mercoledì, 24 Aprile, 2019

Immigrazione, occasione per il “campo progressista”

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Oltre al tema della riforma delle Istituzioni europee, anche quello dell’immigrazione dovrebbe costituire per le forze di sinistra dell’Italia un’altra occasione da non perdere per elaborare un progetto comune, col quale cercare di contrastare l’egemonia delle forze di destra nel governo dei problemi che agitano la vita politica e sociale del Paese.

Il n. 2/2019 di “Micromega” ospita diversi articoli sull’argomento delle immigrazioni, tra i quali meritano un particolare interesse quelli di Lucio Caracciolo, direttore di “Limes”, (“Migrazioni e democrazia”) e di Lisa Pelling, scienziata politica e ricercatrice presso istituzioni governative svedesi, (“Frontiere aperte: è possibile e anche utile”. La rilevanza dei due articoli non sta tanto nella natura dell’argomento trattato, quanto nel modo “fuori dal coro” col quale esso è impostato: essi suggeriscono, infatti, idee sul come formulare una politica di lungo periodo per l’immigrazione, al fine di porre rimedio ai limiti dei provvedimenti, quali quelli normalmente adottati dai governi susseguitisi alla guida del nostro Paese negli ultimi anni, per regolare l’afflusso degli immigrati sul territorio nazionale, in base a decisioni assunte solo sotto la pressione dall’urgenza e dalla necessità.

L’argomento delle migrazioni internazionali non ha certo bisogno d’essere illustrato, essendo ormai diventato da anni, almeno per l’Italia, motivo di costante confronto politico tra coloro che vorrebbero porre un limite assoluto all’ulteriore arrivo di immigrati sul territorio nazionale (o quantomeno un suo rigido controllo) e coloro che, per ragioni umanitarie, vorrebbero che il Paese fosse aperto all’accoglienza.

Tale confronto, che si sta trascinando da anni in termini sterili, è valso a polarizzare l’opinione pubblica intorno a posizioni ideologiche incompatibili e, quel che più conta, prive di validi suggerimenti per l’attuazione di una politica dell’immigrazione destinata ad avere, sia pure nel medio-lungo periodo, effetti positivi per gli immigrati e per il Paese.

La polarizzazione è causata dalla contrapposizione delle tesi sostenute, da un lato, da una destra xenofoba e razzista, tendente a porre termine all’accoglienza con la chiusura dei porti e della frontiera, e dall’altro, dalle forze di sinistra che, da sempre, invocano l’accoglienza degli immigrati per ragioni umanitarie, affermando la loro possibile integrazione nel tessuto sociale nazionale. Una posizione, quest’ultima, che non è mai stata sorretta da alcuna azione politica in grado di produrre effetti utili per tutte le parti coinvolte.

L’inerzia e l’incapacità della classe politica italiana nel dipanare la polarizzazione dell’opinione pubblica sul problema dell’immigrazione non potranno essere superate, finché non si prenderà atto che le forze che spingono milioni di esseri umani ad abbandonare il loro Paese natio vanno ricondotte alle precarie condizioni di vita, dovute alle modalità di funzionamento dell’economia mondiale ed ai conflitti regionali; causati, questi ultimi, dalla propensione dei Paesi economicamente più avanzati a controllare in via esclusiva i mercati di collocamento delle produzioni e di approvvigionamento delle materie prime.

Pertanto, la questione migratoria – afferma Lucio Caracciolo – è il “termometro della nostra civiltà”, ovvero il rilevatore della nostra attuale incapacità a risolverla a trovare una soluzione nell’interesse di tutti. Finché le disuguaglianze fra “Caoslandia” e “Ordolandia” – egli osserva – saranno conservate, senza che nulla sia fatto per impedire un loro ulteriore approfondimento, i “flussi migratori dal Sud del mondo verso il Nord saranno destinati ad aumentare e nessuna chiusura dei porti potrà fermarli”. Una strategia di gestione responsabile del fenomeno migratorio presuppone, perciò, una visione realistica del pianeta, suddiviso fra Caoslandia e Ordolandia, ovvero tra Sud e Nord del mondo, dove il primo (il Sud) designa l’enorme area soggetta agli esiti più devastati, sul piano economico e su quello sociale, delle modalità di funzionamento dell’economia globale; mentre il secondo (il Nord) è lo spazio occupato dai sistemi economici più avanzati che, sebbene non siano immuni anch’essi da squilibri economici e sociali interni, offrono condizioni di vita più sicure (per l’assenza di guerre) e meno precarie (per le migliori opportunità sul piano economico).

Inoltre, Caoslandia è “l’area del pianeta dove le istituzioni sono più labili, se non inesistenti”; l’idea stessa di Stato è estranea ai territori che la compongono, nei quali “si concentrano sacche di povertà indicibile, accanto a favolose ricchezza di pochissimi trafficanti, alcuni dei quali vestiti da governanti”. Ancora, Caoslandia è lo spazio nel quale si concentra una dinamica demografica incontrollata che trasforma i Paesi che la compongono in “vittime” della cosiddetta “trappola malthusiana”: un circuito perverso per cui – afferma Caracciolo – “dalla povertà deriva la pressione demografica crescente, di qui fame, malnutrizione, alta mortalità infantile, depressione del capitale umano e sociale, blocco dello sviluppo, aumento del tasso di fecondità e quindi nuova povertà”. Tutti fattori, quelli che caratterizzano Caoslandia, che promuovono flussi crescenti di migranti verso territori in grado di garantire condizioni di vita più sicure ed economicamente meno precarie.

Secondo stime delle Nazioni Unite, nel 2016 vi erano nel mondo 244 milioni di migranti internazionali (al netto quindi delle migrazioni interne ai Paesi di Caoslandia, che costituiscono un fenomeno tanto importante quanto il primo), dei quali 65,3 milioni erano persone costrette a lasciare il loro Paese per guerre o persecuzioni; i rifugiati sono quelli che – afferma la Pelling – “catalizzano normalmente maggiore attenzione, ma la maggior parte dei migranti internazionali è composta da persone che si spostano in cerca di un migliore futuro lavorativo”. Nel complesso, secondo stime dell’ufficio demografico delle Nazioni Unite, i migranti costituiscono oltre il 3% della popolazione mondiale.

In questo contesto, considerato che i flussi di immigrati prevalentemente indirizzati vero l’Italia sono di origine africana, qual è la posizione del nostro Paese? Per averne un’idea, occorre considerare la diversa dinamica che caratterizza la popolazione africana rispetto, in generale, a quella europea. Secondo previsioni delle Nazioni Unite, nel 2050 la popolazione africana ammonterà a più di 2 miliardi di persone, mentre quella dell’Unione Europea si manterrà stabile a circa mezzo miliardo. Per avere la percezione della velocità con cui la dinamica demografica africana si sta svolgendo, basti pensare che nel 1995 la popolazione dell’Europa, con 730 milioni di persone, era numericamente equivalente a quella africana, ammontante a circa 741 milioni di persone; vent’anni dopo, cioè nel 2015, gli abitanti dell’Europa hanno registrato un aumento pari a circa 12 milioni di unità, mentre quella africana si è accresciuta di 100 milioni di persone. Le ragioni per cui la dinamica demografica africana non ha alimentato flussi migratori più consistenti, secondo la Pelling, sono diverse, ma la principale (prescindendo dalle sofferenze personali) deve essere rinvenuta nell’alto costo che la migrazione comporta; ciò concorre ad alimentare le migrazioni interne dei Paesi arretrati dalle zone rurali verso le città, destinate queste ultime a divenire sempre più focolai e occasioni di insicurezza, e dunque, causa e “motore” di sempre più consistenti flussi di migranti.

Il contesto della dinamica demografica africana presenta implicazioni particolarmente negative per l’Italia; ciò perché il Canale di Sicilia è – afferma Caracciolo – una delle faglie più critiche delle migrazioni dai territori della Caoslandia africana a quelli della Ordolandia europea. In questi processi migratori, l’Italia era normalmente percepita “come primo approdo”, che avrebbe dovuto consentire ai migranti di indirizzarsi verso Paesi più ambiti (quali, Francia, Germania, Paesi scandinavi).
Quando però, a partire dal 2016, la massa dei migranti è divenuta imponente, i Paesi più ricchi d’Europa, tradizionali mete finali dei migranti, hanno sospeso il Trattato di Schengen (regolante l’apertura delle frontiere tra i Paesi firmatari europei, tra i quali l’Italia). Il nostro Paese, da territorio di transito, si è così trasformato in “Paese di involontaria destinazione”, subendo gli esiti (anche a causa degli egoismi nazionali di gran parte degli altri Paesi membri dell’Unione Europea) di una crescente emergenza, rimasta costante sino ad oggi, malgrado la diminuzione degli sbarchi sulle coste italiane.
La diminuzione degli sbarchi non significa, però, che l’emergenza immigrati possa considerarsi finita per l’Italia, sia perché il Paese non è dotato di una efficace politica di integrazione degli immigrati, sia perché manca ogni valida iniziativa per adottarne una a livello di Unione Europea; coloro che riescono a mettere piede sul suolo nazionale devono fare assegnamento solo su se stessi, “finendo quasi sempre – sostiene Caracciolo – per ingrossare le file dell’esercito dei lavoratori in nero che caratterizza il nostro sistema produttivo. Con la partecipazione straordinaria delle mafie nostrane, che, spesso, in combutta con imprenditori interessati a spremere il lavoro non protetto, organizzano su commissione i viaggi Sud-Nord e ne traggono mirabolanti profitti”.

La conseguenza di tutto ciò è la tendenza dei nuovi arrivati ad organizzarsi all’interno di propri spazi esclusivi, quasi sempre collocati nelle periferie dei centri urbani, dando origine al “clima ideale” per la “caccia” allo straniero, con il passaggio inevitabile dalla xenofobia al razzismo. Perdurando questo stato di incapacità del Paese di gestire l’emergenza dell’immigrazione, se non interverranno fattori esterni, l’Italia del futuro – conclude Caracciolo – “sarà disegnata da corposi ghetti etnici. Con la concreta prospettiva di trasferire sul territorio nazionale conflitti importati dall’Africa o dal medio Oriente”; ma anche con quella di assistere all’incapacità della classe politica italiana di coltivare l’idea che una certa quota di immigrati, considerato il declino demografico che da alcuni anni sta colpendo il Paese, sia “non solo inevitabile, ma necessaria”, per realizzare una più equilibrata distribuzione per classi di età della popolazione italiana, ma anche per rilanciare la crescita dell’economia nazionale.

Del potenziale contributo al rilancio della crescita economica dei Paesi che maggiormente stanno subendo l’”invasione” degli immigrati è convinta la Pelling; la prima cosa che dovrebbe essere compresa dalla classi politiche di tali Paesi è che “migrazioni, crescita e sviluppo possono giovarsi reciprocamente a più livelli, andando a vantaggio dei migranti stessi, ma anche dei Paesi di partenza e di quelli d’arrivo”.
La comprensione dei potenziali vantaggi apportati dagli immigrati deve essere però accompagnata dalla consapevolezza che i vantaggi diventeranno concreti nel lungo periodo, mentre i costi dell’immigrazione si presenteranno nell’immediato. Ciò è causa del fatto che il vantaggio, ad esempio, della crescita economica di lungo periodo non possa essere “di consolazione per coloro che devono sopportare i costi immediati”, quali sono i disagi delle persone che vivono nei quartieri periferici nei quali si concentra la residenza della maggioranza dei nuovi arrivati, o la rarefazione delle opportunità di lavoro per quei lavoratori nazionali poco specializzati che subiscono gli esiti della concorrenza degli immigrati.

Questi aspetti dovrebbero costituire l’occasione per le forze di sinistra al fine di elaborare una risposta unitaria al problema dei migranti, proponendo, a livello di Unione Europea, che i Paesi che la compongono adottino una politica comunitaria in grado di valorizzare “i legami tra i futuri vantaggi umani, politici, economici e sociali che possono accompagnarsi all’immigrazione, da una parte, e, dall’altra, i costi di essa che per la maggior parte vanno sostenuti ora”.
A tal fine, a parere della studiosa svedese, sarebbe necessario da parte di tutti i Paesi dell’Unione un “orientamento politico” comune per il rilancio della crescita dell’intera area comunitaria, ma anche per sconfiggere al suo interno la deriva del sovranismo; ciò costituirebbe il presupposto per ricuperare la fiducia dei cittadini europei intorno al progetto di conciliare i vantaggi attesi dall’immigrazione con i costi attuali che essa comporta, con la garanzia di una sicura ridistribuzione dei vantaggi futuri a favore dei gruppi sociali sui quali sono prevalentemente distribuiti i costi attuali.
E’ su queste basi che le forze di sinistra dell’Italia dovrebbero ritrovare la propria unità di proposta e di azione, allargando così l’impegno a richiedere, nell’interesse di tutti, la costruzione di un’altra Europa.

Gianfranco Sabattini

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