venerdì, 4 Dicembre, 2020

Il primo centrosinistra
grazie a Moro e Nenni

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Moro_Aldo_e_Nenni_PietroL’ascesa di Aldo Moro nella Democrazia Cristiana fu determinante per la cosiddetta apertura a sinistra, l’ingresso dei socialisti nel governo della Repubblica. Moro aveva una sua corrente, retta finanziariamente dal fido Freato, che però non ha mai superato il 4/5 per cento. La sua forza era tutta nell’intelligenza e nella capacità di guardare lontano. Capiva la politica e sapeva disegnare scenari politici anche assurdi come il governo delle “convergenze parallele”, cioè una inconciliabilità con cui riuscì però a tirare avanti per un bel po’, dopo la crisi Tambroni.

Moro era l’opposto di Fanfani che, ragionando in termini sociali, aveva tentato lo sfondamento a sinistra con un partito moderato quale era la DC se non apertamente conservatore. Moro ragionava in termini politici. La sua ossessione era l’allargamento della base democratica dello Stato. Era convinto, giustamente, che se la Repubblica democratica e parlamentare avesse avuto il sostegno solo del vecchio quadripartito degasperiano – DC, PSDI, PRI e PLI – prima o poi sarebbe finita nel caos.

Su questo punto Moro si incontrava con Nenni, da anni indaffarato a scrollarsi di dosso il patto di unità di azione col PCI. Anche Nenni era convinto che, continuando la politica del muro contro muro, la Repubblica era condannata allo sfascio e sentiva che era dovere dei socialisti, che al contrario dei comunisti non avevano alcun vincolo con l’Unione sovietica, di provvedere in qualche modo.

L’ostacolo principale era il Patto Atlantico con cui la DC, ferma nella difesa dei valori occidentali, non avrebbe mai rinunciato. Il PSI era fermo al neutralismo dell’Italia. Alla fine Nenni escogitò una formula che Moro riuscì a far ingoiare alla DC: una interpretazione del Patto Atlantico “strettamente difensiva e geograficamente limitata”. Era un brutto rospo per la DC, ma nel congresso di Napoli del ’63 che sancì l’apertura a sinistra, Moro fu di un’abilità diabolica. Disse onestamente che, dopo i socialisti, “altri dovranno venire”, ma poi si esibì in una vertiginosa elencazione dei benefici e dei problemi che l’ingresso dei socialisti nel governo comportava che l’on. Scalfaro, intervenuto subito dopo per parlare contro, dovette confessare di “sentirsi in barca”, incapace di ragionare e di decidere.

Nenni aveva la sua spina nel fianco in Lombardi, politicamente a destra di Nenni, ma sul piano programmatico più che rivoluzionario. Lombardi poneva la condizione di un ampio programma di riforme, ma queste riforme dovevano essere dolorose, incidere sui rapporti di classe, trasferire potere dalle mani del grande capitale alle mani pubbliche. La nazionalizzazione dell’energia elettrica – conditio sine qua non – doveva servire a strappare dalle mani del potentissimo gruppo dell’ing. Valerio la facoltà di finanziare la stampa conservatrice.

Lombardi era un ingegnere che per ogni problema aveva la ricetta ottimale. Leggeva i giornali esteri e quelli economici e i suoi interventi erano sempre pieni di dati e di profezie. Nessuno replicava mai e una volta ne chiesi il perché a Giacomo Mancini. Fu lapidario: “Che vuoi rispondere a uno che asserisce che se rialza il prezzo dello stagno sul mercato di Singapore è immanente lo scoppio di una guerra?” effettivamente non c’è niente da rispondere.

Moro seguì Nenni sul piano delle riforme previste dalla Costituzione e mai prima attuate. Entrarono così a far parte degli istituti della Repubblica la Corte Costituzionale, il referendum, l’ordinamento regionale. Fu approvata anche la nazionalizzazione dell’energia elettrica su cui i socialisti ebbero l’appoggio di Fanfani.

Per il resto del programma furono invece dolori. Lombardi, che aveva voluto per sé l’Avanti!, gridava ogni giorno alle inadempienze governative. Moro, che non poteva fare a meno dell’appoggio dei coltivatori diretti di Paolo Bonomi, che non era certo un progressista, si barcamenava come poteva. Si arrivò presto alla crisi che risolse ben poco: Lombardi mollò il giornale, io tornai alla direzione dell’Avanti!, Moro restò alla Presidenza del Consiglio, Nenni continuò ad essere il suo vice e il braccio di ferro tra socialisti e democristiani per le riforme in programma continuò come prima.

Franco Gerardi

 Questo è il quinto di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Già pubblicati:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’
4 –
 La giustizia italiana e l’albero tagliato

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