venerdì, 20 Settembre, 2019

Il Pd lasci rosolare Di Maio nei suoi forni

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Esiste non una prova documentale, ma almeno un brivido del governo di svolta e delle riforme auspicato dal segretario del PD Nicola Zingaretti?
Siamo nel giardino incantato della retorica in cui spesso si è esibita la sinistra. Una grande nuvola lessicale, cumuli di parole che alludono a cambiamenti, correzioni dell’esistente.
La soluzione della crisi si sta, dunque, esaurendo nell’evitare di proporre un programma concreto di riforme.
Anzi sta accadendo di peggio. Nè il premier incaricato, Giuseppe Conte, nè i segretari dei due partiti partner della maggioranza (Di Maio e Zingaretti), aprono bocca per evitare che vicino a Lampedusa la nave Ionio piena di migranti con bambini e donne incinte, mancanza di acqua ecc. venga tenuta in ostaggio di una politica di violazione di norme internazionali e costituzionali su chiusura dei porti e privazione dei diritti della navigazione.
Bocche chiuse e lingue cucite per confermare che la politica di continuità (di grande disumanità e barbarie di Matteo Salvini, ma votata da Cinque Stelle e dallo stesso premier), non viene disattesa, ma platealmente confermata.
È scomparsa anche la parola “discontinuità”, ed è stato formalizzata (da Di Maio) il carattere del nuovo Esecutivo, che viene chiamato significativamente Conte bis.
In altre parole, i Cinque Stelle riaffermano il rapporto di continuità col governo precedente, cioè con la Lega,a cominciare dalla proclamazione come intoccabile della scellerata politica della sicurezza. .Nei suoi confronti si ribadisce un plateale giudizio interamente positivo.
I Cinque Stelle insistono a rubricare come eccellente il lavoro di 14 mesi svolto a spalla e non intendono spalla con Salvini (e con la Lega) e con lo stesso Conte.In particolare non rinunciano a privilegiare la democrazia diretta rispetto alla democrazia delegata, cioè rappresentativa fon data sulla de lega.Intendono sottoporre accordi, programmi, ad un organo di partito come la piattaforma digitale Rousseau,non considerato un modello di trasparenza democratica elementare.
Spiace dovere rilevare che Zingaretti e i suoi compagni della Direzione del Pd hanno condotto con Cinque Stelle una trattativa di lungo respiro, strategica, che era, e continua ad essere, semplicemente innaturale. Carlo Calenda ha semplicemente ragione. Tra Pd e Cinque Stelle non può esserci un’alleanza perché i principi e i valori di Beppe Grillo e Di Maio non coincidono con quelle di un regime liberal-democratico.
Occorreva limitarsi a concordare solo alcuni obiettivi:
1. in primo luogo disarcionare Salvini dal Viminale, stabilendo con l’Unione europea una normativa precisa sul riparto dei migranti,
2. impedire l’incremento dell’Iva, a difesa dei redditi popolari.
3. votare la legge stabilità e nominare il commissario europeo riconosciuto all’Italia,
4. nominare alla testa dei principali ministeri personaggi competenti come Roberto Gualtieri, Salvatore Settis, Luciano Barca, Lucrezia Reichlin ecc. invece che i capi-bastone, gli allibratori elettorali, i cacicchi che hanno ridotto il Pd ad una confederazione di micro-interessi.

Niente più di questo, niente di meno. Come si può pensare di fissare un accordo di alto profilo con un come Di Maio, che in un anno ha perso 6 milioni di voti, ha preteso di cumulare incarichi ministeriali (che,al patri del suo compare Salvini, non ha saputo assolvere:quanti lo hanno visto al Ministero dello Sviluppo), vicepresidenza del Consiglio e direzione dei Cinque Stelle?
Nessuno nè nella Prima nè nella Seconda Repubblica era stato così famelico, pretenzioso, disinvolto e inaffidabile.
Lasciamolo rosolare nei suoi forni.

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