domenica, 28 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Il momento magico dei socialisti italiani

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Parlare di “momento magico” nella attuale situazione del nostro movimento, può apparire uno scherzo o una provocazione. E non solo perché viviamo in una fase, comune del resto a tutta la sinistra italiana, di debolezza elettorale e politica; ma anche perché questa dinamica è alimentata, in un terribile circolo vizioso, da una progressiva perdita della nostra identità e della nostra ragion d’essere.
Alla base di tutto, la convinzione – frutto di un machiavellismo deteriore, congiunto con una buona dose di opportunismo e condito con uno storicismo panglossiano – che la bontà di una scelta o la qualità di una rivoluzione si definisse in base al suo successo.
Una convinzione che ci si è ritorta contro, in una sorta di malefico boomerang, nel caso degli ex comunisti dopo la caduta del muro di Berlino e nel nostro, dopo il disastro della pseudo rivoluzione di Mani pulite. Portando gli ex comunisti, sempre beninteso protesi a seguire gli insegnamenti della storia, all’abiura anzi al rovesciamento delle loro precedenti posizioni ( occidente al posto dell’Urss, via europea al posto di via nazionale, Nord al posto del Sud, privato al posto del pubblico, capitani coraggiosi al posto dell’Iri e così via) sino al punto di non essere in grado di rappresentare e/o di rendere credibile la loro alternativa alla destra. E i socialisti a rispondere senza nemmeno pensarci sopra all’alternativa posta da Macaluso dopo la sconfitta del 2008 (“un partito socialista non può prendere l’1%; e, allora, se questo avviene, i casi sono due: o il socialismo è diventato invendibile o non valgono niente i suoi rappresentanti“) facendo propria la prima ipotesi. E coprendo il tutto, con la foglia di fico della parola “riformismo”, sino a dargli un significato opposto a quello storicamente codificato: non più la socialdemocrazia a misurarsi, nel quadro della democrazia liberale, con la conservazione e il potere esistente, ma l’identificazione sempre più stretta con questi ultimi, le loro politiche e le loro ideologia, sino alla perdita della nostra identità.
Ora, questa duplice resa accresce nel tempo la sua spinta propulsiva in un circolo vizioso che gira su sé stesso in un modo sempre più vorticoso. Per gli ex comunisti, il cannibalismo politico che porta alla ricerca affannosa di condottieri e di truppe “venute da fuori” a copertura di frontiere sempre più fragili, lo porterà a dipendere dai suoi soccorritori e dalle loro richieste, sino al crollo finale. Nel nostro caso, la perdita di ogni visibilità ci porterà a guardarci l’ombelico, accrescendo così frustrazioni, rancori, insieme a desideri di vendetta e di protezione. Diventeremo così una comunità senza un passato e senza futuro, capace non solo di porsi senza problemi al servizio del primo signorotto disposto ad accoglierci; o, peggio di rinnegare identità e collocazione politica, adottando quella di Renzi, Calenda e, perché no, di Berlusconi, nella sua nuova veste di padre della patria.
E però, non dobbiamo disperare. Perché l’esito finale non è affatto scontato. Perché, prima o poi, arriva sempre, negli individui e nelle collettività, il momento magico. Quello di Perlasca, fascista convinto, che vede gli ebrei incatenati e gettati nelle acque gelide del Danubio e dice “questo, no”. Quello dei cosacchi che, nel febbraio del 1917, non reggono alla vista delle donne disarmate che hanno di fronte a sé e gettano le armi. O quello delle primavere arabe, scatenate dalla vista di un povero ambulante che di fronte alle ingiustizie delle autorità si dà fuoco. O quello della prima intifada, esplosa di fronte alla vista di tre persone travolte e uccise dalla noncuranza di un guidatore israeliano. Tutte rivoluzioni impreviste e imprevedibili, come le infinite esplose nel corso della storia e cancellate dal sangue e, ahimè, anche dalla memoria. Mentre gli specialisti delle rivoluzioni guidate e accuratamente preparate, leggi i comunisti, ne hanno fatta e vinta solo una; grazie a circostanze straordinarie e irripetibili e non contro lo zar ma contro i loro compagni e fratelli grazie all’uso della violenza. E, successivamente, in occidente, sono stati maestri nell’arte di spiegare perché non andavano fatte.
E qui finisce il mio piccolo excursus. Un granello di sabbia. Un piccolissimo atto di riparazione per le tante rivoluzioni del ‘900, tradite, soffocate e poi dimenticate.
Fatte e rifatte tutte le debite proporzioni torniamo a noi. E cioè a quella riunione di una segreteria che, al termine di una discussione senza esclusione di colpi ha imposto (è il caso di dirlo) al nostro rappresentante in Parlamento (dico nostro da apolide; ma anche convinto che i semi della rinascita possono fiorire dappertutto) di votare a favore del governo. Nessuno lo sa. Nessuno ne ha parlato. Perché da anni e anni nessuno riesce a sentire la nostra voce; ad un punto tale che persino Federica Sciarelli parla più di noi.
Però, credetemi, la nostra piccolissima vicenda può essere testimonianza di quel momento magico di cui abbiamo parlato. C’è la reazione del “non oltre” di fronte ad una degenerazione giunta ormai oltre i limiti di tollerabilità ( una comunità in cui il primo che passa può dire e fare ciò che vuole; un’identità affidata a personaggi che con il socialismo non hanno proprio nulla a che fare; la perdita del senso di appartenenza, fino a considerare nostro nemico principale la sinistra e non la destra). E, conseguentemente, c’è in nuce il recupero di un percorso segnato e sognato da generazioni di compagni del tempo che fu. Non la fuga verso un orizzonte; ma il ritorno alla semplice socialdemocrazia.
C’è; ma non è ancora detto che il seme gettato possa nascere e fiorire. Dovete sapere, dovete sentire che tante persone, in questo nostro paese certamente migliore della sua classe dirigente, sono disposte a riprendere il cammino assieme a voi e in tutte le forme possibili.
A voi, però, il compito di uscire dalla stanza chiusa in cui state soffocando, di aprire la finestra e di parlare. E’ semplice; anche se non facile.

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