mercoledì, 22 Maggio, 2019

Il prologo della dittatura, la nuova legge elettorale e le sue vittime sacrificali

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Dalla Grande Guerra alla guerra civile. Parte 24

Riprendendo la periodizzazione cronologica da dove l’avevamo lasciata e ribadendo il fatto che questa narrazione ha il limiti del reportage giornalistico divulgativo e non ambisce ad essere una trattazione storiografica dettagliata, per cui, in ogni caso, molti fatti storici risultano inevitabilmente trascurati, torniamo al febbraio del 1923, quando il partito fascista e quello nazionalista andarono incontro ad una fusione. Molti nazionalisti si era già infiltrati nelle file dei fascisti, spingendo il fascismo verso la reazione e verso obiettivi di tipo capitalista e militarista, i capi però del nazionalismo italiano non avevano aderito ufficialmente al partito fascista, mantenendo così la loro organizzazione.

Ne era risultata una sorta di dialettica conflittuale tra i nazionalisti che guardavano con una certa sprezzante altezzosità oligarchica ai fascisti “rivoluzionari”, mentre questi ultimi, a loro volta, imputavano ai nazionalisti di essere inerti e di vivere parassitariamente dei loro successi sul campo. Fu per questo che venne deciso di unificare le due correnti in un unico partito e fu proprio sotto la spinta dei nazionalisti che il fascismo si spostò sempre più a destra verso prospettive autoritarie, tendenti a liquidare sia la democrazia che il parlamentarismo, con una studiata capacità intellettiva che inserì nelle file fasciste “filosofi”, “storici” e “giuristi” provenienti dalle file del nazionalismo italiano.

La forza del suo partito, anche se allargato ai nazionalisti, però a Mussolini non era certo sufficiente per allargare e consolidare il suo potere e ancor meno per poterlo esercitare senza troppi condizionamenti, tanto più che nell’aprile del 1923 i deputati del Partito Popolare si divisero; 16 di loro infatti passarono direttamente nelle file degli oppositori e di conseguenza Mussolini si trovò di fronte ad una opposizione di quasi metà della Camera. Inoltre 150 dei suoi fiduciari non erano certo da annoverare tra i fedelissimi, ma tra coloro che stavano a guardare come sarebbe finita, dato che consideravano il fascismo come un esperimento transitorio ed avevano le valigie pronte per passare all’opposizione, se qualcosa per Mussolini fosse andato storto.

Mussolini d’altro canto, era consapevole che, per avere la possibilità di contare su una solida maggioranza, bisognava sciogliere quella Camera e formarne una nuova, però, e qui stava il punto cruciale, con una nuove legge elettorale. Lui fu il primo ad inaugurare la strategia delle nuove leggi elettorali più convenienti a chi ha il potere per consolidarlo. E pare che in Italia, almeno dalla fine della cosiddetta prima Repubblica, ci siano stati vari personaggi e governi che se ne sono ricordati tanto bene non solo da cambiare le leggi elettorali a loro favore ogni qualvolta essi sono al potere, ma fino addirittura a voler stravolgere la Costituzione. Siamo però ancora in democrazia e, per ora almeno, gli è andata male. Ma non è detto che non ci riprovino..

Così, ovviamente, Mussolini doveva inventare un nuovo sistema elettorale che gli consentisse di avere la possibilità di mantenere alla Camera una maggioranza a lui favorevole. Un regio decreto in tal senso sarebbe apparso come l’ennesimo colpo di Stato, dopo quello con cui il re si era rifiutato di firmare lo stato di assedio e Mussolini sapeva bene che una legge del genere doveva essere approvata proprio da quella Camera che lui voleva profondamente cambiare, il problema era fare approvare ai suoi oppositori una legge con cui essi stessi non sarebbero più stati eletti, impresa certo non facile, ma non impossibile..
La nuova legge elettorale, inoltre, doveva dare serie garanzie che si potesse vincere territorialmente anche dove era quasi impossibile vincere, venne così presentato un disegno di legge molto ardito che, se lo guardiamo bene, fu proprio tale da risultare il prologo della dittatura, quasi resti come monito a vigilare molto bene sulle proposte di legge elettorale che ancora ci aspettano.

Il 17 aprile del 1923 la legge arrivò alla Camera, essa si proponeva di mutare il sistema precedente che divideva il Paese in grandi collegi elettorali, in cui ciascun partito otteneva un numero di seggi proporzionato ai voti della sua lista. Il nuovo sistema, invece, pur mantenendo la divisione in grandi collegi elettorali, prescriveva che in ciascuno di essi ogni partito potesse presentare un numero di candidati non eccedente i due terzi dei deputati spettanti in ciascun collegio. I voti alla fine ottenuti in tutti i collegi da ciascun partito, sarebbero finiti, sommati, in una sorta di “calderone nazionale” per ogni partito. Il partito che avesse avuto il “calderone più grosso” e cioè il totale nazionale più elevato, avrebbe avuto come premio elettorale i due terzi del seggi parlamentari (cioè 356 su 535), controllando così ampiamente e maggioritariamente un ramo del Parlamento. Gli altri partiti si sarebbero divisi proporzionalmente in ciascun collegio, mentre il restante terzo dei seggi sarebbe stato attribuito in base al numero dei voti ottenuti. Si preparava in tal modo la “dittatura della maggioranza”, premiandola con una quantità sproporzionata di seggi, mentre si indeboliva al contempo l’opposizione frantumandola proporzionalmente.

I gruppi socialisti, comunisti e democratici condotti da Amendola immediatamente si opposero, schierandosi frontalmente contro tale proposta di legge. L’esito, quindi, dipendeva soprattutto dal voto dei popolari e se essi pure si fossero opposti, ci sarebbe stato un conflitto pressoché insanabile tra Camera e governo, tale da chiamare in causa con ogni probabilità il sovrano. E se il re si fosse schierato a favore della Camera, le dimissioni di Mussolini sarebbero state inevitabili. Sappiamo che i popolari erano divisi e che i più conservatori e facilmente condizionabili dal Vaticano erano anche disposti a votare la legge, ma il segretario Don Sturzo era tra gli irriducibili oppositori e con lui la maggioranza del suo partito, sembrava dunque che la legge fosse destinata ad una inevitabile sconfitta. Ma Mussolini che, come sappiamo era molto abile a tenere il piede su due staffe, in attesa di averle tutte e due ben solide per cavalcare in pieno la sua dittatura, se da una parte cercava convergenze alla Camera, dall’altra sobillava i suoi impazienti scherani della Milizia, che non vedevano l’ora di menare le mani.

Mentre così la stampa fascista si lanciava in continue invettive contro i deputati che si opponevano, Montecitorio venne posto sotto custodia della Milizia fascista, che pedinava anche gli stessi oppositori ed uno di essi, Misuri, tra l’altro un oppositore interno allo stesso partito fascista, il 29 maggio del 1923, venne per questo seguito, bastonato, pugnalato alla mano sinistra presso Montecitorio e mandato all’ospedale. La stampa fascista elevò i toni sottolineando che Don Sturzo era un prete e, come tale, soggetto alla disciplina ecclesiastica, pertanto anche i suoi superiori avrebbero subito le conseguenze di una sua eventuale opposizione. Fu lui stesso con le seguenti parole a descrivere il clima arroventato e minaccioso di quei momenti: “L’atmosfera era grave e opprimente. Le camicie nere erano concentrate a Roma. Circolavano da ogni parte voci di feroci violenze e di vendette personali; le forze armate fasciste si mettevano in mostra in numero sempre crescente; perfino le gallerie della Camera, e i corridoi e i saloni ne erano affollati”

Montecitorio era in pratica presidiato permanentemente dai fascisti in armi, pronti a tutto. Eppure l’opposizione energicamente reagì lo stesso, ma in questo caso mancò un largo seguito popolare che accompagnasse tale sussulto di dignità, anche se c’è dato di supporre che una grande manifestazione popolare di dissenso allora sarebbe ben presto degenerata in un bagno di sangue. Improvvisamente però Don Sturzo si dimise da segretario del suo partito, con la seguente dichiarazione: “..Credo di non dovere più oltre indugiare per non lasciare che la offensiva contro la Chiesa, iniziata proprio in occasione dell’atteggiamento popolare contro la riforma elettorale politica, dalle insidie e dalle minacce, vada oltre”. Come vedremo, essa andò oltre in ogni caso, con l’assassinio di Don Minzoni nell’agosto successivo, a sottolineare il fatto che quando si china la testa non si può che prendere poi una sonora randellata per premio.
Fu il giornale liberale La Stampa ad essere ancora più chiaro ed esplicito di Don Sturzo, scrivendo: “Il Vaticano si mostrò preoccupato di tale situazione, e poiché Don Sturzo aveva già preventivamente offerto di eliminare la propria persona qualora potesse essere di qualche imbarazzo al Vaticano, così fece conoscere a Don Sturzo che il momento delle dimissioni era venuto. Il segretario inviò senz’altro la lettera di dimissioni, che fu conosciuta prima dal Vaticano.” Le dichiarazioni de La Stampa non vennero smentite né dal quotidiano cattolico Il Popolo e tanto meno dal diretto interessato Don Sturzo o dal Vaticano, anzi vennero riprodotte..pari, pari.

Ma quella del Vaticano non era stata certo una resa senza condizioni, anzi, nel gennaio del 1923 Mussolini e il cardinal Gasparri, portavoce del papa, si erano incontrati per salvare il Banco di Roma molto vicino al Vaticano e Mussolini puntualmente lo aveva fatto, quindi era naturale ed inevitabile che egli poi si aspettasse una certa riconoscenza in cambio. Dunque Don Sturzo obbedì e si dimise. Un gregge senza pastore difficilmente resta unito, specialmente se i lupi sono prossimi a mordergli le terga, e i lupi non tardarono a mordere. Così, il 13 luglio molte sedi di organizzazioni cattoliche vennero assaltate e distrutte, tanto perché i deputati si dessero una mossa a capire l’antifona.
Mussolini non esitò in quel momento anche a tirare ancora in ballo il re, tendendogli un tranello, venne infatti diramato dai giornali il testo di un decreto legge con cui si diffidavano i direttori di giornali a diffondere notizie “false e tendenziose”, minacciandoli che se in un anno ciò fosse capitato due volte, il direttore avrebbe dovuto dimettersi. Questo primo palese tentativo di imbavagliare la stampa era un bluff ed una truffa al tempo stesso, sia perché mai il re si era intromesso in questioni che riguardavano la stampa ed erano interdette dallo stesso Statuto, sia perché il re non aveva ancora firmato nulla del genere, né avrebbe potuto farlo senza l’approvazione preventiva del Parlamento. Ma Mussolini fece lo stesso spregiudicatamente circolare la notizia, mentre il re taceva ignominiosamente, dando così a tutti l’impressione che fosse complice di Mussolini, la Camera quindi fu messa nelle condizioni, se avesse votato contro la nuove legge elettorale, di essere non solo contro Mussolini, ma anche contro il re. Ancora una volta la monarchia italiana rivelava tutta la sua pochezza, la sua ambiguità ed il suo opportunismo.

Per fare approvare la legge, Mussolini in Parlamento, come molte volte gli era capitato e gli doveva capitare, vestì i panni dell’agnellino, promettendo che in seguito a tale approvazione ogni violenza sarebbe cessata in tutto il Paese. Quanto fosse ipocrita questo discorso lo abbiamo già visto facendo in precedenza il conto dei morti che si susseguirono allora e poi. Bisogna ammettere che Amendola, pur rivelandosi di grande levatura morale, non brillava molto per acume politico, così ci cascò in pieno e si astenne, credendo veramente che le violenze sarebbero cessate. Sarà in seguito lui stesso a sperimentare di persona e sulla sua pelle tale ipocrisia, fino alla fine a morirne. La legge fu infine approvata con 235 voti favorevoli, ma stavolta con un buon gruppo di irriducibili che tennero la schiena dritta: un centinaio di socialisti, comunisti e democratici, più 39 popolari che disobbedirono all’obbediente Don Sturzo e alle gerarchie vaticane. Un esempio allora sparuto, ma che, quando i cattolici con la Democrazia Cristiana domineranno l’Italia, sarà sicuramente più esteso nel seguire la propria coscienza, anche se ovviamente mai del tutto conflittuale, contribuendo così non poco a migliorare il nostro Paese.

Lo stesso giorno, un re che era piccino non solo per forma fisica ma anche per statura morale, firmò il decreto sulla stampa, facendo salire di un altro gradino Mussolini sulla scala della dittatura e distruggendo un altro pezzo di quello Statuto che aveva unito l’Italia in una prospettiva che, anche se ristretta, era pur sempre liberale e democratica. La legge elettorale era stata approvata ma restò nelle mani di Mussolini, e non venne firmata subito dal re, che, anche in questo caso, era destinato a fare una meschina figura, perché? Perché ovviamente Mussolini prima di farla entrare in vigore doveva assicurarsi le necessarie alleanze per conseguire poi una maggioranza assoluta, e allora non ne era poi così sicuro.. Fu proprio allora che un coraggiosissimo prete che aveva speso e stava spendendo tutte le sue forze, per sottrarre i giovani alla nefasta influenza dei fascisti, fu aggredito vigliaccamente il 23 agosto da tre fascisti che gli spaccarono il cranio fino a farlo morire: si chiamava Don Minzoni. Gli squadristi che lo colpirono a sassate e bastonate erano sotto il comando di Italo Balbo. Poco prima della morte, Don Minzoni aveva scritto quasi prefigurando il suo destino: « a cuore aperto, con la preghiera che mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo della causa di Cristo » Fu un fulgido esempio di martirio cristiano dei nostri tempi.
Non contenti, i fascisti assalirono anche la casa di Nitti, saccheggiandola e distruggendone gli arredi. Lo stesso Amendola sperimentò per la prima volta la sua ingenuità astensionista, essendo aggredito e bastonato in una delle principali vie di Roma, fino a perdere conoscenza. Non a caso le vittime non erano socialisti o comunisti, ma cattolici, liberali e popolari, proprio perché al discorso alquanto ipocrita di Mussolini, seguivano come da norma le intimidazioni verso coloro che si dovevano impaurire, per spingerli ad essere rassicurati da lui stesso entrando nella sua lista. Il Vaticano, che ormai si apprestava a benedire l’ “uomo della Provvidenza”, purtroppo poco o nulla disse del povero Don Minzoni. L’Osservatore Romano infatti ignorò completamente il suo assassinio, confermando l’intesa sempre più stretta con il Duce del fascismo.

Ancora una volta il re venne coinvolto nella complicità verso il nascente regime, con un regio decreto-legge che avvisava i prefetti di mettere sotto stretta sorveglianza tutte le associazioni che vivevano dei contributi dei lavoratori, quasi che mettere in comune delle risorse per tutelare i propri diritti fosse considerato un sintomo di sovversivismo. I prefetti, in base ai loro sospetti, potevano così sostituire i consigli di amministrazione con i loro commissari, oppure addirittura liquidare l’intero loro patrimonio. Migliaia di società di mutuo soccorso, utili per le pensioni di vecchiaia, erano finanziate direttamente dagli iscritti, altre migliaia di associazioni, a scopo educativo o ricreativo, funzionavano nella stessa maniera, e allo stesso tempo, anche 20.000 società cooperative. Per non parlare dei sindacati socialisti o popolari che avevano cercato di resistere nonostante l’offensiva militare delle squadracce fasciste. Tutti, in questa maniera, o si sottoponevano al controllo fascista, oppure il loro lavoro, frutto delle fatiche di gente oppressa e povera e durato più di mezzo secolo, mediante lotte, sacrifici e dure conquiste, sarebbe stato gettato alle ortiche. Inutile sottolineare che questo decreto era incostituzionale esattamente come l’altro sulla stampa, ma il re sembrava ormai aver adottato come suo il motto principe del fascismo: “me ne frego!”

Il 28 gennaio del 1924, all’assemblea del Partito Nazionale Fascista, all’indomani dello scioglimento della Camera, Mussolini, per scongiurare che il suo principale mezzo di dissuasione e di repressione della opposizione, venisse in qualche modo ostacolato, lanciò un vero e proprio ultimatum a tutto il Paese: “chi tocca la Milizia avrà piombo!”, la lista fascista doveva vincere a tutti i costi. Pur avendo fatto di tutto per far passare una nuove legge elettorale, egli aprì il suo discorso con un passaggio che esprimeva il suo totale disprezzo per l’elettoralismo e per la campagna elettorale, dicendo che non vi avrebbe partecipato. Era una delle sue solite mosse ad effetto straordinario, queste furono le sue parole: “Aggiungo a scanso di illusioni comiziali, che non pronunzierò altri discorsi di genere elettorale dopo questo nei prossimi due mesi che io segno già come “nigro lapillo”, perché li considero tra i più mortificanti della mia vita. E’ bastato l’annunzio elettorale perché affiorasse alla superficie tutto quanto di più torbido, di più vanitoso e di più imbelle fermenta negli spiriti. Di ciò ho disgusto profondissimo. Non bisogna sopravalutare quella che si chiama battaglia delle urne. Ma errerebbe chi volesse svalutarla…bisogna accingersi a questa corvée elettorale con disciplina e senso di responsabilità. Anche le corvée erano necessarie, prima, durante e dopo le battaglie, quando o si pulivano i camminamenti, o si rifornivano di munizioni, o si portavano le plance per i ricoveri o i reticolati per le trincee..” Elezioni come una “necessità logistica”, quindi, come un modo per fare pulizia delle trincee e delle latrine, per rifornirsi in attesa di un nuovo assalto. A che cosa in questo caso? Ovviamente alla democrazia, e stavolta in maniera definitiva. Lo vedremo con il loro svolgimento e soprattutto ancor di più con le loro conseguenze, ma guai a dimenticare che tutto era già preordinato.

Mussolini non aveva mai amato né la democrazia e tanto meno le elezioni. E per stornare da sé i sospetti da quella operazione che lui con grande perizia politica e carismatica stava portando avanti, e cioè la trasformazione del fascismo in mussolinismo, se ne uscì con una frase di grande effetto tra i suoi: “In realtà il mussolinismo dovrebbe essere per certa gente una specie di viatico di un passaporto per poter in primo luogo combattere Mussolini, il quale da persona discretamente dotata di esperienza politica, diffida di questi mussoliniani e dichiara che il più deciso degli anti-mussoliniani è Mussolini” Ovviamente, perché lui era pienamente convinto di essere l’unico vero ed autentico mussoliniano esistente. Ora e sempre.

Egli si sente ormai investito non tanto di un compito politico, ma già quasi di una missione mistica, religiosa e allarga il discorso, in tale occasione anche al resto del mondo. Sarà bene ricordarlo anche per capire come questo fenomeno, grazie alla sua personalità di indiscussa grandezza, anche se di immensa spregiudicatezza, si sia affermato in vari modi in varie parti del mondo e persino in varie epoche: “Mentre la Russia, attraverso la NEP torna al capitalismo e chiede al capitalismo occidentale i mezzi per la sua ricostruzione economica, in Germania gli ultimi conati di sinistra sono ridicolmente falliti senza resistenza di sorta e spesso, come in Sassonia, nello scandalo e nella vergogna: in Francia la lotta tra fazioni sindacali e frazioni politiche ha ormai raggiunto il parossismo: in Inghilterra l’avvento del Labour Party non è destinato a scardinare il mondo e nemmeno l’Impero Britannico. Mac Donald non realizzerà il socialismo e non andrà a sinistra. Il monito agli insorti indiani è di una straordinaria significazione e deve avere gelato il cuore a molti melanconici di casa nostra. Il fascismo, come dottrina di potenziazione nazionale, come dottrina di forza, di bellezza, di disciplina, di senso della responsabilità, di repugnanza per tutti i luoghi comuni della democrazia, di schifo per tutte quelle manifestazioni che costituiscono la vita politica e politicante di gran parte del mondo, è ormai un faro che splende a Roma, ed al quale guardano tutti i popoli della terra, specie quelli che soffrono dei mali che noi abbiamo sofferto e superato. Alle nostre generazioni è toccato l’arduo compito di vivere e sostenere questa esperienza, il cui interesse ha ormai varcato i confini della nostra terra. Bisogna avere il senso religioso di questa enorme responsabilità storica, in tutte le manifestazioni storiche della nostra vita, e privata e pubblica; in tutte le battaglie che la vita impone, non escluse quelle elettorali” Sarà proprio in nome di questo “senso religioso” della sua missione che Mussolini non esiterà prima a servirsi della Chiesa per farsi propaganda, e poi a colpire l’associazionismo cattolico insieme ai suoi più illustri rappresentanti.

C’è dunque ben altro nella mente di Mussolini, che meglio si rivela ai suoi accoliti di quanto possa mascherarsi nei suoi discorsi parlamentari, rispetto ad una vittoria elettorale; c’è in essa un destino da compiere, una missione religiosa da realizzare con i suoi riti, i suoi fasti, il culto dello Stato e del fascismo che si deve identificare con esso, e del suo Duce, per il quale è necessario credere, obbedire e combattere e, se occorre, uccidere e morire. Esso ha quindi necessariamente anche le sue vittime sacrificali persino illustri, volute e cercate per tale scopo. Lo vedremo ben presto con i risultati elettorali e le loro conseguenze.

Carlo Felici

© 24 continua

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