martedì, 12 Novembre, 2019

Il muro al contrario

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Le prime pagine dei principali quotidiani aprono oggi sulla visita in Ungheria del Ministro dell’Interno, nonché Vice premier, Matteo Salvini. La missione, ufficialmente rivolta nei confronti dell’omologo Ministro magiaro, ha avuto in realtà una forte valenza politica, culminata nella “passeggiata” che Salvini ha compiuto assieme al premier ungherese Viktor Orbán accanto alla recinzione di filo spinato, a tratti elettrizzato, che separa il confine tra Ungheria e Serbia. Come noto, tale costruzione, iniziata diversi anni fa e completata di recente, è diretta all’obiettivo di bloccare la c.d. “rotta balcanica” dei migranti che provengono, via Turchia, dal Medio oriente o dall’Africa, e che si pone come alternativa rispetto alla “rotta del mare”.

L’episodio fa impressione. Vedere il numero due (o numero uno?!) del Governo italiano elogiare una barriera non può non destare diversi sentimenti.
In primo luogo, sentimenti di umana solidarietà verso le centinaia di migliaia di persone che subiscono la chiusura di quell’attraversamento. Tutto questo avviene nel cuore dell’Europa e proprio in un Paese che assieme ad altri pagò a proprie spese gli effetti dell’allora “cortina di ferro”.

In secondo luogo, sentimenti di incomprensione. Questa visita, infatti, pone l’Italia in un rapporto privilegiato con l’Ungheria, uno Stato contro il quale la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione per violazione di alcune libertà fondamentali, e che Orban stesso definisce un esperimento di “democrazia illiberale”. Può l’Italia dialogare con un Paese a rischio di tenuta democratica? E soprattutto, giova all’Italia stabilire simili relazioni?
La gravità dell’episodio di ieri trova traccia in alcuni commenti, anche se da più parti si tende a minimizzare l’accaduto, derubricandolo ad una iniziativa propagandistica. A ben guardare, però, le cose stanno diversamente. Primo, perché il Ministro dell’Interno in visita ufficiale all’estero, incontrando Orban ha, di fatto, esercitato i poteri spettanti al responsabile della Farnesina e allo stesso Presidente del Consiglio, senza che nessuno a Palazzo Chigi abbia alzato la voce. Secondo, perché se il disegno dell’Esecutivo è quello di promuovere a livello europeo misure di maggiore contrasto all’immigrazione nonché di redistribuzione dei migranti tra i vari Paesi, allora il partner adatto non potrà mai essere chi, come l’Ungheria, privilegia misure squisitamente domestiche e che, quindi, mai accetterebbe, ad esempio, una revisione del trattato di Dublino che lega il migrante alla permanenza nel Paese di primo approdo.

Infine, sullo sfondo si materializza una sensazione di disagio nell’assistere alla celebrazione di nuove barriere alla libertà di circolazione a trenta anni esatti di distanza dalla caduta della più famosa – benché non l’unica – di quelle barriere, il muro di Berlino.
Ecco perché il muro d’Ungheria appare come una sorta di “muro al contrario”, costruito da chi per decenni ha lottato contro l’altro muro, ma che adesso invoca protezione al proprio interno usando metodi molto simili a quelli un tempo combattuti.
E ciò non fa che confermare l’antica massima secondo cui la storia non si ripete mai alla stessa maniera, perché da tragedia può tramutarsi in farsa. Una farsa dolorosa per l’Europa. Che una parte della nostra “piccola” Italia sembra assecondare.
Un motivo in più per impegnarsi e sperare il prossimo 26 maggio nella vittoria elettorale di una prospettiva più forte per l’Europa. E quindi, per tutti noi.

Vincenzo Iacovissi

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