sabato, 21 Settembre, 2019

Il mio amarcord
e il ruolo del nostro Psi

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Ho letto e riletto, anche nella versione cartacea (sì, lo so, è un mio limite) l’articolo di Mauro Del Bue che racconta fervidamente la sua storia di militante socialista del nuovo corso di Craxi. Una storia che comincia da suo padre. Lo ricordo benissimo; era Presidente dell’Ente Provinciale per il Turismo di Reggio Emilia: serio, discreto, concreto, stimato da tutti. Poi, a forgiare l’animo del giovane attivista della Federazione Giovanile c’è la lezione del riformismo reggiano, il socialismo esemplare dell’apostolo Camillo Prampolini, quello della predica di Natale. In questo alveo seguiranno poi Giuseppe Amadei, Dino Felisetti e lo stesso Mauro del Bue.

Facendo perno su queste radici, la narrazione del Direttore del nostro giornale diviene palpitante amarcord. Lo ripropongo qui e provo anche ad integrarlo: il Midas, l’orgoglio dell’autonomia socialista, la nuova serie di Mondoperaio, la sfida alla DC e al PCI (fra i due lastroni può nascere l’erba, dicevamo allora), i Congressi di Torino, di Palermo, di Verona e di Milano; e ancora: la sfida all’URSS con l’installazione degli euro-missili, la conquista della Presidenza del Consiglio, le assemblee “ideologiche” di Rimini, la scoperta del socialismo tricolore, la valorizzazione del made in Italy, la difesa della nostra indipendenza nazionale nei giorni febbrili di Sigonella, il taglio della scala mobile e la vittoria nel referendum sul decreto di San Valentino. Si collocano in questo vasto rinnovamento il dialogo Lib-Lab fra Ugo Intini ed Enzo Bettiza e la prospettiva laburista, offerta al PCI, incapace di profittarne.

Poi, lo sappiamo e ci brucia, venne l’inizio del declino, con la sconfitta nel 1991 nel referendum sulla preferenza unica. Siamo ai prodromi della disfatta che, per contrappasso, coincide beffardamente con il crollo del comunismo nel mondo.

Mi sono subito detto: etiam de te fabula narratur. Incalza così la rivisitazione del mio film personale. Nel ’76, quando il giovine Del Bue si affaccia alla ribalta del socialismo nazionale che congeda Francesco De Martino, ero da poco, contro ogni mia personale previsione, diventato membro del Senato della Repubblica. Accadde così. Ero allora Vice-Presidente socialista della Provincia di Parma, una terra in cui l’umanesimo socialista ha un suo nobile radicamento: Nullo Musini, Agostino Berenini, Gustavo Ghidini, Fernando Santi ed il suo allievo Luciano della Tana. Verranno poi, come “papi stranieri” parmigianizzati, Gaetano Arfè e Luigi Covatta. Ero approdato al PSI dopo un’intensa esperienza giovanile nell’Unione Goliardica Italiana (UGI) e nel Partito Radicale di Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi. Non è vero che tutti i radicali fossero elitari. Io ero un ragazzo rotolato a Parma da un paese dell’Appennino, e Pannunzio pubblicava i miei pezzi sul Mondo. La mia origine montanara e popolare fu preziosa quando decisi di correre per il Consiglio provinciale. Dato per sconfitto, fui eletto grazie al largo consenso dei compaesani della mia valle.

Un lunedì mattina della primavera del 1976 suonò il telefono nel mio studio d’avvocato, a Langhirano: <<Sono Bettino, ti devi candidare al Parlamento, i capi del partito di Parma sono tutti nei guai.>>. Alle prime battute fui sul punto di mandare al diavolo il mio interlocutore. Credevo fosse uno scherzo. Poi compresi che la voce era la sua: ci eravamo conosciuti a Roma alle riunioni dell’UGI. Era anche così che Craxi preparava la sua squadra. Era poi vero che ero rimasto, a Parma, uno dei pochi dirigenti candidabili, a causa di quello che venne allora chiamato “lo scandalo edilizio”, rivelatore ante litteram del rapporto pericoloso fra politica e affari. Alcuni compagni furono processati ed anche incarcerati. La Magistratura aveva, per così dire, monopolizzato la scena politica: insomma, un’anteprima di “Mani pulite”. Forse perché vaccinato da questa esperienza domestica, ma soprattutto in ragione della mia visione della politica e del rapporto fra politica e morale, ho sempre rifiutato di occuparmi di affari. Spesso, anche nei giorni bui delle inchieste milanesi di “mani pulite”, mi sono domandato se, malgrado la validità adamantina e la forza innovativa della nostra linea politica, il PSI del nuovo corso avesse offerto ai suoi avversari, e soprattutto ai comunisti e ai magistrati amici dei comunisti, la corda per farsi impiccare.

Mi venne in aiuto, con una lettera che conservo, Noberto Bobbio, di cui riassumo l’essenziale: “Craxi ha dovuto combattere il più forte partito comunista del mondo libero. Aveva bisogno di molte risorse”. La storia, come ha detto Paolo Mieli, sarà generosa con Craxi. E dunque con chi ha combattuto al suo fianco. In ogni caso, caro Mauro, anche noi due non saremo esenti da errori politici, ma niente di cui dobbiamo vergognarci.

Interrompo qui il mio memoriale, consapevole che le rimembranze sono il lato debole di chi è avanti negli anni. Non posso tuttavia tacere che l’esperienza che ha lasciato il segno più profondo nella mia vita non è quella, peraltro indimenticabile, di membro di cinque Governi della Repubblica (traguardo cui non avevo mai pensato quando abbracciai la vita politica), ma quella di Presidente per quasi dieci anni del Gruppo socialista del Senato: una squadra di cinquanta parlamentari, di cui furono membri Nenni, Pertini, De Martino, Gino Giugni, Norberto Bobbio. Una scuola di politica, di vita parlamentare e, tout court, di vita. Ho avuto la fortuna di incontrare al Senato i “migliori nemici” che potessi trovare: Gerardo Chiaromonte ed Emanuele Macaluso: i miglioristi del PCI con i quali si andava periodicamente a cena, anche nei momenti in cui era altissima la tensione fra PCI e PSI, a casa di Giuseppe Avolio, campano di Afragola, presidente degli agricoltori socialisti e “di sinistra”, dove ci aspettava, accompagnato dalla consorte, un altro commensale di tutto rispetto: Giorgio Napolitano. La cena di donna Elisa, la padrona di casa, si concludeva con la favolosa pastiera napoletana.

Non mi sono mai montato la testa. Ma sentivo di essere impegnato in qualcosa che vale, in una mission che esigeva una dedizione assoluta. Ho ancora il rimorso nei confronti della mia famiglia per aver dedicato gran parte della mia vita al munus publicum. Ma non mi rimprovero i miei lunghi viaggi in Ungheria, in Romania, in Polonia, negli USA, in Russia, in Cile, e da ultimo, in Somalia, in Albania ed in Mozambico, sempre come ambasciatore della lungimirante politica estera del PSI di Craxi. Ho partecipato, come gregario, alla ost-politik del segretario del PSI e del Presidente del Consiglio, rivolta ai fratelli separati dei Paesi dell’Europa Orientale, intessuta di dialogo con i governanti, ma accompagnato dal sostegno in favore dei dissidenti.

E adesso, dopo la “grande slavina” del 1994, dopo l’esilio di Craxi ad Hammamet (leggo con dolore le pagine angosciose del libro che raccoglie le amare riflessioni e racconta la vita triste dell’esiliato) noi, superstiti di quegli anni di gloria, cosa ancora possiamo fare non solo in difesa del nostro passato, ma a beneficio di questo sventurato paese, oggi e subito?

Intanto abbiamo fatto bene a rimanere uniti sotto il tetto di quella piccola casa che ancora si chiama PSI. Ed è benemerita la Fondazione Socialismo di Gennaro Acquaviva, che ricostruisce e valorizza la nostra storia. Ma questo heri dicebamus non basta e rischia di renderci prigionieri del nostro illustre passato, come sovente accade ai nobili decaduti. C’è molto nel nostro patrimonio che può servire a chi voglia operare, ora e subito, per uscire dal pantano della abominevole seconda Repubblica. Mi conforta la presenza nelle nostre file di molti giovani, che stanno con noi per ragioni di coerenza ideale, nella consapevolezza che noi vecchi non possiamo dire loro quello che Garibaldi diceva ai suoi soldati a Calatafimi: “Qui c’è gloria per tutti.”.

Possiamo soltanto dire che il futuro non ci sarà ostile. Spira un vento impetuoso sul sistema politico del bel Paese. Il cosiddetto amalgama non riuscito fra post-comunisti e post-democristiani “di sinistra” ha prodotto, in concordia-discorde con l’aborrito berlusconismo, ferite profonde nel corpo della Nazione: la recessione e il sotto-sviluppo, lacerazioni e danni difficili da riparare. Questo è il Paese che ci consegnano Prodi e Berlusconi, D’Alema e Veltroni; ma anche Gianfranco Fini, Antonio Di Pietro, Umberto Bossi e Bobo Maroni. Completo la lista con Pierluigi Bersani, con il quale ho avuto rapporti sempre improntati a cordialità. Ora intona il peana in onore di una “ditta” alle soglie del dissolvimento, perfino nella natia Bettola. E lo fa dall’alto del suo 25 per cento e dopo il penoso confronto in streaming con il comico Beppe Grillo: il pifferaio che ha adescato milioni di italiani, sdegnati dal bilancio di vent’anni di non governo, e di malgoverno.

Di fronte a queste macerie, non posso fare a meno di ricordare a me stesso il distico del mio amico Giovanni Spadolini: “Sotto la vituperata Prima Repubblica l’Italia ha raggiunto traguardi di civiltà e di benessere che mai aveva conosciuto nella sua storia”. In questo scenario politico terremotato, al cospetto di quella che – correttamente, a mio parere – Enrico Cisnetto sulle colonne di Terza Repubblica chiama “la liquefazione del PD, l’ultimo baluardo del vecchio sistema”, la nostra cultura politica, la cultura del socialismo liberale, e dunque la nostra “cassetta degli attrezzi”, può ancora servire, può essere di qualche aiuto per aprire finalmente un capitolo nuovo nella storia d‘Italia. Ha ragione Del Bue quando scrive che Renzi è talora (sovente?) insopportabile. Se Telemaco-Renzi avesse ascoltato gli eredi di Ulisse-Craxi non avrebbe partorito quell’obbrobrio che è il senatellum. E tuttavia Telemaco sta operando per liquidare i Proci della Seconda Repubblica. E in questa impresa non gli può mancare il nostro sostegno.

Fabio Fabbri

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