venerdì, 23 Ottobre, 2020

Il metodo Hollande e il metodo Renzi

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Sarà perché la Francia ha sempre assunto atteggiamenti più solenni e anche teatrali (chi si é scordato del’ “Après moi le dèluge” di Charle De Gaulle?), ma il governo di Hollande ha preferito lanciare il guanto anziché cincischiare e sfondare nei fatti un tetto concordato senza annunci ufficiali. I francesi amano la sfida aperta, il gioco d’attacco, per dirla alla Renzi. Non disdegnano peraltro la solitudine. Erano fuori dalla Nato, poi in dissenso con americani, inglesi e tedeschi, spesso la loro politica estera è stata gestita in perfetta autonomia, basti pensare ai recenti bombardamenti in Libia. I francesi sono fatti così. Si amano, anzi si adorano. Traducono in francese anche i nomi degli altri. Unico caso al mondo.

Dunque perché stupirsi del fatto che abbiano lanciato il guanto di sfida e sfondato non solo il tetto del 3 per cento con disincantata sfacciataggine, ma anche il muro di Berlino della cancelliera Merkel con la quale il predecessore di Hollande, Sarkozy, aveva costruito un solido asse, unito anche nell’irrisione al presidente del Consiglio italiano di allora? Che il rapporto deficit-Pil francese fosse da tempo ben oltre il 4 per cento era cosa nota. La preoccupazione politica dovuta all’avanzata di Marine Le Pen ha fatto il resto. Poteva la Francia dar vita a un ulteriore giro di vite, aprendo così la strada alla nuova presidente della Repubblica, in salsa antieuropea?

É incredibile come i burocrati di Bruxelles facciano finta di non accorgersene. Gli economisti che non capiscono la politica, che non sanno comprendere le ricadute delle scelte economiche sulla politica, sono inadeguati. Una volta si diceva: “Philosophus purus purus asinus”. Cambiate solo il soggetto e il risultato non cambia. Una Francia con la Le Pen alla presidenza, e oggi viene data in vantaggio, segnerebbe la fine dell’Europa. Che avrebbe dovuto fare Hollande? Ma seguiamo il ragionamento. La Francia rischia politicamente, la Spagna non di meno, e per di più con tendenze separatiste forti, vedasi la Catalogna, che chiede un referendum in salsa scozzese, in Grecia regge Tsipras che dell’Europa ha un’idea molto originale, ma il vento dei movimenti di estrema destra, antieuropea e perfino razzista, spira da tempo. In Italia regge Renzi, ma il movimento di Grillo è sempre oltre il venti per cento, e si profilano nuove avanzate leghiste e separatiste. Se ne sono accorti lassù?

Se si va avanti di questo passo, anche l’Europa monetaria, l’unica che purtroppo si è riusciti a costruire, segnerà il passo. Lo sottolinea quest’oggi Lucrezia Reichlin sul Corriere, mettendo insieme diversi fallimenti, compreso quello della Bce di Draghi, per il suo obiettivo mancato di alzare l’inflazione. Anche Renzi lo ha capito e spinge nella direzione del cambiamento. Non lo fa alla francese, lanciando sfide, dichiarando apertamente di non rispettare parametri superati peraltro per primi proprio dai tedeschi nel 2001 e 2002. Ma all’italiana, lavorando sott’acqua. O alla renziana, dicendo un cosa e facendone un’altra. Noi siamo obbligati a non rispettare il il 3 per cento, ma sosteniamo che lo faremo.

Due conti. Abbiamo rinviato il pareggio di bilancio al 2017, messo in un cantuccio il fiscal compact (che prevede l’accordo per portare il debito in rapporto al Pil in vent’anni al 60 per cento del Pil e per noi sarebbe più di un dimezzamento). Annunciamo nuovi investimenti solo in parte (ma quanto non si sa) coperti da risorse comunitarie, intendiamo abbassare le tasse, riformare con nuovi ammortizzatori sociali il mercato del lavoro, rendere strutturali gli ottanta euro e il taglio delle spese sarebbe ora ridotto secondo l’ultimo documento del Def a soli 5 miliardi. Diciamo la verità. Renzi ha fatto centro anche a Londra, d’accordo. Ma il nasino è lungo. Camerun, che con l’euro non c’entra, elogia la flessibilità. Siamo al paradosso. Come quello impersonato da Moscovici, il socialista francese, che per superare i veti del Ppe all’assunzione della delega agli Affari economici, annuncia severità su Parigi. Ma davvero ci vogliono prendere in giro?

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