martedì, 22 Settembre, 2020

Il rompicapo della Siria

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Bobo CraxiL’intervista del Presidente Putin, rilasciata alla vigilia del Summit dei G20 a San Pietroburgo alla stregua di un vero e proprio colpo di teatro, lascia aperto uno spiraglio alla possibilità che l’intervento americano in Siria non resti del tutto isolato nella Comunità Internazionale, e che addirittura – di fronte a “prove convincenti” dell’esistenza dell’utilizzo delle armi chimiche nel conflitto civile siriano – anche la stessa Federazione Russa sarebbe, secondo le parole espresse da Putin, “pronta ad intervenire”.

Il quadro politico e militare della crisi – di fronte a un cambio di orizzonte del maggior alleato internazionale di Assad – assumerebbe un’altra prospettiva: da un lato Putin, resosi conto dell’inevitabilità del mandato del Congresso americano a Obama, non avrebbe voluto trovarsi isolato per il prosieguo di un eventuale negoziato, che riguarderebbe non solo la Syria ma l’intera area, da tenersi nuovamente a Ginevra, ma con un regime siriano sicuramente scosso dall’esito degli eventuali bombardamenti (ci auguriamo) mirati americani. Dall’altra, come negli anni della guerra fredda, i russi intendono esporsi con difficoltà sul piano economico e militare a difesa di un regime che, qualsiasi possa essere l’esito dei combattimenti in atto, non è più in condizioni di tenere saldo il proprio potere senza determinare nuovi equilibri interni al Paese, e considerando l’ormai crescente, e ben finanziata e orchestrata strategia di penetrazione dei sunniti nel cuore del regno alawita, anch’esso finanziato e sostenuto dalla centrale sciita iraniana.

Un rompicapo che scuote l’Occidente sempre alle prese con la difesa dei propri “interessi nazionali” che, guardacaso, coincidono con la difesa dei diritti umani in virtù della quale sovente prevale un doppio standard nel giudizio sui contendenti. Anche nel caso siriano, massacri e orrori sono stati commessi in entrambi i campi, e non sempre è apparso chiaro sino a che punto gli oppositori del regime quarantennale degli Assad fossero convinti dell’approdo verso una democrazia liberale, e non invece fautori di una teocrazia sunnita nel cuore del medio-oriente.

Un rompicapo perché nel conflitto siriano si consumano  anche le speranze riposte nella cosiddetta “primavera araba” che ha determinato un clima di incertezza per l’avvenire, di insicurezza di instabilità politica economica nel presente, e ha accentuato le pertinenti fobie di quello che viene considerato un avamposto politico e democratico nel medio oriente, ovverossia lo Stato di Israele ancora una volta sottoposto allo stress di una minaccia nucleare rivolta contro il suo territorio.

Si può auspicare che i missili del democratico Obama, magari sostenuti da un non veto russo in seno al Consiglio di sicurezza, più che a ripristinare una gerarchia di poteri nel mondo, determinino condizioni migliori per ottenere un “cessate il fuoco” e un successivo sviluppo negoziale del conflitto e dei conflitti. Per questo la Russia si prepara a esser protagonista di una nuova Yalta per il medio-oriente, ed è presumibile che a parlare la lingua inglese sarà il solo Obama perché i protagonisti del nuovo ordine saranno cinesi, russi ed arabi.

Bobo Craxi

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