo ebraico e nello stesso territorio, invece restano; assieme agli uomini di buona volontà interessati a risolverli.
Per adesso, in Libano e altrove, tutti fermi. In attesa delle elezioni americane.

 

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