mercoledì, 2 Dicembre, 2020

Il senso della poesia tra le pagine di Luigi Palazzo

0

C’è una relazione non scontata tra la poesia e la intraducibilità della vita.
La poesia è la distillazione della componente magica e tragica dell’esistenza.
Magica perché può allietare e alleggerire il tempo. Tragica perché può coglierne l’essenza più infima.
Fabrizio De André amava citare Benedetto Croce: fino a diciott’anni scrivono poesie tutti, poi a scriverle sono solo due categorie i poeti e i cretini.

Non basta che si pubblichi un libro, una raccolta per dirsi poeti. Ci vuole un quid.
Poeta è allora chi ha la capacità non solo di universalizzare sentimenti e visioni personali e private ma anche chi quelle visioni non le rende fini a sé stesse: devono essere generative di nuove dimensioni interiori. Far fiorire l’anima.
La poesia di Luigi palazzo è una risposta alla domanda che alberga dentro di noi: ha senso ancora la poesia e, se si, quale?
Per Palazzo infatti la poesia non sfugge alla regola che vale per tutto ciò che passa per la pubblicazione: prima di tutto, appartiene a chi legge.
Anzi, ciò vale anche per ciò che resta nel cassetto. Cambia il lettore, che in questo caso è lo stesso autore. E fin quando ci sarà un lettore, avrà senso che ci sia qualcosa da leggere.
La poesia, in particolare, consente tanto all’autore, quanto al lettore di abbandonarsi a tutte le direzioni prevedibili e imprevedibili della parola. Ha a che fare con una intima ed innata esigenza di libertà.

E ciò prescinde dalla struttura più o meno libera del verso, dalla sillaba, dalla rima, che sono strumenti nella cassetta degli attrezzi, non il prodotto finale che, metrica o no, è comunque poesia. Solo qualora venisse meno quella pulsione, quella esigenza di abbandono ad un senso di libertà, in questo caso veicolato dalla parola, sono in tal caso verrebbe meno il senso della poesia.
Luigi Palazzo ha edito per Manni una raccolta dal titolo “Non raccontarmi il cielo”.
Il libro è una riflessione sulla contemporaneità, che parte dall’autore e torna all’autore, passando per storie personali, storie di altre vite, amore ed un marcato senso di malinconia. A proposito del libro qualcuno ha parlato di poesia civile (il poeta Marcello Buttazzo su Spagine e la giornalista Felicia Buonomo). Non manca, tuttavia, una certa dose di esistenzialismo, che traspare dalle “pennellate” di impressioni ricavate da un terreno comunque intellettuale e morale, come osserva Salvatore Cosentino nella quarta di copertina.
Un viaggio tra storia, memoria, emozioni e ricordi in cui il sogno e la realtà si mescolano con raffinata eleganza. Le rime non sono cercate ma spontanee e la scrittura è incalzante e gradevole.
Palazzo lavora sul concetto di alienazione che nel ‘900 è legato al lavoro e dagli anni 2000 all’effimero al denaro fine a sé stesso.

C’è un brano dal titolo Osservazioni in cui l’autore immagina di incontrare “in una bolla di vetro infrangibile” Chaplin e Deleuze e “in un bianco assoluto” sulla propria testa Marx e Bene.
Si confronta cioè con il Novecento, il secolo breve e denso.
questi personaggi non sono fantasmi o mostri ma compagni di viaggio.
Il cinema, il teatro ovvero l’Arte e la filosofia e sociologia cioè la Politica.
Perché le due dimensioni non sono separate e scindibili ma paiono essere parte integrante dell’esperienza umana.
E la memoria è una virtù ogni qual volta prova a restituire umanità.

Davide Miceli

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply