venerdì, 6 Dicembre, 2019

Il business farmaceutico della malavita tra morte e dolore

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La nostra storia comincia in una sala d’aspetto del reparto Oncologico dell’ospedale fiorentino di Careggi in una mattinata caldissima del 4 luglio del 2019. Anche se era una giornata estiva in quel reparto tutto aveva lo stesso colore, le mura, la luce artificiale, le sedute ed anche i volti dei 25 degenti in attesa della chemioterapia. Sembrava la solita mattinata ma alle ore 9,45 la caposala uscì di corsa con un foglio in mano, era un comunicato della direzione sanitaria che informava i pazienti che tutte le terapie chemioterapiche erano state sospese per assenza del farmaco ”la mitomicina”. Una notizia che sconvolse tutti medici e pazienti perché interrompendo terapie che prevedono questa molecola si rischia di veder pregiudicato il percorso di guarigione. Appena si diffuse tale notizia arrivò anche una dura reazione del presidente della Regione Enrico Rossi, che accusò le multinazionali del farmaco di mettere in atto azioni di speculazione sulla pelle dei pazienti con il solo fine di aumentare i guadagni economici personali denunciando presso la stampa il problema del mercato parallelo dei farmaci.
Ma quel giorno in cui il Governatore Toscano denunciò a mezzo stampa il fenomeno del commercio parallelo dei farmaci avvenne un altro evento importante per la nostra inchiesta. Siamo sulla A16, in direzione Cerignola Ovest, Sono le 4.30 del mattino del 4 luglio e non passa un’auto. Degli uomini in tenuta militare attendono nascosti dietro il guard rail. L’assalto è stato organizzato da tempo. Conoscono tragitto e targa del tir, ma soprattutto hanno tra le mani la lista del carico che trasporta: farmaci antitumorali e – in minima parte – medicinali da banco. Il volto coperto. Tra le mani fucili e mitra. Appena vedono da lontano arrivare i mezzi scattano in azione. Gli autisti riescono a percepire solo qualcosa di anomalo prima che l’assalto paramilitare venga messo in atto. In pochi minuti riescono a fermare i mezzi utilizzando barre chiodate i conducenti scendono con le mani alzate. Gli assalitori sequestrano l’autotreno e percorrono dieci chilometri esatti. Si fermano in una strada di campagna, utilizzano cesoie idrauliche per smembrare il cassone e lasciarlo vuoto. Un bottino da un milione di euro. Ad agire è un commando assoldato da un’organizzazione criminale che sa dove piazzare i farmaci e come reimmetterli nel mercato europeo del “parallel trade” farmaceutico. In sé legale, ma facile da infiltrare grazie a meccanismi di falsa fatturazione e operatori disinvolti. Due storie e due luoghi diversi tra loro ma con gli stessi protagonisti il malaffare e la vendita di farmaci . Le rapine sembravano essersi fermate dopo la prima crisi, quella esplosa tra il 2012 e il 2014, grazie all’operazione internazionale, soprannominata Volcano e coordinata dall’Agenzia italiana del farmaco. Non solo assalti ben studiati agli autotrasportatori, ma anche furti mirati agli ospedali. In Italia tra il 2006 e il maggio del 2014, un ospedale su 10 ha registrato furti di farmaci con una perdita media di circa 330 mila euro per ogni colpo andato a segno, soldi e medicinali sottratti al sistema sanitario nazionale. Il 55 per cento erano antitumorali. Nell’inchiesta, partita nel 2014 collegata ai 14 filoni della operazione Volcano, è emerso un legame tra le organizzazione criminali dei farmaci, il clan Licciardi ,potente e spietata famiglia della camorra napoletana e la n’dragheta calabrese . Nelle intercettazioni telefoniche si parlava di soldi: cifre su cifre per poter operare nel loro territorio. Secondo la difesa si trattava “solo” di pizzo, per l’accusa di un legame tra i grossisti e il clan camorristico. In questa inchiesta coordinata dal pm Diana Russo si ricostruiscono le filiali aperte all’estero dall’organizzazione, e identificate da Aifa e dalle altre agenzie del farmaco europee come illegali: Cipro, Ungheria, Lettonia, Romania. Slovacchia e Slovenia. Qui venivano emesse le fatture false, i medicinali da rubati venivano trasformati in perfettamente legali, senza lasciare i capannoni di stoccaggio con sede in Campania e il nullaosta operativo della famiglia Licciardi. Le farmacie di collegamento erano quasi tutte di Napoli o Nola. I salvavita venivano poi rivenduti al mercato tedesco da grossisti compiacenti, come LunaPharm, togliendo così ai pazienti italiani le cure necessarie e rivendendo invece a quelli tedesche medicinali inefficaci o persino letali. L’inchiesta finisce davanti all’Ema (Agenzia Europea per i medicinali) con Aifa che mette in allerta e la Germania con un libro bianco sul caso. Sempre nell’inchiesta si scopre che i medicinali rubati in Italia di solito venivano portati in Grecia e in Turchia, passando per un sistema di fatturazione “a scatole cinesi” tramite filiali fittizie aperte nei paesi dell’Est Europa. In alcuni casi i farmaci venivano etichettati nuovamente per mascherare la loro provenienza, in altri ceduti senza riconfezionarli. L’ultimo passaggio è la vendita agli importatori in Germania, dove la legge impone alle farmacie di comprare dal “parallel trade” almeno il 5 per cento dei medicinali un vero e proprio business per i clan. Scoperta e ricostruita la mappatura inizia una vera e propria collaborazione tra la Procura Italiana e quella tedesca scoprendo che dietro al business dei farmaci esisteva un vero e proprio il patto affaristico tra camorra e n’dragheta.
I clan calabresi sono una sicurezza in germania, strutturati e ben organizzati, sono da tempo presenti sul territorio tedesco. Un porto sicuro, visto che lì non esiste il reato di associazione mafiosa. Sono loro, insieme alla camorra campana, ad agire sotto traccia. E non è un caso che in Calabria i megafurti di farmaci nell’ultimo periodo siano aumentati: cinque accertati solo negli ultimi due mesi.
Più in generale, rapine e stoccaggi avvengono soprattutto nel sud Italia: tra Campania, Calabria, Sicilia, la provincia di Foggia e quella di Bari. Il meccanismo è studiato ad hoc: si infiltrano tra il personale delle strutture sanitarie o corrompono quello già in servizio. Come quello alla farmacia dell’ospedale Gravina di Caltagirone (Catania), dove il 21 aprile scorso sono state rubate centinaia di confezioni di farmaci chemioterapici. Sono entrati nei locali a notte fonda e hanno svaligiato solo uno dei tre frigoriferi presenti, quello contenente – appunto – i chemioterapici. Nel distretto socio-sanitario di Bitonto (provincia di Bari), il 9 luglio scorso sono state portati via 470 mila euro di anti-tumorali. Anche in questo caso sapevano dove andare a cercare. Un altro colpo a San Marco Argentano (Cosenza) e questa volta la cifra è più bassa: 90 mila euro. Ma il centro Italia non rimane immune alla razzia: è il 19 maggio scorso quando gli operatori sanitari spalancano le porte del mega deposito dell’Estar in via Genova a Grosseto e si accorgono che mancano tre milioni di medicinali, quasi tutti destinati ai malati di cancro. Un furto studiato in ogni dettaglio, dai sistemi di sicurezza fino alle abitudini di chi vive vicino al deposito. Hanno agito nell’unica zona d’ombra dei sensori antifurto. Per gli assalti ai tir si appoggiano alle bande specializzate locali, generalmente provengono da Barletta Trani ed Andria veri specialisti di assalti a portavalori e tir. Per cercare di bloccare tale fenomeno Aifa oggi chiede tramite Domenico Di Giorgio, Dirigente Area Ispezioni e Certificazioni, una modifica delle Normativa Ue per la vendita dei farmaci in germania «I prezzi alti e il vincolo normativo al “parallel trade” fanno sì che lì operino molti trader, tra i quali una minoranza che acquista senza controllare le fonti. Bastano loro a rendere il paese un magnete per prodotti illegali, mettendo a rischio sia i pazienti italiani sia quelli tedeschi, e diventando sponsor di reti criminali che generano ovunque furti e rastrellamenti, danneggiando i sistemi sanitari di tutta Europa». Inoltre sempre l’Aifa chiede reati specifici, per contrastare tale fenomeno ed il riconoscimento di associazione a delinquere «mancano sanzioni specifiche , dichiara Di Giorgio, gli oltre 80 arresti italiani , dell’operazione Volcano, hanno portato a condanne gli imputati solo per reati comuni come rapina e semplici furti. Pensate che , addirittura , gli operatori che compravano farmaci da canali chiaramente sospetti, all’estero sono stati trattati addirittura come vittime».

Francesco Brancaccio

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