domenica, 21 Luglio, 2019

Il ritorno del Re che minimizzò sulla morte di Matteotti

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sciabolettaL’Italia è un Paese che dimentica in fretta, ma per fortuna stavolta sembrano tutti concordi nel non voler dare onore a un sovrano come re Vittorio Emanuele III, complice del fascismo che fuggì da Roma consegnandola di fatto alla ferocia dei nazisti tedeschi. Unanime il disappunto da tutto il mondo politico per il rientro della salma dell’ex sovrano con volo di Stato, ma anche su questo c’è chi ha avuto da ridire. “Vittorio Emanuele III è morto all’estero il 28 dicembre 1947 da cittadino di pieno diritto italiano, prima che entrasse in vigore la Costituzione. Ed era un militare. E le salme di tutti i militari vengono riportate in Italia con aereo dell’Aeronautica militare. Chi fa polemica su questo non conosce la storia”. Lo afferma il professor Aldo Mola, che si è occupato da vicino della vicenda Savoia come storico e consulente. Mola è anche presidente della Consulta dei senatori del Regno, “ma questo è ininfluente”, sottolinea. “Vittorio Emanuele III – spiega Mola – è morto da cittadino italiano. Se fosse morto tre giorni dopo, il 1 gennaio 1948, quando entrò in vigore la Costituzione della Repubblica, sarebbe deceduto da esule. Ma così non è stato. Inoltre era un militare. Quindi mi indigna che ci sia qualcuno, qualche ex magistrato, che evidentemente non ha fatto studi di storia e che fa polemica su questo”. Probabilmente Mola si riferisce alle parole di Grasso che ha escluso ogni onore pubblico per la salma di Vittorio Emanuele, tuttavia a insorgere è anche la comunità ebraica. Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, dice che “in un’epoca segnata dal progressivo smarrimento di valori fondamentali il rientro della salma del re Vittorio Emanuele III in Italia non può che generare profonda inquietudine”. Perché, spiega, nel 2018 cadrà l’ottantesimo anniversario “dalla firma delle leggi razziste”. E perché il sovrano “fu complice di quel regime fascista di cui non ostacolò mai l’ascesa né la violenza”. Ma per il presidente di Unioncamere Piemonte, Ferruccio Dardanello, si tratta di una grande opportunità. “Il rientro della salma di Vittorio Emanuele III e di sua moglie, la Regina Elena, sul piano della valorizzazione dell’ambiente e dell’architettura è un fatto molto positivo. Cancelliamo passaggi infelici del passato che le giovani generazioni hanno già dimenticato. Non un richiamo di nostalgici, ma di amanti della storia”.
Ma la storia ha anche un’altra versione ben più drammatica, ben ricordata dalla Resistenza che liberò l’Italia. “Nel momento più difficile della Seconda Guerra mondiale ‘l’ingloriosa fuga’ di tutta la famiglia reale, del maresciallo Badoglio e dei vertici militari attraverso la via Tiburtina-Valeria, fu consumata proprio dai porti della nostra regione, ovvero dagli scali marittimi di Pescara e di Ortona, che furono usati come terminali più comodi e sicuri per raggiungere il Sud già liberato dagli Alleati”. Lo scrive la Fondazione Brigata Maiella, erede dei patrioti della omonima formazione partigiana, unica decorata con la medaglia d’oro tra tutte le formazioni della storia della Resistenza italiana.
Inoltre fu Vittorio Emanuele che aprì le ‘porte’ al Fascismo in Parlamento portando alla dittatura. Il 28 ottobre mattina, mentre la marcia stava per partire, il capo del governo Luigi Facta si recò al Quirinale dal re, detto Sciaboletta, per fargli firmare lo “stato d’assedio”, un decreto urgente che avrebbe permesso all’esercito di fronteggiare e, probabilmente, sgominare il piccolo gruppo di Fasci di combattimento in marcia. Ma il re disse di no, affermando: “Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d’assedio non c’è che la guerra civile. Ora bisogna che uno di noi due si sacrifichi”. Non si fermò mai, ne davanti al delitto Matteotti, ne davanti alla promulga delle leggi razziali: lasciò che il Fascismo prosperasse e distruggesse l’Italia.
Infine per tutti i socialisti, ma anche per gli antifascisti e gli aventiniani, Vittorio Emanuele III fu quel sovrano che dopo il delitto Matteotti quando il presidente dell’ANC (Associazione Nazionale Combattenti) Ettore Viola lo raggiunse per presentargli un documento in cui si dimostravano le colpe di Mussolini nel caso Matteotti, il re mostrò il suo volto ignobile. Vittorio Emanuele III ascolta la lettura, poi risponde, “con il tetro sorriso di uno spettro: «Mia figlia, stamani, ha ucciso due quaglie»”.

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