mercoledì, 20 Gennaio, 2021

Il riformismo secondo Scalfari

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In una lunga intervista Scalfari indica ai lettori di Repubblica i riformisti italiani del ‘900. Sono cinque, eccoli: Gobetti, Rosselli, De Gasperi, La Malfa, Berlinguer (forse Aldo Moro).
Bene, ma una cosa è citare protagonisti della vita politica cui si ispira il giornale di cui è stato fondatore e direttore, altro tentare di costruire un pantheon del riformismo italiano. Si dirà, ognuno legge la storia patria con occhi di parte, e però vi sono dati oggettivi, non dico la verità, che non si possono proprio tacere, altrimenti, per citare Balzac, si fa della cronologia spicciola. E, aggiungo io, si riduce la storia a un cencio bagnato.
Riformista è chi adotta un metodo graduale per cambiare la realtà. Non è un rivoluzionario né un conservatore. Il termine nasce all’interno del movimento socialista. Questo il vocabolario.
Gobetti, dunque. Sì, senza dubbio, un liberale eretico in una lunga notte d’inferno. Fu lui a scrivere l’elogio più emozionante di Matteotti straziato dalla squadraccia di Dumini. Fu lui, Gobetti, a considerare il socialista Matteotti un maestro di vita perché era stato tra i pochissimi a intuire la dittatura fascista e a cercare di porvi rimedio dopo aver cambiato la vita di migliaia di straccioni polesani. Vogliamo mettere Giacomo tra i riformisti? E di Turati che ne facciamo? Dello sporco socialriformista attaccato da fascisti e comunisti vogliamo parlare visto che proprio loro lo considerano il principe dei riformisti? E infatti, tra coloro che ne favorirono la fuga in Francia dal porto di Savona c’è proprio Rosselli, sporco riformista anche lui.
Saltando al secondo dopoguerra, a De Gasperi, grande statista, aggiungerei Fanfani – rileggersi le riforme attuate dai suoi governi – e più tardi Nenni quale artefice del centrosinistra. Prima di Nenni, Saragat. E poi La Malfa.

Che Scalfari cancelli Craxi è scontato, ma che citi Berlinguer come maestro del riformismo è un’esagerazione che nemmeno lui, Berlinguer, avrebbe tollerato. L’aggettivo riformista venne considerato in tutti gli anni ’70 e nel decennio successivo un’offesa. Perché, dunque, Berlinguer? Perché, sostiene Scalfari, ruppe con l’URSS. È davvero così’? I fatti, solo i fatti. Il PCI di Berlinguer segretario si oppose al Sistema Monetario Europeo (1978), appoggiò l’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979), votò contro gli euromissili. Dov’è la rottura con l’URSS? Non ci fu svolta europeista nelle politiche comuniste perché il cordone ombelicale con Mosca non venne mai rotto del tutto. Tanto che, con l’arrivo di Gorbachev, i successori di Berlinguer confidano ancora in un’evoluzione del regime sovietico. Prima di considerarmi un bugiardo, rileggersi gli atti congressuali al tempo di Natta e di Occhetto. E infatti Occhetto, cito alla lettera, dichiarò: ‘La storia forse ci vede sconfitti…noi comunisti italiani fummo originali e diversi, anche se non innocenti, perché nei fatti succubi dell’Urss’.

Tralascio il peana al marxismo-leninismo risalente all’inizio degli anni 80, tralascio l’isolamento in cui fu abbandonato Terracini quando dichiarò che Turati aveva avuto ragione, non voglio nemmeno ricordare lo Scalfari deputato socialista (1968), fatto parlamentare e votato a Milano proprio dai maledetti craxiani perché non rischiasse il carcere dopo aver denunciato, da ottimo giornalista qual era, il Piano Solo del generale Di Lorenzo.
L’epigrafe ‘riformista’ no, Berlinguer proprio non la merita.

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