sabato, 27 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Il progenitore di peronismo, castrismo e chavismo

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A leggere Il populismo gesuita: Perón, Fidel, Bergoglio di Loris Zanatta (Laterza, 16 euro) è difficile non convincersene: peronismo, castrismo, chavismo avrebbero per progenitore comune il modello del cristianesimo latinoamericano, la Compagnia di Gesù. Se i re cattolici avevano l’ambizione di instaurare un regno di Dio in terra a replica di quello dei cieli, questi nuovi e meno nuovi interpreti in alta uniforme, con la divisa verde oliva o in tonaca bianca, hanno per obiettivo quello di rifondare un Regno perduto. Un ritorno all’età del sacro con la necessaria salvezza del popolo corrotto dalla rivoluzione scientifica e industriale, il tutto ancorato a un altro universalismo, quello cattolico, rovescio dell’avversato illuminismo e dei suoi esiti. Il vademecum che era stato del missionario si trasfigura nel mondo secolare e l’escatologia salvifica laddove si chiamava «redenzione» oggi prende il nome di «rivoluzione». D’altronde, «evangelizzare, convertire, redimere il “popolo”, salvarsi l’anima salvandogliela» era l’abc della catechesi gesuita così come egemonia culturale e approccio olistico saranno le pietre angolari dei populismi di sua derivazione.

Il nemico dei populisti gesuiti è facilmente identificabile e il suo sopraggiungere sulla scena coincide con «la nascita dell’individuo moderno che mina l’unanimità della comunità organica, la rivoluzione scientifica che infranse l’aura sacra del creato, la razionalità illuminista che incrinò la simbiosi tra fede e ragione, il liberalismo che sciolse la fusione tra sfera spirituale e sfera temporale, il capitalismo che incensando la prosperità esaltò l’egoismo. Tutto ciò causò disordine, conflitto, pluralità: cose che nella visione redentiva del populismo non sono la fisiologia della condizione umana, ma patologie che attentano all’organismo sano chiamato popolo».
Del populismo Zanatta dà una definizione valoriale più che scientifica. Si tratterebbe di un insieme di vaghe credenze malleabili e per questo riaffioranti sotto diverse forme, facenti capo a una mentalità o a un immaginario più che a un sistema ideologico. Espressione del «rimpianto di un’unità smarrita, un’innocenza perduta, un’identità dissolta» che ambisce alla restaurazione. «È in breve, una nostalgia di unanimità» che rappresenta un modo religioso di intendere la vita umana, la storia e i suoi processi.
Unanimiste, gerarchiche, corporative, le missioni che modelleranno i futuri stati prevedono sudditi e non cittadini, peccati non delitti, penitenze non pene. Il denaro e la proprietà privata sono il male da bandire, la santa povertà è preferibile, anzi da incoraggiare, poiché salva le anime e garantisce un ordine sociale immutabile. Tutto il contrario delle società secolari che avevano dato i natali ai Locke e ai Newton: dinamiche, competitive, plurali. Il mondo del sacro non regge il confronto e nel 1773 la soppressione dell’ordine gesuita segna il tramonto di un’epoca. La Restaurazione coincide col ripristino della Compagnia e da allora la storia sudamericana è ricorsiva: agli strappi liberali, ai metri conquistati dallo stato laico sullo stato etico, hanno sempre fatto seguito rinculi cattolici e mobilitazioni di popolo, e viceversa di rimando. Per un Benito Juárez, liberale e massone, che in Messico sottrae al monopolio della chiesa i riti di passaggio dal matrimonio alla tomba, c’è sempre un Gabriel Garcia Moreno che in Ecuador sancisce la reconquista dello stato teocratico. Il liberalismo sembra quasi una malapianta straniera che fatica a acclimatarsi, ma questo habitat incontaminato viene via via modificato dal vento anglosassone. I tempi si fanno maturi per la nascita del cosiddetto «mondo cattolico»: associazioni, giornali, sindacati e soprattutto scuole che permeino l’ossatura della società laica e formino le nuove élite. Tra le due guerre novecentesche si consuma dappertutto nel continente il ritorno di croce e spada, con l’esercito che si erge a custode delle varie identità cattoliche nazionali. All’avanzare del «comunismo ateo», frutto avvelenato della tradizione illuminista, il clero offre una risposta raffinata: non bastava combatterlo bisognava altresì «impedire che il proletariato ne cadesse vittima» puntando tutto sulla trinità Dio, patria e popolo.
Il primo populismo gesuita è quello peronista: origina nel 1943 da un colpo di mano militare nella nazione più secolare del continente e punta a «restaurare l’argentinità» ossia la sua cristianità messa in discussione della modernità liberale e dall’economia mercantile. Le «libertà borghesi» vengono subito immolate al bene superiore: chiude il parlamento, i partiti vengono sospesi, la stampa censurata, i professori ostili silurati. «Il liberalismo è sepolto» può esultare Hernán Benítez, l’ideologo gesuita di Perón. La ricchezza viene redistribuita ma non se ne produce di nuova, e senza incentivi al lavoro la virata verso l’assistenza finisce per rivelare il vicolo cieco pauperistico: «impoverire i ricchi era più importante che arricchire i poveri». La verticalità gerarchica e organizzativa, la democrazia organica anziché rappresentativa, il legame un tempo reciso e finalmente riannodato con la Spagna franchista, per non dire del manicheismo di Eva: tutti elementi che fanno di Perón l’uomo della provvidenza e del suo regime il Regno restaurato. A lungo andare però il rapporto fra le due chiese, quella romana e quella porteña, si fa complesso, scricchiola e infine si frantuma causando la rovina della sua più recente incarnazione. È una lezione di cui i futuri populisti faranno tesoro.

Il paradiso invocato da Castro, invece, è un’isola che ha scacciato i mercanti dal tempio. A domanda rispondeva: «Se la Chiesa creasse uno Stato lo farebbe come il nostro». Veniva dalle campagne orientali e guidava la riscossa contro il lassismo e il vizio della capitale, dove avrebbe imposto il suo decalogo morale, la rieducazione e il boicottaggio per ogni supposta devianza compresa quella di chi aveva pensato a un altro Paradiso, come José Lezama Lima, l’autore di uno dei capisaldi della letteratura latinoamericana. Castro aveva studiato dai gesuiti, si era abbeverato alla fonte peronista e lo zelo non gli mancava. I vescovi garantivano per lui e in tanti passarono dalla sagrestia al regime, da una fede all’altra; «il sacerdote è prototipo del rivoluzionario» asseriva, e in fondo Cristo non è stato «il primo anticapitalista»? Incaricato a vita come un papa, Castro predicava dal pulpito nelle adunate di piazza, officiava omelie interminabili in cui nel lessico si discostava da Marx e Lenin affidandosi ai vangeli, e raccontava la buona novella del «nuovo cristianesimo». Da buon allievo poi, Fidel aveva appreso che oltre alla liturgia e all’esempio dei martiri, come quelli dell’assalto alla Moncada, serviva anche l’indottrinamento fin dalla più tenera età: «più che emancipare gli individui dall’ignoranza, più che formare cittadini consapevoli, la scuola cubana formò i fedeli della religione castrista». Un’istruzione alla quale non corrispose mai un miglioramento delle condizioni di vita; cadute le illusioni di un qualche sviluppo il comunismo cubano si dedicò a combattere qualsiasi tipo di ricchezza passando dal reclamare beni materiali al vantare le superiori virtù morali della povertà.

I gesuiti sono stati i più scaltri a cogliere le potenzialità dei nuovi movimenti popolari e del comunismo fra tutti: «scrostato l’ateismo, non era forse un’ideologia colma di richiami cristiani?». Uguaglianza sì, ma più simile alla sudditanza dei fedeli dinnanzi al sacerdote. Arruolare Marx alla causa del sentimento religioso dunque, d’altronde «la sua pulsione apocalittica e redentiva evocava la lotta contro l’infedele, prospettava un vero ordine cristiano, equo e perfetto, armonico e giusto. Bastava cristianizzarlo. Difatti non fu il marxismo a “penetrare” il cristianesimo, in America Latina. Fu, notò tempo dopo il primo papa gesuita e latinoamericano, il marxismo a imitare il cristianesimo».

La Compagnia di Gesù che un tempo batteva bandiera nazionalista nel secondo dopoguerra si rimpannuccia dunque con la veste marxista: è la gattopardesca svolta della teologia della liberazione, crociati che tuonano contro i nemici di sempre con l’armamentario più alla moda, ieri l’identità, oggi la giustizia sociale, domani magari l’ambiente. Stessi nemici, stesse ricette: il povero va liberato sì ma non certo della povertà. Le prossime tappe sono Santiago, Managua, Caracas, La Paz.
Cresciuto nel solco del peronismo, Jorge Mario Bergoglio resiste negli anni Settanta alla sbandata marxista di molti suoi colleghi, ma ciò non fa di lui un avversario meno acerrimo delle democrazie liberali prima e della globalizzazione disgregatrice e plurale poi. Ai tempi in cui dirigeva l’Università del Salvador di Buenos Aires non badava alle sottigliezze: accettava docenti di ogni corrente, peronisti o comunisti, a patto che non fossero «liberali». «I regimi “popolari” si possono “redimere”: sono pur sempre figli dell’utopia cristiana. Gli altri no, sono “coloniali”». È durissima rintracciare qualche menzione dei progressi compiuti dall’umanità nei sermoni di Bergoglio, che anzi volgono spesso al millenarismo, alla profezia apocalittica: lo sfruttamento e l’ingiustizia perdono qualsiasi dimensione storica o contestuale e diventano una condizione dovuta all’avvento della rivoluzione illuminista. Se la modernità è corruzione e decadenza, non sorprende pertanto che la catastrofe ecologica prossima ventura sia in cima alle sue preoccupazioni poiché gli si offre come il perfetto scenario di redenzione. Imperativo è quindi decrescere, rallentare, i poveri si guadagneranno il regno dei cieli e in fondo cos’è il capitalismo se non speculazione, sfruttamento, peccato: «La sua concezione economica poggia su un imperativo categorico: “La ricchezza va distribuita”. Come la ricchezza di cui esige la distribuzione si crei non è oggetto della sua predicazione. Al pari degli altri “populisti gesuiti”, il papa invoca la parabola dei pani e dei pesci a fondamento della scienza economica».

Bergoglio fa anche un gran parlare delle periferie, chiamate a riscattarsi contro il centro cosmopolita, ma il popolo che ha in mente il papa è quello della Bibbia, sono gli umili e non i lavoratori. È un popolo prepolitico, mitologico, unico depositario di virtù, destinato a organizzarsi in un ordine politico organico di certo non passando per bazzecole come il contratto sociale, la separazione dei poteri o il multipartitismo.
Moltissimi sono stati gli europei che hanno guardato e guardano all’esperienza dei populismi gesuiti con favore, spesso attraverso le lenti distorte dell’esotismo, alla ricerca di una consolante unità che deve sembrargli persa nelle fortunatamente caotiche società contemporanee. Al contrario, la via socialdemocratica al progresso e la grisaglia delle riforme istituzionali hanno infiammato meno animi dell’Arcadia pauperista vagheggiata e praticata dai regimi latinoamericani di cui si occupa Zanatta. E mentre dal riscaldamento globale alla pandemia si susseguono le encicliche del primo papa gesuita in abiti francescani, alla fine di questa lettura ci viene il dubbio che anche da queste parti, per troppi, la falce e il martello abbiano sempre proiettato l’ombra di una croce.

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