domenica, 22 Settembre, 2019

Il Pd e la Tav. Verso il tramonto della “Democrazia del Clic”

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La democrazia del clic, inventata da Grillo e Casaleggio (padre), sta mostrando tutti i suoi limiti. La storia infinita della Tav e i vertici del governo gialloverde, che servono solo a prendere tempo fino alle europee, sono ormai il simbolo della crisi del M5S. Se l’alta velocità ferroviaria Torino-Lione farà deragliare il treno pentastellato, lo scenario politico italiano cambierà rapidamente. Il morto (Di Maio) potrebbe afferrare il vivo (Salvini), provocando la disintegrazione del governo e le elezioni politiche anticipate.
Fantapolitica? Forse. Ma la battaglia contro il treno ad alta velocità fa parte dell’identità grillina, quindi un chiaro sì del vicepremier Di Maio alla Tav pronunciato prima delle europee di maggio creerebbe enormi problemi al M5S che, dopo aver perduto decine di migliaia di voti in tutte le elezioni amministrative seguite al trionfo del 4 marzo 2018, ha subito il crollo del 24 febbraio in Sardegna. E adesso rischia il ko alle europee di fine maggio.

Per ragioni esattamente opposte, un chiaro “no” alla Tav del “capo politico” di Cinquestelle, creerebbe grandi problemi all’altro azionista del governo gialloverde, Matteo Salvini, ormai pressato da gran parte dell’elettorato leghista del Nord Italia che la Tav la vuole. Infatti i governatori di Veneto e Lombardia sono già sul piede di guerra, pronti a sostenere il referendum popolare proposto da Sergio Chiamparino, il “collega” dem del Piemonte.

A questo punto, Nicola Zingaretti, il neoeletto segretario del Pd, ha deciso di approfittare subito del vento che sta girando. E così, dopo il successo delle primarie, senza aspettare l’insediamento ufficiale e senza nemmeno passare per il Nazareno, ha deciso di fiondarsi a Torino dove ha avviato la campagna elettorale del Pd: «La Tav è il simbolo di una regressione culturale e da qui partiremo».

A questo punto, quello che solo poche settimane fa sembrava impossibile, ora sembra veramente a portata di mano. Perché il Partito democratico, raso al suolo dalle elezioni del 4 marzo 2018, lacerato dalle lotte interne e rimasto per un anno senza segretario, adesso è veramente a un passo dal M5S che continua a perdere consensi e secondo gli ultimi sondaggi ora sarebbe poco al di sopra del 20 per cento.

È successo tutto nel giro di pochi giorni. A cominciare dalle elezioni regionali in Abruzzo e poi in Sardegna, quando si è capito che il M5S stava già pagando, e a caro prezzo, le sue semplificazioni, le sue contraddizioni, i suoi errori e – soprattutto – la sua incapacità di governo. Ma siccome in politica gli spazi vuoti vengono sempre riempiti, sono già apparsi sulla scena attori politici pronti a recitare ruoli da protagonisti.

Il neosegretario della Cgil Landini che ha cominciato a muoversi con la concreta cautela di un uomo di governo progressista, il sindaco di Milano Beppe Sala che alla grande manifestazione contro il razzismo ha parlato da leader, presentando la sua città come “modello” per il Paese. Poi a Beppe Grillo che ha scritto sul suo blog: «Il razzismo è un falso problema», ha risposto con una lezione di democrazia: «Chi scende in piazza va rispettato». E in piazza il 2 marzo a Milano c’erano 250 mila persone. A ben guardare, un altro segno del tramonto della democrazia del clic.

Felice Saulino
SfogliaRoma

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