domenica, 20 Settembre, 2020

Il post pandemia: scontro generazionale e livella egualitaria

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Se si cerca di capire quali nuovi scenari si aprono a causa del virus, si può partire da tre ipotesi che mi sembrano realistiche (anche se potrei essere fuorviato, per le prime due, dal whisfull thinking, ovvero dalla tendenza a trasformare in realtà i propri desideri). Ci sarà una spinta verso l’uguaglianza; dal “panem et circenses”, si passerà alla “gravitas” e cioè a una maggiore responsabilità e serietà; diventerà più evidente quella che si potrebbe definire l’age divide” (la divisione tra giovani e vecchi).

-La spinta verso l’uguaglianza. Come scriveva Totò, la morte è una “livella“. Che – ricordava Orazio – “bussa in modo equo ai tuguri dei poveri e alle torri dei re“. La guerra, che inevitabilmente si identifica con la morte, esercita la stessa funzione “livellatrice“. Poiché tutti dicono che – appunto – “siamo in guerra“, vediamo cosa hanno portato i due grandi conflitti del secolo scorso. Chiamate dalla patria, milioni di persone hanno perso la vita, o un braccio, o una gamba: prima nelle trincee e vent’anni dopo nelle pianure spazzate dai carri armati, dove i poveri e i ricchi hanno condiviso pane, vita e morte. Finita la carneficina, l’abisso sociale tra di loro non poteva restare come se nulla fosse accaduto. Infatti, dopo la prima guerra mondiale, nelle democrazie si è ingigantita l’influenza socialdemocratica. In Russia è arrivata la rivoluzione comunista. Hanno anche preso il potere le dittature di destra, ma Mussolini ha rivendicato con orgoglio il suo passato di massimalista socialista e ha avviato un embrione di Stato sociale. Hitler era un fanatico nazionalista, sì, ma non a caso si definiva “nazionalsocialista”.

Dopo la seconda guerra mondiale, la ricostruzione è avvenuta in Europa con la collaborazione di tutti e la Gran Bretagna è stata un esempio quasi simbolico di spinta ugualitaria: Churchill ha vinto la guerra, ma le elezioni le hanno vinte i socialisti di Atlee, che hanno realizzato come promesso il welfare State (a cominciare dalla sanità) e lo hanno esportato in tutta Europa. Negli anni ‘70, il Vietnam non ha avuto effetti diversi: Lindon Johnson è passato alla storia come il presidente che vi ha mandato milioni di americani, ma anche quello che ha realizzato riforme sociali mai prima immaginate.
L’epidemia, oggi paragonata a una guerra, potrebbe avere effetti simili. Adriano Olivetti sosteneva che, in una azienda razionale, il capo dovrebbe guadagnare non più di cinque volte quello che guadagna un normale dipendente. Lui era un vecchio socialista: con una simbolica staffetta generazionale, aveva accompagnato Turati che partiva per l’esilio insieme a Pertini, Carlo Rosselli e Parri. Mai i suoi principi sono stati attuati, ma sino agli anni ‘80 le differenze di reddito in Occidente sono state contenute dalla forza della politica e dei sindacati. Con il successo dell’iper liberismo (Thatcher a Reagan) e soprattutto con la caduta del muro di Berlino, il solco tra i ricchi e i poveri si è allargato a dismisura. Già nel 2000, il vicepresidente della Banca Federale americana Alan Blinder (non certo un estremista) scriveva: “quando gli storici guarderanno indietro a questo periodo, diranno che la sua caratteristica principale è stata lo spostamento senza precedenti di denaro e di potere dal lavoro verso il capitale, dal basso verso l’alto della piramide sociale”.

Da allora, l’abisso della diseguaglianza si è allargato ulteriormente. E oggi i capi guadagnano, specialmente in America, non cinque volte i loro dipendenti, come chiedeva Olivetti, ma 500 o 1000. La tendenza alla disuguaglianza forse adesso si invertirà. Magari partendo dagli Stati Uniti stessi, dove Sanders non otterrà la nomination, ma ha contribuito a mettere in cima all’agenda del suo partito la contestazione, oltre che dell’ingiustizia sociale, dell’abbandono in cui è stato lasciato il servizio sanitario pubblico (oggi vitale per combattere il virus). Il “socialismo” che lui predica è molto discutibile e gli Stati Uniti non sono maturi per seguirlo. Ma ha vinto le primarie in California, dove certamente avrebbe trionfato alla grande anche nel voto popolare. Non è poco, perché la California è l’area con la maggiore concentrazione al mondo di creatività e tecnologia. Se fosse uno Stato non federale ma indipendente, rappresenterebbe, con 40 milioni di abitanti, la quinta potenza economica del mondo (con un PIL superiore a quello di Francia e Gran Bretagna, che di abitanti ne hanno 60 milioni). Da sempre si suol dire che le novità partono dalla costa occidentale, poi arrivano al resto degli Stati Uniti, poi passano l’Atlantico e raggiungono l’Europa. Il virus potrebbe accelerare questo movimento.

In Italia, la spinta verso l’uguaglianza potrebbe essere più forte che altrove. Perché in mezzo a tante chiacchere populiste la disuguaglianza nel nostro Paese si è accresciuta continuamente, raggiungendo livelli più americani che europei. Come dimostra il famoso “coefficiente Gini”, studiato per misurarle. E perché la disuguaglianza è aggravata da una evasione fiscale non da Occidente sviluppato ma da terzo mondo. Quando le imposte aumenteranno ulteriormente per fronteggiare il disastro economico, sarà ancora tollerata la endemica evasione (o la “elusione” legale attraverso i fiscali)? Infine (misura questa da “vecchia sinistra”) avremo forse anche una spinta verso la nazionalizzazione delle industrie. Non per scelta ideologica, ma per la necessità di evitare la svendita a investitori esteri o la bancarotta (come è avvenuto nel primo dopo guerra e, con la grande espansione dell’IRI, anche nel secondo).

-Dal panem et circenses alla gravitas. Da anni, con brevi interruzioni, prevalgono i dispensatori al popolo di panem. Anziché investire in tecnologia e know how, dando ai cittadini la “canna per pescare”, hanno regalato pesci. I bonus da 80 euro e per i giovani di Renzi sono stati portati poi all’estrema conseguenza con il reddito di cittadinanza e il pensionamento anticipato attraverso quota 100. Per distrarre l’elettorato dal degrado in cui sprofondava il Paese (meno 30 per cento di PIL in vent’anni rispetto a Francia, Gran Bretagna e Germania), al panem, si sono accompagnati i circenses: la spettacolarizzazione e personalizzazione della politica; i talk show trasformati in arena, con i politici aizzati ad azzannarsi dai conduttori e dalle opposte tifoserie. La politica è diventata un “circo” al punto che un comico di professione (con uno stile, appunto, da clown) ha coperto un terzo dei seggi parlamentari con i suoi fan. Per i quali la mancanza di esperienza e competenza, secondo la filosofia del “uno vale uno”, è stata un titolo di merito. Adesso, è possibile una svolta. Nella tempesta, l’opinione pubblica cerca timonieri autorevoli e non improvvisati, credibili verso il mondo. Cerca persone fornite di quella che gli antichi definivano gravitas e gli anglosassoni, più semplicemente, decent persons (persone dignitose e ponderate). Se si facesse un sondaggio tra Draghi e Grillo, oggi (ma non due anni fa) il risultato sarebbe scontato. Anche la personalizzazione della politica (spesso causa della rissosità) è destinata forse a essere cancellata dalle esigenze della ricostruzione. Citando Nenni, Giuliano Amato, in una recentissima intervista al direttore di questo quotidiano, ricordava il clima del nostro ultimo dopoguerra. “Nella polemica politica il linguaggio doveva sempre essere quello che si usa in una battaglia delle idee e non in una guerra tra persone. Perché l’attacco personale era esattamente ciò che aveva caratterizzato il fascismo. In un sistema finalmente democratico, tutti i partiti politici dovevano coltivare la consapevolezza di essere ciascuno portatore di una verità parziale e non di una verità assoluta”.

– Age divide. La conseguenza più imminente del virus potrebbe essere proprio questa. Stranamente, nessuno ne ha ancora parlato, forse perché il tema è inesplorato e inquietante, tale da scivolare facilmente sul terreno del “politicamente non corretto“ (e anche del moralmente condannabile). Il virus è mortale in modo catastrofico per i vecchi, ma molto meno per i giovani. Dal digital divide e dal fiscal divide, esiste perciò il rischio che si passi all’ age divide. Finita la fase più acuta del contagio, la spinta a riprendere la normale attività sarà formidabile. Anche perché, come ha sintetizzato uno studio della McKinsey, le esigenze da perseguire sono due (non una): “salvare vite, certo, ma anche salvare la struttura economica che ci consente di vivere”. Secondo questa logica, negli Stati Uniti, dove l’approccio è molto più crudo che da noi, si sostiene apertamente che il rischio zero può essere l’obbiettivo dei medici. Ma spetta agli statisti valutare se e quanti rischi si possono accettare per evitare un rischio potenzialmente più grande, ovvero la distruzione dell’economia, anch’essa causa di sofferenza e di morte. Con la stessa crudezza, si dà per scontato che affrontare rischi sanitari per salvare l’economia penalizzerebbe soprattutto i vecchi. E infatti ad esempio il vice governatore del Texas Dan Patrick (grande amico di Trump) ha spiegato con chiarezza (e un po’ di retorica) perché segue il presidente nel volere la fine del lockdown al più presto. “Compio settant’anni tra una settimana: sono uno a rischio, nonno di sei nipoti. Voglio vivere ma, se mi chiedono se sono disposto a rischiare la vita per trasferire ai giovani il Paese che abbiamo costruito, rispondo che ci sono”.
L’age divide è stato evidente sin dall’inizio, quando Boris Johnson, in prima battuta, ha invitato i soli anziani a restare confinati in casa per alcuni mesi. Adesso, anche in Italia, si prospetta l’ipotesi di riaprire la circolazione e l’attività soltanto per gli under 50 (o 65). Ma non necessariamente questo tutelerebbe i vecchi. Perché (specialmente nel nostro Paese) gli uni e gli altri molto spesso vivono insieme. Vogliamo dirla in modo cinico? In Italia i morti sulle strade oggi sono all’anno circa 9.000 meno che nel 1972. Una accelerazione forzata del ritorno alla normalità difficilmente provocherebbe tra i giovani un numero di morti anche lontanamente simile a questo. Ma il contatto inevitabile tra giovani anziani (soprattutto in famiglia) potrebbe causare perdite pesanti tra questi ultimi. Il cinismo potrebbe naturalmente spingere molto più in là: a un arrière-pensée inconfessabile perché eticamente inaccettabile. Qualcuno potrebbe pensare. “Le leggi della natura sono state forzate e oggi sopravvive una percentuale di vecchi avviati verso la soglia dei cent’anni mai registrata nella storia (spesso afflitti da demenza senile o Alzheimer). Attraverso il virus, le leggi della natura si sono prese la loro vendetta”. L’epidemia dunque crea un potenziale age divide tra i cittadini, ma non solo. La retorica fascista teorizzava la contrapposizione dei “popoli giovani” alle vecchie potenze (a cominciare dalla Gran Bretagna imperiale). Il presidente brasiliano di stile fascista Bolsonaro è su questa strada. Sostiene che il suo Paese è vitale (in effetti ha un’età media tra le più basse), che pertanto non si ammalerà e che le restrizioni imposte da molti governatori sono insensate. Aggiunge che l’Italia, a differenza del Brasile, è colpita perché è “un Paese di vecchietti”. L’age divide di fronte al virus potrebbe riguardare dunque oltre che le persone anche le Nazioni. Quelle giovani e spregiudicate potrebbero lavorare e produrre nella normalità, a differenza di quelle più anziane e comunque con standard di moralità pubblica più alti. Ho scritto un libro in cui si sostiene provocatoriamente che in un Paese tra i più vecchi del mondo, come l’Italia, si sta passando dalla “lotta di classe” alla “lotta di classi” (di età). Non immaginavo un così imprevedibile e doloroso terreno per una possibile “lotta di classi”.


Ugo Intini
(Il dubbio)

 

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