venerdì, 26 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

“Il mondo sulle spalle”: una ditta e un bimbo da salvare

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Un bimbo che cresce con dei sani principi, una ditta che rinasce grazie all’impegno di un uomo onesto, un nuovo regista scoperto. Tutto questo l’esito che scaturisce dalla messa in onda del film “Il mondo sulle spalle”, per la regia di Nicola Campiotti. Ispirato a una storia vera, vedeva l’esordio alla regia del figlio d’arte. Nicola, infatti, è figlio del più noto Giacomo Campiotti (regista di “Liberi di scegliere” e di “Braccialetti rossi”). E la sua conduzione dietro la macchina da presa è assolutamente buona. Lineare, riesce a fare un prodotto esaustivo senza dilungarsi troppo, quindi senza che il film risulti troppo lungo o appesantito da passaggi superflui. Usa tutti gli stratagemmi possibili affinchè il messaggio arrivi bene. Innanzitutto l’inizio, in cui contestualizza subito e spiega immediatamente l’origine del titolo e il suo significato. Il protagonista è interpretato da Beppe Fiorello, che veste i panni di Marco Parisi. In realtà è un nome di fantasia che rappresenta la vicenda personale e reale di Enzo Muscia. Un operaio che, dall’oggi al domani, vede chiudere la sua ditta e prova a ‘salvarla’, riscattandola, comprandola e cercando man mano col tempo di riassumere tutti i suoi colleghi licenziati. Non solo tenta di non far fallire la ditta, ma la rinnova e la modernizza, portando quell’innovazione che conduce all’efficienza. Con coraggio corre un rischio enorme, come quello di perdere la sua casa, che aveva dovuto ipotecare come garanzia per avere il finanziamento dalla banca necessario all’acquisto della sua ditta. Anche quando ne diventerà il capo e il proprietario, continuerà ad indossare il camice come ogni operaio della stessa e ad adoperarsi alacremente, con le mani e con la testa, per cercare di compiere un’impresa del genere, che dir miracolosa è poco. Le difficoltà e le insidie saranno molte. Da qui uno spunto anche per gettare uno sguardo (e una denuncia a tratti) sul mondo del lavoro, sul precariato giovanile, sulla disoccupazione e su un mercato della concorrenza spietato, che favorisce le multinazionali a scapito delle piccole e medie imprese. Improntarsi imprenditore per lui non sarà semplice, anche perché nessuno credeva nel progetto di riscatto che lui riesce ad intravedere. Tutti la ritengono una mera follia, quasi un suicidio per così dire; ma la forza e la potenza della disperazione – si dice – non hanno limiti e possono far compiere qualsiasi gesto; anche il più assurdo apparentemente. Dopo essere stato sul palco dell’Ariston al Festival di Sanremo, per duettare con Paola Turci in “L’ultimo ostacolo”, Beppe Fiorello ha presentato il film intervenendo al Tg1. L’attore, non solo ha sottolineato l’esordio alla regia del giovane Nicola Campiotti, un evento già in sé; non solo ha voluto evidenziare la portata simbolica della storia, ma ha voluto fare anche una profonda riflessione: “con il suo gesto Enzo Muscia (Marco Parisi nel film) è stato un padre per i suoi colleghi. Un esempio di coraggio perché non ha dato loro solo lavoro, ma anche dignità, perché senza lavoro non c’è dignità”. Non c’è bisogno di aggiungere altre parole a commento di questo pensiero quanto mai pregnante. Anche l’attrice Sara Zanier (che interpreta nel film la moglie Carla), a “I soliti ignoti” condotto da Amadeus, ha ribadito la fortuna, la soddisfazione di partecipare a un simile film, così attuale e così vero. Ma non è solo la valida interpretazione, moderata e mai sopra le righe, ma assolutamente calzante, dei due attori protagonisti a fare la differenza nella riuscita del film; ma anche la sceneggiatura e la regia di Campiotti danno valore aggiunto a una trama che assolutamente si reggeva bene in piedi già da sola. Andiamo a vedere quali sono tutti gli effetti di cui si serve Campiotti per andare a segno. Innanzitutto parte forte con il primo piano del protagonista, che ci fa entrare subito nel suo stato d’animo, quasi di frustrazione di chi è messo spalle al muro, non ha alternative, ma è costretto a compiere scelte importanti che avrebbero inciso profondamente sulla sua esistenza e non solo. Infatti il primo piano di Beppe Fiorello ci spiega il significato del titolo, il senso di quel “il mondo sulle spalle” che dà avvio a tutto. Per lui era arrivato il momento decisivo nella vita in cui si deve compiere una scelta importante, che mai pensava lo avrebbe riguardato: “avrei dovuto fare una scelta che avrebbe cambiato per sempre la mia vita, quella dei miei colleghi e della mia famiglia. È stato come se, in quell’attimo, avessi preso tutto il mondo sulle spalle”, il peso del senso di responsabilità che sente per sé, per gli amici, per la moglie e per il figlio. Una sensazione anche opprimente, ma lui decide di non soccombere, anche se rischia di perdere la casa, gli affetti più cari e anche l’amicizia dei colleghi più stretti. A volte questo coraggio potrebbe non bastare, ma lui è deciso a non mollare e vuole credere fermamente che un cambiamento sia possibile.

Oltre questa apertura ad effetto potremmo dire, possiamo notare altri strumenti, cui ricorre il regista, ugualmente molto efficaci. Innanzitutto, nel momento focale del film, nella fase centrale in cui c’è un cambiamento drastico e netto nell’esistenza di Marco, il regista decide di sottolinearlo con la musica, per il resto quasi assente nel film. E poi il continuo ricorrere a salti temporali facilita l’evidenziazione dei passaggi emblematici della vita di Enzo Muscia messa nel film. Oppure il finale, in cui inserisce la foto vera di Enzo con i colleghi, che ha riassunto della ditta A Novo Italia (che nel film è la Novatek), come una foto di famiglia di gruppo; o quella insieme a Beppe Fiorello. E che dire poi dell’immagine che raffigura Enzo insignito dal presidente Sergio Mattarella, il 2 febbraio del 2017, del riconoscimento dell’Ordine di Merito della Repubblica Italiana? Un ‘premio’ che finora è spettato solo a pochi altri (circa 39 gli “esempi di civiltà” decretati); la motivazione è stata “l’impegno nella solidarietà e nell’integrazione, per essersi battuti per l’inclusione sociale, la cultura, la legalità e il contrasto alla violenza”. Non solo, ma anche le immagini vere dei servizi televisivi dei telegiornali che mostrano le proteste di operai scesi in piazza per ribellarsi ai soprusi di un’ingiustizia, dopo essere stati licenziati o messi in mobilità o in cassa integrazione. Non solo; ma nel finale, riprendendo le parole al Tg1 di Beppe Fiorello, Nicola Campiotti ricorda che l’articolo 1 della Costituzione cita testualmente che: “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Ed ancora il fatto che alla conclusione vi sia un tema scritto dal figlio Davide, quasi una lettera sul padre, letto dal ragazzo, in cui ricorda l’insegnamento che gli ha dato quando gli ha detto di tenere sempre a mente che “gli operai non sono cose, ma hanno un nome”, cioè sono persone che vanno sempre rispettate. Infatti il film insegna il rispetto per il lavoro umano. La scelta più indovinata e fortunata, forse, del regista è però l’intera impostazione del film; non solo nelle riprese, ma nell’associare specularmente la vita del figlio Davide a quella della ditta, quasi quest’ultima sia appunto come un bimbo da salvare, crescere, accudire, allevare e rafforzare, sviluppandone tutte le potenzialità, in nome di sani principi morali e dell’onestà. Pian piano scopriremo tutte le analogie evidenziate.

Intanto cominciamo col notare anche l’analisi critica sottostante, velata ma chiara, effettuata nel film al mondo del business e che mostra tutte le lacune preoccupanti di un mondo del lavoro seriamente a rischio e molto compromesso. “Il mondo sulle spalle” si avvia con una considerazione importante. Siamo a Torino, nel maggio del 2008 (quindi l’attualità del periodo favorisce sicuramente l’immedesimazione): “l’Italia non è un Paese per giovani: le cose te le devi guadagnare e se non hai esperienza non hai speranze” si dice; quindi quasi non si investe sul futuro diciamo, non ci sono prospettive né speranze di costruirsi una possibilità per il domani, di crescita. Il mondo del lavoro è più sfruttamento a basso costo, in cui gli straordinari non vengono pagati, ma le altre pretese sono tante ed elevate: le consegne del lavoro devono avvenire in tempi assurdi e impossibili. Ma Marco è un esempio per i colleghi anche in questo, sempre pronto a lavorare fino a tardi, fino a notte fonda e inoltrata, ben oltre l’orario di lavoro e della fine del proprio turno, più di quanto vorrebbe, solo per etica professionale, in nome della correttezza e dell’onestà che hanno sempre guidato le sue azioni. Per questo è ben visto anche dai clienti, che sa ‘tutelare’ ed accontentare, grazie al suo spirito di dedizione: “per noi lei è una priorità e, se c’è da fare nottata per risolvere il problema al suo computer, si farà”, dice ad un cliente. Infatti la Novatek si occupava prettamente di riparazione ed assistenza. Il mondo del lavoro, però, è anche spesso formazione richiesta, competenze sempre più specializzate che i datori vogliono. Perciò Marco fa anche un corso aziendale di inglese formativo. Intanto, parallelamente alla sua vita lavorativa, c’è anche quella sentimentale che si va delineando. Infatti conosce Carla, entrambi divorziati, capiscono subito di essere perfetti l’uno per l’altra; il loro è un colpo di fulmine; mentre, intanto, arriva – come un fulmine a ciel sereno – la chiusura della Novatek e il licenziamento in massa di tutti i suoi operai. Il licenziamento viene visto come una forma di “ristrutturazione del debito”, anche se è una misura poco corretta e persino poco legale. Intanto passano due anni e nasce il loro figlio Davide, ma ha un soffietto al cuore e complicazioni cardiache che li costringono a restare a lungo in ospedale. Il bimbo combatte, tra la vita e la morte, giorno dopo giorno, come Marco e gli altri alla Novatek. Il suo destino sembra nelle mani di Dio, come quello dei colleghi del padre, che – più che altro – sono nelle mani del mercato, poiché servirebbe un acquirente che riscatti la ditta per ‘salvarla’. Ma nessuno si fa avanti, laddove tutto è quantificato in mero valore economico e finanziario e non umano. Non si pensa, come ritiene Marco, che “il valore di questo posto è la gente che ci lavora, ma non importa nulla a nessuno” di questo. C’è una proroga di un anno, durante il quale la ditta resta ancora aperta e attiva, ma solo per venti persone. Spetterà a Marco prendersi tutta la responsabilità di fare quei venti nomi, di chi si ‘salva’, chi è ancora dentro e chi fuori. La lista nera quasi, che significa perdere tutto o sopravvivere, restare aggrappati a un briciolo di speranza di ‘resurrezione’ quasi, di ‘rinascita’. Nonostante questo, Marco non perde mai la lucidità, la calma, la fiducia e l’ottimismo, anche nella sofferenza e stremato dal dolore di veder perdere e andare via molti amici. “Andrà tutto bene, non ti preoccupare, ci penso io”, continua a dire alla moglie e quasi a ripetersi per farsi coraggio e forza. Ma si è cimentato in un’impresa più grande di lui e sono pochi quelli che capiscono e che hanno fiducia in lui; nessuno comprende come mai possa tenere tanto alla Novatek, quando lo ha mandato a casa in un nonnulla, senza neppure una spiegazione e motivazione plausibile e giustificatoria. E l’altro stratagemma, assolutamente originale, usato a questo punto da Campiotti è far sentire i pensieri degli operai licenziati, degli amici di Marco, che affollano la loro testa, che aiutano a calarsi nella disperazione di questa povera gente. E poi lo slogan mostrato fuori dalla ditta: “senza lavoro non c’è futuro”, nulla di più esplicito. Pur nella disperazione e nello sconforto più totali per l’appunto, loro si rendono ben conto che stanno cercando di metterli l’uno contro l’altro e cercano di restare umani, ma è difficile quando si devono difendere i propri bisogni più estremi ed indispensabili (come quello di un lavoro per mandare avanti la propria famiglia). Non è solo un’ingiustizia, come ritiene Marco, ma è anche una vera e propria emergenza (sociale verrebbe da dire). Si tratta di gente che non chiede poi molto dalla vita: anche Marco vorrebbe solo un lavoro e poter tornare a casa con Davide e Carla.

Intanto passano altri tre mesi e ci sono sviluppi sia nella salute di Davide che nella storia della ditta. Ora suo figlio è un bimbo forte, che assomiglia tanto a suo padre: non molla mai e ottiene sempre quello che vuole. Meno felice, semplice, facile ed ottimistica è la situazione invece alla Novatek, ma anche lì non si molla e si cerca di andare avanti e progredire, persino di evolversi. La primavera fiorisce nel frattempo e anche Davide può finalmente tornare a casa dall’ospedale; ma, nel frattempo, è anche passato l’anno ‘sabatico’ di margine che avevano per cercare di ‘salvare’ la ditta. Ma lo sforzo, l’impegno, il coraggio, la dedizione, l’umiltà, la passione e l’onestà di Marco non sono stati sufficienti, anche perché molti colleghi si sono sentiti traditi da lui, che non li ha inseriti nei venti ‘fortunati’. Non è stato abbastanza, si rischia veramente ora di chiudere, di vedersi essere buttati via, come tanti camici bianchi a terra. Una sua collega, Maria, è molto esplicita al riguardo: “noi non siamo niente per quelli ai piani alti” e così ti ritrovi per strada da un giorno all’altro. La stessa Maria che, dopo il licenziamento, si arrabatta a fare tanti lavoretti per racimolare il necessario per arrivare a fine mese (come tanti altri). Ma Marco non può credere che sia davvero finita, che non si possa più fare nulla, che non ci sia più nessuna possibilità. Effettivamente una soluzione ci sarebbe, l’unica chance che hanno è che qualcuno acquisiti la Novatek: già, ma chi? Lui è ancora convinto che il lavoro sia un diritto di tutti e non ha più paura di nulla perché ormai non ha più nulla da perdere in fondo. Lui vuole solo creare lavoro e così è pronto a improntarsi imprenditore e ad acquistare la Novatek ipotecando la sua casa. La moglie, ovviamente, appena lo viene a sapere, si arrabbia molto perché non glielo ha detto prima; ma Marco ricontatta tutti i suoi ex colleghi e li richiama a lavoro. L’obiettivo è fare profitto per riassumere tutti i 350 dipendenti che aveva la ditta inizialmente. Ma ha bisogno di tutta la sua ostinazione per non demordere e di tutto il sostegno e l’aiuto degli amici per superare gli infiniti ostacoli che si trova di fronte: tassi usurari sui finanziamenti, contratti che non gli vengono rinnovati dai clienti e, per mantenerli, è costretto a innovare la produzione; la speranza è in un nuovo bando d’appalto, ma anche gli interventi per rispondere ai connotati richiesti hanno dei costi paurosi, e per fare gli adattamenti strutturali rispondenti al regolamento c’è solo una settimana di tempo per mettere tutto a norma. Un’impresa impossibile. Ciononostante lui è ancora convinto che quella sia la cosa giusta da fare, anche se ha avuto paura e gli tremava la mano quando firmava il contratto di finanziamento; lui continua a ripetersi che se Davide ce l’ha fatta anche lui ce la farà e la moglie lo ritiene un egoista per usare il nome del figlio per giustificarsi e per aver tolto loro l’unica certezza che avevano: la casa, che ha utilizzato per salvare una ditta fallita. Tuttavia, con l’entusiasmo e la serietà che lo hanno sempre caratterizzato, ritroverà la stima e la fiducia di colleghi, amici e della moglie, che lo aiuterà. Agli amici dice che è “un pazzo che ci crede” ad averla comprata e a loro dà un’unica regola nella ditta: non dire mai ‘non ce la faccio’. Il suo vero asso nella manica, però, è stato credere e trattare quelle persone per quanto effettivamente valevano; al giovane Simone dice di valere molto di più di una slot machine, in cui investe quel poco che ha inseguendo la fortuna e sfidando la sorte sperando gli dica bene, giocando d’azzardo; per superare le difficoltà arrivano persino tutti a tagliarsi lo stipendio per risolvere il deficit economico, perché ora sono più che mai “una famiglia”; mentre inseguono il sogno di vincere un appalto. Onesto e in gamba sempre, fino in fondo, fino all’ultimo, ma anche questa sua alacrità può non essere abbastanza per il raggiungimento dell’obiettivo. La potenza della disperazione, però, non va sottovalutata. E quello che si può raggiungere, credendoci, è ben più grande persino di quanto ipotizzato o sperato: come si perde spesso tutto insieme, si può guadagnare tutto in una volta. Così la risposta dell’esito dell’appalto arriva proprio quando suo figlio Davide per la prima volta lo chiama papà. Sarà un sì o un no? Ma Marco capisce di aver già vinto comunque, perché ha tutto ciò che gli serve (il calore di una famiglia) e non sarà mai più solo a combattere nelle avversità della vita. Tuttavia questo è anche un altro dei momenti in cui ha “il mondo sulle spalle”, perché sente il peso di quella risposta, di cui deve rispondere (con un gioco di parole) anche a chi gli è accanto. Se la parola pronunciata da Davide può essere tanto ‘papà’ quanto ‘pappa’ è perché l’amore nutre, alimenta il mondo e il nostro animo (il nostro coraggio e la nostra caparbietà persino), perché è quello che gratifica e fa sentire vivi, quasi come rinascere una seconda volta (come la ditta). E questo è quello che resta indelebile nei cuori e nelle menti della gente con cui interagiamo, perché insieme si può tutto, anche vincere e, seppure si perdesse, non si uscirebbe mai sconfitti ma a testa alta, consapevoli di aver dato tutto e fatto tutto il possibile. Infatti nel pensiero di Davide è ben chiara l’unione e la complicità, la solidarietà vincente che c’è stata tra i colleghi della Novatek: nel suo tema descrive suo padre come “una persona simpatica e coraggiosa”, in grado di raggiungere traguardi e obiettivi importanti; il bimbo confessa di non sapere come abbia fatto, ma dice di esserne contento e convinto che indispensabile, comunque, per il raggiungimento sia stato anche l’aiuto dei suoi amici. Una volta di più, dunque, l’unione fa (o ha fatto) la forza. Sempre.

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