martedì, 2 Marzo, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Il riformismo poco laico di Barbapapà

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Il direttore e il fondatore. Il primo si guarda bene dal fare domande scomode, il secondo offre risposte parziali. Molto parziali. L’intervista-chiacchierata per il 45° anniversario della fondazione del giornale la Repubblica, tra Maurizio Molinari ed Eugenio Scalfari, pubblicata lo scorso 2 gennaio, è un fulgido esempio di cattivo giornalismo. Di colpevoli omissioni. Di ricostruzione sui maggiori fatti storico-politici fatta scorrere sui binari morti della memoria rimossa. “Dialogo sul riformismo” senza riformismo, verrebbe da aggiungere. Perché il riformismo, specie quello di stampo laico, che tanto piace a Barbapapà (copyright di Giampaolo Pansa), non contempla la faziosità come propria cifra culturale. E Scalfari, assieme al suo giornale-partito, fazioso lo fu sempre. Tifoso opportunista di una parte; e, quasi mai, osservatore-terzo dei maggiori accadimenti che attraversavano il Paese. Nonostante avesse riempito il suo pantheon affettivo – ed elettivo – con i vari Piero Gobetti, Carlo Rosselli, Mario Pannunzio, Gaetano Salvemini e molti altri. Pratica, questa, che sarà ripresa alcuni decenni dopo da Walter Veltroni, con il suo girovagare per i cimiteri di mezza Italia ad omaggiare lapidi e storie che potessero donargli l’identità perduta. Scalfari – e il suo giornale – compirono, invece, errori madornali, da matita rossa della pubblica decenza e della (dismessa) onesta intellettuale. Errori dei quali non vi è traccia nell’articolo autocelebrativo dell’altro ieri. Scalfari sproloquia, Molinari tace fingendo di non sapere. A cominciare dai fatti che portarono al rapimento prima, e all’uccisione dopo, del leader della Democrazia Cristiana. Con la Repubblica – e la quasi totalità dei partiti dell’epoca, fatta eccezione per il Psi di Craxi – fermamente schierati a non tessere alcuna trattativa con i prigionieri/brigatisti dello statista pugliese. Perché, fa quasi ribrezzo ripetere oggi un’idea così insulsa e manichea allora molto in voga, prima della vita umana viene la ragione di Stato. Infatti Moro venne ammazzato e la ragione di Stato non solo non si salvò ma, da quel momento in poi, precipitò in una deriva senza fine. Stessa cosà avvenne con il manifesto-appello firmato da Eugenio Scalfari, assieme ad altri 799 intellettuali del piffero, perché il processo contro il commissario Calabresi, per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, fosse ricusato. Con un linguaggio violentemente accusatorio e intimidatorio, il più longevo dei giornalisti italiani, senza avere uno straccio di prova, e basandosi esclusivamente su opinioni, contribuì a creare un clima di caccia alle streghe che portarono, da lì a qualche mese, all’omicidio di Calabresi per mano dei brigatisti rossi. “L’intellettuale – scrive Vittorio Alberti in un bellissimo libro uscito di recente “Non è un Paese per laici” – come libero pensatore deve smascherare la menzogna, non partecipare alla loro diffusione. Non solo: in democrazia, una critica contro gli organi dello Stato non può spingersi fino alla loro delegittimazione confondendo la dimensione giudiziaria con quella politica”. Quanto di più lontano, insomma, possa esserci da una prassi riformista e da un afflato laico. Anche su una figura eroica come quella di Enrico Berlinguer, il direttore divenuto nel frattempo fondatore di la Repubblica, confonde capre con cavoli. Il segretario del Pci ebbe il merito di sollevare la questione morale verso i suoi amministratori, più che nei confronti di altri dirigenti politici, ma quanto a riformismo il bagaglio degli attrezzi di cui disponeva era piuttosto lacunoso. L’eurocomunismo di cui si fece interprete fu una soluzione insulsa e pendula. Senza alcuna reale prospettiva per la sinistra italiana, se non quella di ritardare ulteriormente il suo approdo verso la socialdemocrazia e il socialismo liberale. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. E a Scalfari quel che è di Scalfari. Un grande giornalista, un lungimirante editore. Che con il riformismo e il laicismo ha sempre c’entrato poco.

 

Vincenzo Carriero

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1 commento

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    Paolo Bolognesi on

    Al di là delle tante considerazioni che si possono fare in materia, ciò che mi ha molto stupito, e dispiaciuto, è stato il constatare come in questi anni, in casa socialista, vi sia stato chi ha ritenuto di trovare il Riformismo guardando verso sinistra, e semmai spostandosi in tale direzione, mentre a me non sembra che detta parte politica abbia mai dato prova di possedere un autentico sentire liberal-riformista.

    Paolo B. 06.01.2021

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