venerdì, 5 Marzo, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Il Sindacato (UNICO) di Fernando Santi

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In un marasma politico di vaste proporzioni (che trova facilmente l’alibi nel coronavirus e si espande in ogni direzione), in una società che nel profitto corruttore trova il suo nido naturale (ove nel loro spazio le “caste” si esprimono senza alcun scrupolo), in un territorio ormai devastato e in fase di risoluzione totale (ove la parola manutenzione – essendo meno redditizia del rifacimento è messa al bando), etc. etc. parlare di sindacato e dei diritti dei lavoratori diventa una impresa tale da togliere il fiato e la speranza.
Eppure del Sindacato dei Lavoratori non si può non parlare e allora non resta che dire le cose come stanno, senza peli sulla lingua!
Il Sindacato, oggi, è l’espressione di tre ideologie diverse e, per tanti versi, contrapposte: quella comunista (della CGIL), quella democristiana (della CISL) e quella social repubblicana (della UIL).
Tre messaggi politici che si rapportano con la società (e quindi con i lavoratori) in tre modi diversi e che ben difficilmente (se non a furia di patteggiamenti) riescono a sintetizzare allo stesso modo vedute di carattere sociale nell’ambito dei lavoratori; applicazioni diverse dei coinvolgimenti che portano i lavoratori a subire, spesso, compromessi di bottega dettati dall’uno o dall’altro!
Nessuno si chiede come mai il Sindacato NON difende o NON riesce a difendere come prima ed i modo efficace i lavoratori nei loro diritti facendoli vivere in uno stallo di incertezze per loro e per le loro famiglie? NON è forse perché il Sindacato non si è adeguato ai tempi (o piuttosto si è adeguato troppo all’attuale “sistema”), non ha riformato la propria proposta con la altre forza sociali ed è rimasto al palo, per caso, senza capire (come avrebbe dovuto) che una ideologia serve per partire, per creare le basi di cambiamento radicale che deve poi poter essere metabolizzato nel presente e nel futuro di una società civile?
Senza questo passaggio le ideologie NON diventano “storia” ma si trasformano nella trappola rappresentata dai regimi che non riescono più a coniugare il pensiero in evoluzione (come dovrebbe essere) con la libertà con conseguenze per la classe operaia e per i sindacati stessi.
Ebbene, il Sindacato dei Lavoratori sta scivolando, in questo periodo storico, lungo una china che lo sta trasformando nel servo di questo o quel partito, di questo o quel sistema sociale, di questo o quel “padrone” come una volta: si sta creando una brutta copia di quel sindacato che al centro dell’azione aveva un progetto unico e decisivo per la vita di ogni lavoratore!
La lezione di Fernando Santi (mio cugino illustre che mi ha segnato nell’idea socialista fin da giovane, che mi ha insegnato i valori dei principi sociali, di solidarietà, della libertà – non dettata da personalismi!-) oggi, più che mai, è di attualità perché basata sulla onestà intellettuale (attualmente poco praticata) e, senza rinunciare a mutare la nostra storia originale, continuare a calpestare la stessa strada con lo stesso passo certo e spedito: ovviamente è necessario eliminare quel macigno ideologico del passato che rischia di schiacciare le nuove esigenze di sviluppo sociale, culturale una società moderna che respinge quelle forme di quel revanscismo che affossa il futuro, da qualsiasi parte provenga.
Bene, bisogna evitare confusioni con il passato con quel passato già vissuto e praticato e gestito a cura di quegli immobilisti che hanno interesse a mantenere un trascorso (da considerare), ormai fuori dalla realtà quotidiana per evitare che tutto si trasformi in deleteria demagogia.
E questo e ciò che Fernando Santi (in realtà Ferdinando Santi) viveva giorno dopo giorno nella sua politica e nel suo messaggio sindacale guardando verso il futuro: tanto di questo è uscito dal “Discorso sul Sindacato” in occasione del suo commiato – nel VI° congresso della CGIL di Bologna (dal 30 marzo al 5 aprile 1965).
Ciò che è scaturito dal suo intervento è proprio ciò che NON è stato colto in primis (per vari motivi) dalla CGIL e quindi dagli altri sindacati: il suo grido all’unità sindacale (sempre auspicata nei suoi interventi): Santi aveva visto lungo, da tempo, e sempre aveva esortato tutti a riunirsi in un Sindacato unico dei lavoratori: era convinto che, togliendo il Sindacato dalle grinfie dei partiti e delle lobby il Sindacato stesso (reso finalmente libero della propria identità) avrebbe acquistato più potere contrattuale e sarebbe stato più forte nel patteggiare e far valere i diritti dei lavoratori oltre che più credibile anche verso le forze sociali dialoganti.
Nell’incontro in quegli anni capii con mio cugino, in merito al progetto, (anche se ero appena vent’enne) che già traspariva il suo dispiacimento nel vedere naufragare questo suo convincimento sul Sindacato unico che lo percorse per tutta la vita nel vedere esprimersi e combattere i lavoratori sotto bandiere diverse e non sempre uniti tra di loro tra un compromesso e l’altro! Lui mi parlava di un monoblocco ove trovassero posto tutte le anime sindacali per poterlo definire il Sindacato Unico dei Lavoratori.
Non solo ma mi esprimeva, “camera caritatis”,che bisognava fare un passo avanti, che era necessario anche uscire da un passato nel quale i titoli personali dovevano cambiare: tra socialisti eliminare l’appellativo “compagno” (ormai il tempo di quelle rivoluzioni erano passate anche se rimanevano gli irriducibili che non accettavano la realtà che la storia ci proponeva … non aveva senso appellarsi come si appellavano in altri paesi, e da noi più per abitudine e per posa! ) ci si poteva appellare “amici”, “fratelli” … oppure per “nome” … sarebbe più moderno e più innovativo … diceva!
Alla fine di ogni intervento sempre rimarcava l’urgenza e la necessità di rivolgere l’attenzione “non solo agli interessi dei lavoratori ma anche, come conseguenza, a quelli generali della collettività Nazionale”: questo è Socialismo applicato!
Parlava di “rinnovamento del Sindacalismo Italiano che esige una permanente verifica della realtà produttiva, economica e sociale nella quale esso opera e che è condizione della sua efficienza e del potere contrattuale pur, oggi, non esprimendo tale processo con il giusto ritmo” (spesso frenato dal compromesso interno alle tre e tra le tre realtà sindacali).
Infatti diceva che “se il Sindacato non esprimesse liberamente ed autonomamente e non dispiegare tutta la sua forza di sollecitazione, lo stesso sviluppo del paese non potrebbe raggiungere i livelli che caratterizzano oggi un paese moderno e progredito”: e ciò oggi si è verificato nel mantenere tre carrozzoni sindacali apparentemente uniti ma profondamente divisi.
“Solo chi ha fame –ribadiva Santi – apprezza il sapore del pane, solo chi ha sete di giustizia sa dare alla giustizia il suo vero volto: giusto e umano” E ciò Fernando Santi lo ha vissuto appieno.

Con la spina nel cuore nel non poter vedere realizzato un Sindacato Unico, Fernando Santi ci ha lasciato il 15 settembre di 51 anni fa.

Egidio Tibaldi

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