mercoledì, 24 Luglio, 2019

Il ‘nuovo’ Simone Cristicchi dopo il successo di ‘Abbi cura di me’

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Intervista a Simone Cristicchi, impegnato nella preparazione della sua tournée musicale con “Abbi cura di me tour”. Uno dei prossimi importanti appuntamenti live sarà proprio con il concerto del prossimo 19 maggio, all’Auditorium Parco della Musica a Roma. Recente la sua raccolta “Abbi cura di me”, uscita l’8 febbraio scorso. Nella track list compaiono brani quali: “Abbi cura di me”, che ha ricevuto il Premio “Sergio Endrigo” alla miglior interpretazione, assegnato dalle Sale Stampa dell’Ariston e Radio-Tv-Web del Palafiori; e il Premio Giancarlo Bigazzi per la miglior composizione musicale assegnato dall’Orchestra del Festival. Poi l’inedito – per lui molto significativo – “Lo chiederemo agli alberi”; che coi due simboli dell’albero (che, con le sue radici forti, resiste nel tempo alle intemperie e alle tempeste) e dell’allodola (che canta sempre gioiosa, accontentandosi umile di poche briciole), che “siamo parte di un disegno più grande della realtà”, di cui dobbiamo sentirci parte e che – dunque – dobbiamo custodire la bellezza del mondo che ci circonda, della natura.

Ora l’approdo a una location prestigiosa quale l’Auditorium, ne sancisce un ulteriore passo in avanti nei traguardi raggiunti. Se lui, poi, continuerà a veicolare tali temi anche tramite il teatro, non meno lo fa invitando a restare umili, perché l’umiltà è il segreto del successo, la forza che rende vincenti appunto, che fa sentire realizzati e che permette di poter realizzare i propri desideri. E l’umiltà (proprio come nello spettacolo teatrale “Manuale di volo per uomo”) è al centro della canzone della sua raccolta “La cosa più bella”: qual è? Restare umili e godersi l’immensità e la gioia racchiusa nelle piccole cose semplici della vita, quali un sorriso di una donna, della propria amata – ad esempio – che ci illumina e irradia felicità.
Ma gli eventi del mondo lo toccano molto da vicino. Così dedica “Laura” all’attrice Laura Antonelli; o all’esodo istriano, fiumano e dalmata in “Magazzino 18”; da essa è nato anche l’omonimo suo spettacolo teatrale (del 2013, il suo quarto spettacolo teatrale), che lo renderà noto anche all’estero e che ha registrato tutto sold out nelle circa 250 repliche che ne ha fatte. Cristicchi vuole difendere tutto quello che è arte e cultura, bellezza; perciò dedica ad esse un brano quale “Angelo custode”, in cui quasi le umanizza e dà loro sembianze umane, che il protagonista (Angelo, custode di un museo di arte antica) vuole custodire gelosamente per sé.
Arte è anche quella di scrivere una canzone: ci sono diversi modi di farlo, ma soprattutto con differenti scopi e intenti; per esempio per il successo, seguendo le mode e le richieste standardizzate del pubblico, soprattutto dei più giovani; oppure in modo impegnato per uno scopo civile. In “Fabbricante di canzoni”, mostra quanto un musicista e un cantautore siano fabbricanti di arte, artigiani di cultura, se lo fanno pensando a un obiettivo sociale. La deriva sociale e civile cui è approdato il nostro Paese è al centro de “L’Italia di Piero”, per quanto voglia infondere una verve comica.
La vita e la visione di padre (di due bimbi, Tommaso e Stella) ovviamente non ha fatto che arricchire la sua sensibilità e nutrire la sua curiosità per esperienze sempre nuove e diverse. La delicatezza con cui si approccia è quella che deriva dal senso di responsabilità per essere genitore, per dover proteggere la famiglia che ha costruito con la sua Sara. È questa la felicità? Allora non poteva non arrivare ad occuparsi anche di questo. E lo fa con il documentario, per la regia di Andrea Cocchi presentato al Festival di Sanremo: “Happy Next – alla ricerca della felicità”.
Con un passato da obiettore di coscienza e poi da volontario, in centri d’igiene mentale, in manicomi ed ospedali psichiatrici, sono sempre più ricche le esperienza fatte da Simone Cristicchi. Quattro libri pubblicati con Mondadori, sette spettacoli teatrali di successo, repliche su repliche collezionate. Questo il suo passato e il suo presente, in cui è tornato ai concerti live dopo sei anni di assenza. Quale il suo futuro? Un tour e poi di nuovo a teatro.

Simone: prima a Sanremo, poi a teatro con “Manuale di volo per uomo”, poi l’impegno della scrittura dello spettacolo teatrale “Marocchinate”; ora anche il tour musicale: come sei ritornato alla musica, in questo che è quasi un cerchio che, con la sua struttura circolare, riparte appunto da dove tutto è cominciato?
Con questo tour torno alla dimensione musicale dopo un lungo impegno a teatro. Il concerto risentirà molto di questa mia attitudine teatrale. Molto ha fatto e influito in questo “Abbi cura di me”, che mi ha convinto a tornare in tour per l’entusiasmo ricevuto; c’è stata una vera e propria ondata e valanga di gradimento e gratitudine dopo la mia esibizione a Sanremo, che mi ha spinto a costruire questo concerto a cui sto lavorando e che sto provando in questi giorni. Dopo averla cantata (“Abbi cura di me” ndr) sul palco dell’Ariston molte persone si sono precipitate a teatro per vedere lo spettacolo (a cui si ispirava, “Manuale di volo per uomo” ndr), che era già in tournée. Il monologo finale dello spettacolo è come fosse una partitura musicale del resto. La recitazione del monologo ha molta attitudine musicale diciamo, ha a che fare e vedere con dinamiche musicali.
Che cosa dobbiamo allora ancora aspettarci da te e da questo tour musicale?
C’è innanzitutto un (ri)arrangiamento in versione più acustica e meno elettronica. Ho voluto riarrangiare tutto il mio repertorio che avevo. Sarà un concerto nuovo, dunque, anche per chi ha sentito gli altri nei sei anni precedenti. Erano, infatti, che mancavo dai tour musicali, in cui mi ero dedicato più al teatro. Perciò ho voluto rivedere tutto il mio repertorio in una chiave più vicina a quello che sono diventato; infatti ha una modalità d’arrangiamento molto somigliante allo stile di “Abbi cura di me”. Ci sarà come strumento preponderante il violoncello – oltre alla band classica tradizionale -, che ho scelto e voluto per dare più colore.
A quale delle tue canzoni sei più legato e per quale motivo? Possiamo dire allora che è “Abbi cura di me” quella che più ti rappresenta (meglio), quella che indica una ‘nuova’ svolta per te e una nuova parte di te e della tua carriera?
Sicuramente “Abbi cura di me” è la mia preferita in assoluto. Poi c’è il mio inedito “Lo chiederemo agli alberi”, dedicato al grande libro della Natura, che – soprattutto per chi vive in campagna e non nelle città – abbiamo sempre davanti agli occhi; così misterioso, eppure ci dà degli insegnamenti di grande saggezza. Per esempio, l’albero e l’allodola sono simboli dell’accettazione, dell’umiltà e della fermezza (quelli un po’ di “Abbi cura di me”, in linea con essa ndr). Ho scritto il pezzo durante un ritiro in un convento, in cui sono stato immerso in solitudine, ma in una dimensione di grande armonia. Ho fatto questo esperimento per la prima volta. Poi sono stato in Trentino, dove mi sono ritirato in una baita, completamente da solo e immerso nella natura. La cosa curiosa è che entrambi i brani spesso vengono utilizzati nelle Chiese, durante le messe, per i matrimoni e anche persino per i funerali. È come se avessero qualcosa di simbolico, di sacrale, una sacralità di fondo che si sposa bene con atmosfere come possono essere quelle delle celebrazioni religiose o liturgiche.
Quali i prossimi appuntamenti ora per te. Come si inserisce all’interno della tua agenda il ‘nuovo’ documentario, per la regia di Andrea Cocchi, dal titolo “Happy Next – alla ricerca della felicità”?
“Happy next – alla ricerca della felicità” credo e spero sarà pronto per fine maggio; poi lo presenteremo a molti festival del cinema, per poterlo far vedere a più gente possibile, a fine novembre prossimo. Da esso ne nascerà anche uno spettacolo teatrale, in cui debutterà appunto sempre il tema della felicità. Poi c’è il tour musicale, fino a fine settembre, saremo in giro per tutta Italia in location particolari e molto belle, che ben si sposano con il repertorio previsto: si è dotato di un nuovo vestito, che lo rende pronto per essere apprezzato da tutti. In più c’è il fatto che parto da Roma, la mia città, dove ho scritto le mie prime canzoni: ci tengo tantissimo e sono molto emozionato; ci saranno gli amici e la mia famiglia, cosa che non accade mai.
Che cos’è per te la felicità?
Per me la felicità viene dalla consapevolezza di essere unici, che ognuno di noi è un universo a sé, ha una scintilla in sé di unicità, è un capolavoro (vale cioè, potremmo dire, ndr): ognuno a suo modo. La felicità è qualcosa che ha a che vedere con la ricerca che ognuno deve fare. Si costruisce nel tempo. Per me è l’essere riuscito a trasformare le mie passioni – ovvero l’arte, la creatività, la musica – in un lavoro, nel mestiere della mia vita, che mi dà molta soddisfazione. Non tutti ci riescono e penso che, se ognuno potesse vivere di ciò che ama fare sarebbe un mondo diverso e migliore.
Che cosa ci puoi dire dell’esperienza dal 2017 da Direttore del Teatro Stabile d’Abruzzo? Da dove nasce?
Quello di direttore è un ruolo appassionante, perché ha a che vedere con le anime. Il teatro, in quel territorio ferito e martoriato, è una terapia, come una cura, che crea bellezza, stupore e meraviglia (con la ricostruzione anche ndr). Il mio intento, ricordo ancora la prima volta che sono andato all’Aquila, era quello di portare bellezza e spettacoli di qualità in un posto, laddove non c’era più neppure il teatro; infatti la sede del teatro comunale è ancora in fase di restauro. Tuttavia ci sono tantissime persone, circa ben 800 abbonati ogni stagione addirittura, che scelgono di passare il loro tempo libero a teatro. E noi dobbiamo occuparci, prenderci cura e ci prendiamo cura di loro, di queste persone; è un impegno tacito che abbiamo con questa gente assetata di bellezza, qui più che in altre zone d’Italia: e questa per me è una grande soddisfazione, oltre che un grande impegno e una forte resposanbilità.
Che differenza c’è a parlare della malattia mentale, mettendola in musica in una canzone (come “Ti regalerò una rosa” ad esempio), in un monologo o in uno spettacolo teatrale (un po’ come c’è in “Manuale di volo per uomo”) oppure in un libro, quale il tuo del 2007: “Centro di igiene mentale – Un cantastorie tra i matti”?
Non mi pongo questo problema. Per me qualsiasi forma di comunicazione è valida: cambia la modalità espressiva, il canale, il linguaggio, ma non la sostanza. Ma sono stato fortunato perché ho avuto l’appoggio di molti che mi hanno sostenuto e che hanno creduto che io potessi e fossi in grado di andare oltre la mera forma canzone. Tutto questo mi ha portato a pubblicare quattro libri per Mondadori, a fare sette spettacoli teatrali realizzati di successo. Un caso unico nel panorama musicale rispetto ai miei colleghi, perché ho costruito e sono riuscito a creare e seguire un percorso abbastanza anomalo in questo.
È più difficile scrivere un pezzo teatrale come “Marocchinate” (storico, per così dire) oppure uno anche in parte autobiografico quale “Manuale di volo per uomo”?
Secondo me non c’è molta differenza. Bisogna sempre comunque mettersi a nudo, mettere a nudo se stessi, sia in una canzone che quando si racconta un fatto storico scomodo. Si deve sempre essere pronti a mettersi in gioco; è un modo per evitare l’oblio. Non c’è tanta differenza a mio avviso, perché io credo che l’artista debba sempre essere libero di potersi dedicare a ciò che vuole. Io ritengo che l’artista sia una delle poche – se non l’unica – personalità che abbia tale presupposto di libertà: non deve avere e non ci devono essere steccati o barriere che impediscano di raccontare o di fare dell’arte uno strumento di narrazione. Io non mi sono mai posto questo problema, né tanto meno limiti alcuni.
Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Viaggiare e fare il giro del mondo: mi piacerebbe tanto.
Quanto il matrimonio e la nascita dei tuoi figli hanno cambiato il tuo modo di scrivere e fare musica soprattutto?
Mi ha cambiato e ha modificato il mio modo di comporre e creare perché ho più responsabilità con due figli da mantenere, anche se ha portato molta gioia e felicità in casa e in famiglia. L’aspetto positivo del mio lavoro è appunto la creatività, quello negativo sono le lunghe assenze. Sto spesso fuori casa; faccio circa 120 repliche all’anno a teatro, quindi è tutto molto impegnativo e difficile contemperare le due cose.

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