mercoledì, 27 Gennaio, 2021

Il ponte tibetano del senatore Buemi

0

BUEMI-BerlusconiIl linguaggio della storia non ha l’urgenza e la convulsione della cronaca. Rispetto alla vicenda del signor Silvio Berlusconi (e della sua decadenza) di storia non si può certamente ancora parlare. Ma il senatore socialista Enrico Buemi ideatore del “lodo” che avrebbe permesso una via d’uscita “depoliticizzando” lo scontro sulla figura del Cav parla all’Avanti!, un po’ come un novello Roolsvelt, con il distacco della meditazione. Quasi una chiacchierata al caminetto.

Senatore Buemi, ora che la sua veste di ‘giudice’ è cessata ed in Aula riprende, senatore tra senatori, quella di politico, ci spiega l’operazione concordia?

Nasceva da un dato di fatto; la prossima primavera, comunque vada la vicenda nazionale, sono in programma le elezioni europee. Non ho bisogno di rammentare come il parlamento europeo sia stato sempre vissuto, da personaggi di prima grandezza del panorama politico nazionale, come un traguardo importante in cui distanziarsi dalle beghe quotidiane della vicenda pubblica nostrana, per assumere un ruolo di “padre nobile” nel partito politico di riferimento. Fu ad esempio il caso di Massimo D’Alema, che nel 2004 abbandonò il parlamento nazionale per essere eletto a quello europeo.

Ma che c’entra in tutto questo un pluri-inquisito come Silvio Berlusconi, destinatario di una condanna passata in giudicato?

Le elezioni europee sono le uniche che offrono all’eletto lo scudo immunitario e che hanno un regime di esclusione dalla candidatura seriamente impugnabile presso un giudice terzo. Non la ‘giustizia dei vincitori’ vigente per il parlamento nazionale: il codice del processo amministrativo prevede la ricorribilità al TAR delle esclusioni e, quindi, anche della cancellazione del candidato ai sensi del decreto Severino. Se la questione di costituzionalità sollevata in Giunta fosse riproposta in quella sede, siamo proprio sicuri della sostenibilità della decisione assunta secondo linee di stretta appartenenza? E se un giudice terzo – nazionale o europeo, costituzionale od ordinario – smentisse la Giunta del Senato ed ammettesse quella candidatura alle europee, siamo proprio sicuri che un uomo – che ha fatto della sua vicenda personale la cifra della sua ‘discesa in campo’ – non ne approfitterebbe per “terremotare” di nuovo la vita nazionale? Le prime vittime, siatene certi, sarebbero quei delicati germogli di dialettica interna che si sono aperti nel centro-destra dopo vent’anni di cesarismo, germogli che andrebbero aiutati a crescere e non gelati da una campagna elettorale all’insegna del revanscismo.

Ma cogliere queste ragioni significa non dare adempimento ad un decreto dello Stato, che infligge la decadenza immediata al parlamentare condannato?

L’unica sanzione che non ha mai dato dubbi – sul fatto di essere legittimamente inflitta – è quella prevista da ottant’anni nel codice penale, cioè l’interdizione dai pubblici uffici. È l’unica, si badi bene, che è citata nella sentenza del collegio di cassazione presieduto dal giudice Esposito, anche se per rinviarne a Milano la rideterminazione. Eppure anche su quella, in passato, ci fu battaglia in Parlamento: nel caso del deputato Drago passò un anno prima di chiarire che un’interdizione non perpetua comporta comunque la decadenza. L’operazione concordia era tutta qui: chiedere al PdL di assicurare che quest’obiezione non sarebbe stata reiterata per Berlusconi, che non vi sarebbero state tattiche dilatorie quando la corte d’appello di Milano avesse deciso, ed in cambio fermare la procedura fondata sul discutibile decreto n. 235/2012. E poiché al suk levantino cui Berlusconi ci ha abituato funziona il detto “prima vedere tappeto e poi dare cammello”, la delibera di decadenza fondata sulla pena interdittiva sarebbe stata assunta subito, “ora per allora” o, come si dice in gergo, “ad efficacia differita”. Il senato avrebbe votato subito e, quando fosse intervenuta l’interdizione definitiva, il commesso avrebbe accompagnato Berlusconi alla porta di palazzo Madama, senza necessità di voti ulteriori, né della Giunta, né dell’assemblea.

Queste le tecnicalità della proposta. Ma che vantaggio avrebbe comportato, per i contraenti e per il Paese?

Per la prima volta il Paese ed il parlamento non si sarebbero spaccati sul solito dilemma Berlusconi sì Berlusconi no. Tutti avrebbero avuto convenienza a rimettere ad una procedura consensuale la decisione. Le tecniche dilatorie della difesa di Berlusconi non si sarebbero riversate nelle aule parlamentari, ma si sarebbero legittimamente esplicate davanti ai giudici chiamati a quantificare l’interdizione; un minuto dopo la sentenza definitiva su questo punto, sindaci non sospetti di favorirlo (Pisapia o Marino, non sono bene informati su chi sia l’attuale responsabile del suo certificato di residenza) avrebbero disposto con il rigore e la tempestività dovuta la sua cancellazione dalle liste elettorali. Se medio tempore si fosse aperta una finestra di opportunità per la sua candidatura europea, sarebbe dipeso dai tempi e dalle decisioni della giustizia, e non dalle tattiche defatigatorie parlamentari che contribuiscono a screditare le istituzioni.

Ma allora chi ha avuto convenienza a scuotere questo “ponte tibetano”?

Bé rifugiarsi dietro le procedure è l’ultimo pretesto di una politica incapace di una visione prospettica. Come per l’incredibile vicenda del voto segreto – che si vorrebbe abolire perché non si ritiene di essere in grado di garantire il risultato numerico – anche qui c’è un difetto di leadership: nel Pd chi vuol portare la campagna congressuale nelle sedi istituzionali, utilizzando la decadenza di Berlusconi per guadagnare meriti dinanzi all’elettorato di nicchia. Non solo  questo vuol dire puntare sulla rassicurazione dell’elettorato già fidelizzato, invece di guardare al centro per ricucire un paese slabbrato. Soprattutto, questo vuol dire ignorare che su questa ricucitura si gioca il futuro del governo e le aspettative di una componente importante della sua maggioranza. Agevolare un ruolo di “padre nobile” per il suo leader storico è quello che disperatamente ci chiedono i nostri alleati di governo. Non io, che ho lealmente servito la coalizione in cui sono stato eletto, ma il capo di quella coalizione s’è fatto rimontare sette punti percentuali in una settimana del febbraio scorso. Se nella pancia del Pd c’è ancora chi si balocca con l’idea di ‘maggioranze variabili’ al Senato, si andasse a rivedere come finirono le votazioni per il Quirinale: ad inseguire queste chimere si rischia una nuova OPA di Grillo sul Pd, come quella lanciata in aprile sul nome di Rodotà.

Poza Buthen Lama

 

 

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply