sabato, 4 Luglio, 2020

Il pensiero di Keynes e il patrimonio ideale della sinistra

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Alain Minc, politologo ed economista francese, ha pubblicato una biografia “fuori dal coro” del grande economista John Maynard Keynes; in “Diavolo di un Keynes”, egli sostiene che l’economista di Cambridge è stato ancora più grande della sua opera, con l’ammirazione che ha saputo attratte su di sé, “per una permanente alchimia dei contrari: quella dell’obiettore di coscienza che serve il proprio Paese in guerra, dell’emarginato che si insedia nel cuore dell’establishment, del gran borghese elitista che diventa l’idolo delle sinistre di tutto il mondo, dello speculatore che diffida del mercato” e così via. Insomma, per Minc, i Keynes sono stati tanti, ma ne hanno composto uno solo, una “specie di diavolo”, che avrebbe potuto essere dilaniato dalla complessità dei problemi del suo tempo e invece ne ha plasmato l’unità. “Nessun sospetto di schizofrenia, nessun senso di incoerenza”, afferma Minc: Keynes non ha “mai mancato di tenere con mano ferma i fili della sua strana personalità”, dalla quale è emanato un “fascino senza pari”.
Nato a Cambridge nel 1883 e cresciuto in una famiglia dalle idee liberali e progressiste (il padre John Neville Keynes era un filosofo ed economista e la madre, Floprence Ada Brown, era una fervida femminista, rimasta per tutta la vita devota all’ideale della promozione sociale della donna) Keynes è stato “il fortunato beneficiario del ‘apitale culturale’” di ciò del quale ha potuto disporre all’interno della famiglia della quale era parte, libero da ogni pressione dogmatica.
Nel 1987 ha iniziato gli studi universitari presso il mitico collegio di Eton (l’istituzione aperta prevalentemente alla piccola nobiltà inglese), per poi proseguirli presso il King’College di Cambridge, dove, dopo aver seguito un corso di matematica, ha maturato l’interesse per lo studio dell’economia, seguendo le lezioni di Alfred Marshall (che era stato maestro di suo padre) e finendo gli studi universitari sotto il tutoraggio di Arthur Cicil Pigou, allievo di Marshall e fondatore dell’economia del benessere.
Dopo la laurea, Keynes ha vissuto una breve esperienza presso uno dei più alti organismi dello Stato, l’Indian Office (il Ministero britannico dell’India), dove ha continuato a penetrare nel cuore degli studi economici; attraverso una riflessione sulle finanze indiane (“La moneta indiana e la finanza”), si è imposto come critico della sacralità del “gold standard” e come sostenitore del “gold exchange standard”, da lui definito il sistema monetario internazionale ideale per il futuro.
Dopo la sua definitiva affermazione come economista, anche grazie a un ciclo di sei conferenze tenute alla London School of Economics, nel 1911 Keynes è diventato redattore capo dell'”Economic Journal”, la principale rivista accademica economica inglese e, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, consigliere del Ministero del Tesoro per le questioni economiche e finanziarie. Il contributo consulenziale varrà a procurargli l’incarico di rappresentante economico del Tesoro alla Conferenza di pace di Versailles.
Nel 1919, Keynes ha pubblicato “Le conseguenze economiche della pace”, uno scritto che gli consentirà di costruire la propria reputazione di economista a livello internazionale, ma anche quella di irriverente polemista; in disaccordo con gli Alleati, usciti vincitori dalla Grande Guerra, egli sosteneva che le pesanti sanzioni imposte alla Germania avrebbero portato alla totale rovina dell’economia tedesca e, con essa, quella delle economie nazionali degli stessi Alleati, che avrebbero così assistito alla frustrazione dei loro intenti di poter ricostruire i sistemi economici dei loro Paesi attraverso riparazioni che la Germania non sarebbe stata in grado di pagare. Ciò è valso a consacrare definitivamente Keynes nella “strana posizione di dissidente ufficiale” del governo, che pur rappresentava, e di imporsi come pilastro dell’establishment inglese, rispettato, ma nello stesso tempo detestato e temuto.

Gli scontri sul problema delle riparazioni postbelliche hanno portato successivamente Keynes a proporre un “Grande schema per la riabilitazione dell’Europa”, che il nuovo Ministro delle finanze, Austen Chamberlain, ha fatto proprio. Il “Grande schema” era una sorta di Piano Marshall anticipato, che, se condiviso, avrebbe consentito ai governi dell’Europa centrale di “emettere un prestito garantito dagli Alleati, a loro volta in qualche modo controgarantiti dalle riparazioni” che gli investimenti finanziati dal prestito avrebbero permesso di pagare”. Al di là delle sue preoccupazioni circa il fatto che la Germania fosse messa nella condizione di onorare gli impegni sul fronte delle riparazioni, con tale proposta Keynes intendeva fare accogliere dall’opinione pubblica tre idee: l’interdipendenza economica dei Paesi europei, la malafede degli Alleati in merito alle riparazioni (durante le negoziazioni armistiziali i Paesi vincitori si erano impegnati a non imporre “condizioni capestro” alla Germania) e la necessità di abbandonare rivendicazioni economicamente e finanziariamente insostenibili.
“Le conseguenze economiche della pace” e il “Grande schema per la riabilitazione dell’Europa”, hanno avuto notevole rinomanza sulla scena internazionale, consentendo a Keynes di “raggiungere una notorietà a misura delle sue ambizioni” e facendolo diventare, come nota Minc, “un personaggio in tutta la sua maestà”.
Tra il 1920 e il 1936, Keynes si è dedicato all’affinamento delle idee economiche per combattere la dilagante disoccupazione nel Regno Unito, confrontandosi con numerosi accademici e uomini politici, spesso convincendoli della validità delle sue proposte, che saranno apprezzate anche negli Stati Uniti nel fronteggiare gli esiti della Grande Depressione del 1929-1932.
Sulla disoccupazione nel Regno Unito, nel 1925 Keynes ha pubblicato “La riforma monetaria”, un saggio nel quale, riconducendo la causa della dilagante disoccupazione alla conservazione del gold standard, venivano anticipate tutte le premesse del keynesismo; infatti, in polemica con l’establishment dominante nel proprio Paese, Keynes sosteneva la necessità di riformare il gold standard e di tagliare il “legame sacrale” fra riserva aurea ed emissione di cartamoneta.
Il sopraggiungere della Grande Depressione costituirà l’occasione per approfondire la critica del gold standard con la pubblicazione, nel 1930, del “Trattato della moneta”; la tesi che vi sostiene è che, nel funzionamento dei moderni sistemi economici, il governo della moneta ha ormai perso la capacità di giocare un ruolo essenziale nel garantire l’equilibrio fra risparmio e investimento.
Ciò che negli anni successivi al 1920, ha caratterizzato la personalità di Keynes come economista è stata quindi la genialità con cui egli ha affrontato in maniera inconsueta alcune questioni chiave del dibattito politico del suo tempo, quali le riparazioni di guerra, la dilagante disoccupazione nel Regno Unito e in altri Paesi e l’insostenibilità del gold standard; in tutti questi casi – osserva Alain Minc – “l’epilogo degli anni successivi al dopoguerra sarà conforme ai suoi auspici, ma a determinarlo saranno ben più le circostanze che non la razionalità delle decisioni”. Ci vorrà la “mazzata” del 1929 per riconoscere a Keynes il ruolo che meritava anche sul piano della riflessione razionale e teorica.
Un “mondo smarrito” aveva bisogno di una nuova visione globale dell’economia; fatto, questo, che ha spinto Keynes a scrivere la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”. L’importanza dell’opera – a parere di Minc – non sta tanto nel fatto che Keynes abbia “raccolto e assemblato” concetti che gli era stato possibile definire e precisare nel corso del dibattito al quale aveva intensamente partecipato negli anni Venti e Trenta, quanto “nell’aver fatto prevalere una concezione dinamica dell’economia”, che per lo storico dell’analisi economica, Joseph Alois Schumpeter, ha rappresentato un notevole “impulso alla macrodinamica”. Dopo la “Teoria generale” – continua Minc – l’economia è diventata “una scienza dell’azione” e il keynesismo “il vademecum dell’uomo politico o del militante di base”; ciò perché si è trattato di un’opera teorica, ma con finalità pratiche.
Nonostante le natura delle sue finalità, la “Teoria generale” è valsa tuttavia a scatenare una guerra di religione nel mondo degli economisti accademici; ed è stato proprio questo scontro a fondare il keynesismo. In particolare, nel mondo accademico inglese, vanno annoverate le posizioni critiche di Arthur Cecil Pigou, Ralph George Hawtrey, Dennis Holme Robertson e Hubert Hendeson che, pur avendo “partecipato in misura più o meno cooperativa” al dibattito nel quale l’autore li aveva coinvolti durante la stesura dell’opera, sono rimasti fedeli ai principi della teoria economica tradizionale. Essi, infatti, di fronte alle implicazioni della “Teoria generale”, hanno continuato a sostenere la validità degli aggiustamenti automatici del sistema economico, negando la necessità dell’intervento pubblico; Keynes, al contrario, disconosceva il ruolo degli automatismi autocorrettivi del mercato e trasferiva alle autorità di governo e monetarie la responsabilità della rimozione dei ricorrenti squilibri tra risparmio e investimenti.
Dal contrastato dibattito seguito alla pubblicazione della “Teoria generale” (automatismi autocorrettivi del mercato contro intervento pubblico), la riflessione economica – afferma Minc – non è più uscita. La difesa dell’opera di Keynes darà infatti luogo a un confronto generale per cui l’universo economico, accademico e non, si dividerà fra keynesiani e antikeynesiani; lo spartiacque nel mondo universitario diverrà di ordine generazionale, nel senso che, come affermato da Paul Samuelson, la “Teoria generale” è stata condivisa dagli economisti con meno di trentacinque anni ed ignorata da quelli con più di cinquant’anni.
In quanto libro teorico con finalità pratiche, la “Teoria generale” è stata accolta dai principali orientamenti politici del tempo. Per le forze di sinistra, la correzione del mercato passava attraverso l’aumento dei salari; per le forze nazionaliste essa veniva invece individuata nella spesa pubblica per le infrastrutture e la ricerca; per le forze liberali, infine, lo strumento correttivo risiedeva nella riduzione della pressione fiscale.
Al termine della sua biografia di John Maynard Keynes, Alain Minc conclude affermando che dei tre approcci, tutti keynesiani nell’essenza, soltanto il primo si è sempre richiamato apertamente al padre fondatore, mentre gli altri due (nazionalista e liberale) hanno fatto di tutto “per far dimenticare la propria ascendenza”: i nazionalisti, perché hanno costantemente rappresentato un ostacolo al rispetto e alla salvaguardia del metodo democratico e della libertà d’iniziativa; i liberali, perché hanno sempre negato il ruolo dello Stato nella correzione degli squilibri del mercato. Sono questi i motivi per cui il keynesismo è divenuto parte del patrimonio ideale e politico delle forze della sinistra democratica e riformista.

Gianfranco Sabattini

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