sabato, 24 Ottobre, 2020

Il radiato Palamara e la Magistratura che ha perso l’immagine dell’imparzialità

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“Ricostruire una fase di normalità costituzionale” perché “nessuna democrazia può vivere a lungo senza giudici credibili e rispettati”: così l’8 luglio 2020 si esprimeva su ‘la Repubblica’ l’autorevole ex magistrato e deputato di sinistra Luciano Violante. É quello che speriamo. In realtà la “normalità” manca da molto tempo e quello alzato recentemente dal magistrato Palamara è il coperchio su una pentola che bolle da sempre, “il frutto avariato di un sistema che gli ha consentito di coltivare certi metodi”: così Giovanni Bianconi ha riassunto la situazione sul ‘Corriere della Sera’ del 10 ottobre 2020, a seguito della radiazione di Palamara dalla magistratura. Quel frutto guasto non lo notava solo chi non voleva vedere, preferendo immaginare la magistratura e la sua Associazione come contropotere dalle “mani pulite”. Si tratta invece di una ‘Ultracasta’ come descritto nel libro del giornalista de “L’Espresso” Stefano Livadiotti (Bompiani, 2009): “Uno stato nello stato – scrive – governato da fazioni che si spartiscono le poltrone in base ad una ferrea logica spartitoria e riescono a dettare l’agenda alla politica; un formidabile apparato di potere che è riuscito a blindare la cittadella della giustizia, conquistando per i propri associati un carnevale di privilegi”. Paiono parole dirompenti, difficili da pronunciare stante la sacralità che doveva ammantare l’azione di quell’apparato. E invece era tutto chiaro ai magistrati più probi, che venivano tacitati o messi in minoranza. Parliamo di Giovanni Falcone che fino dal lontano 5 novembre 1988 così si espresse: “Le correnti dell’ANM si sono trasformate in macchine elettorali, la caccia esasperata e ricorrente al voto del singolo magistrato e la difesa corporativa della categoria sono divenute le attività più significative della vita associativa; nei fatti il dibattito ideologico è scaduto a livelli intollerabili”.

 

Parole dimenticate negli anni e nei decenni successivi, con la magistratura militante in prima linea a fare giustizia sommaria degli altri e con tanti populisti – interessati o ciechi – al seguito. Doveva cominciare da sé stessa. Ora la sua posizione è ampiamente compromessa, avendolo percepito anche l’ultimo dei cittadini: non parliamo solo di traffici di cariche, ma di dichiarate propensioni a perseguitare qualcuno piuttosto che altri, oggi come ieri. Scriveva così Ernesto Galli della Loggia sul ‘Corriere della Sera’ del 29 giugno 2020: “Questo è il danno occorso alla magistratura italiana: la perdita dell’immagine dell’imparzialità. Una magistratura, per giunta, apparsa finora, tranne rarissime eccezioni, totalmente ignara del problema, accecata dal suo enorme potere, trincerata in un Consiglio superiore impegnato perennemente nella bassa cucina delle nomine o nella difesa della corporazione, incapace sempre di dire un’alta parola di verità e di autocritica”. Detto tutto? No, resta la letteratura a suggerirci che il male è antico, e forse allora ci si concilia con questo presente di magistrati improbabili, un’attualità che invece appartiene ai corsi e ai ricorsi della storia. Mattia Feltri – commentando le connessioni di Palamara con quella magistratura che si reputava la parte migliore del Paese – ce l’ha ricordato sulla prima pagine de ‘La Stampa’ il 24 giugno scorso, citando il ‘Re Lear’ di Shakespeare: “Vedi come quel giudice rampogna quel ladruncolo? Porgi l’orecchio, cambiali di posto e oplà, qual è il giudice e qual è il ladro?”. Con questa mancanza di possibile elevazione sopra le miserie umane, si resterebbe senza parola: invece la speranza di riforma e autoriforma credibile della magistratura – a partire dalla posizione basilare: l’imparzialità – resta l’auspicio di tanti democratici.

 

Nicola Zoller

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