mercoledì, 30 Settembre, 2020

Il socialismo liberale di Carlo Rosselli

0

“Il socialismo è lo sviluppo logico del liberalismo”. In questa frase apodittica – e carica di cesure culturali – risiede per intero il pensiero di Carlo Rosselli. Il suo coraggio visionario. La sua avversione ad un socialismo dalle tinte foche che, memore dell’insegnamento marxista, si votasse unicamente a principi e pratiche riferibili al determinismo storico. Con Socialismo liberale, opera scritta al confino di Lipari (nel biennio 1928-29) e pubblicata a Parigi grazie alla traduzione compiuta da Stefan Priacel, Rosselli anticipa di circa un secolo temi e analisi tutt’oggi assai pregnanti per quanti volessero tentare un’analisi politica non stereotipata. Un’opera, legata alla disciplina delle scienze sociali, che rimarrà per sempre scolpita nell’album di famiglia della sinistra europea. Con i suoi distinguo. Con gli anatemi che piovvero addosso all’intellettuale fiorentino indicato, non di rado, come nient’altro che un social-fascista. Il segretario del Pci, Palmiro Togliatti, s’intestò il copyright di questa malevola definizione. E si caricò sulle proprie spalle la croce tardiva di un giudizio strumentale, privo di logica, dopo che Carlo, assieme a suo fratello Nello, vennero barbaramente uccisi a Bagnoles-de-l’Orne il 9 giugno 1937 da formazioni locali di estrema destra, probabilmente su ordine proveniente dai vertici del fascismo.

 

Capita sovente, nel tempo che fu, nei tempi presenti, ieri come oggi, subire gli strali di quanti si attardano nel non voler capire la mutevolezza della storia. Rosselli ebbe il merito – l’ardire scomposto, secondo alcuni – di vedere lontano, di anticipare con chiarezza la differenza che passa tra i populismo (definì il fascismo “autobiografia nazionale”) e un’idea compiuta di democrazia. La critica al marxismo nasce da una sensibilità accentuata verso le sorti del socialismo: idea che non può perire per colpa delle sue stesse contraddizioni. Per salvarsi, il socialismo, deve tendere al liberalismo moderno. Occuparsi, dar peso e dignità, alle vicende sociali tanto quanto a quelle economiche. Perché niente è per sempre, e, una sinistra riformista, liberal-socialista, deve saper cogliere le richieste di aiuto che il peregrinare del tempo offre loro. Nel suo libro, Rosselli, non nega che l’introduzione del marxismo in Italia rappresenta alla fine dell’Ottocento un contributo “alla rinascita morale e culturale dell’Italia”, ma, subito dopo, insiste sul fatto che “l’Italia male si prestava ad un innesto di socialismo marxista” in quanto “immensa plebe rurale, legata ancora alla gleba e al prete, con vastissime oasi artigiane e rare avanguardie proletarie e capitaliste, il problema per essa consisteva nell’avviamento al capitalismo e alla vita moderna” e poi perché cosi “si ruppe bruscamente quella sua scarna tradizione socialista paesana che aveva avuto nel Mazzini e nel Cattaneo i suoi principali esponenti”.

 

Nella bellissima biografia dedicata al professore di Economia che insegnò all’Università di Genova, quella curata da Gaetano Pecora (Carlo Rosselli, Socialista e liberale, Donzelli editore), viene riproposto il dittico tra il socialismo del benessere, quello che dovrà combattere povertà e miseria, e per tale ragione rimarrà intrinseco al capitalismo, un capitalismo si badi bene democratizzato, e, l’altro, il socialismo dell’autogestione, quello che asseconda l’uguaglianza nei luoghi del lavoro. E, in maniera del tutto nuova, rompendo lacci resi logori dall’usura del tempo, si ponga in una posizione estrinseca rispetto allo stesso capitalismo. Perché una volta soddisfatti i bisogni primari, garantiti i livelli dignitosi di sopravvivenza, è giusto pretendere altro. Compiere un salto di qualità nella costruzione dei bisogni di un uomo moderno. Venir fuori dallo spazio fisico della sola fabbrica per poter assaporare le virtù della vita in altre sue mille sfaccettature. “Qual è la posizione dei socialisti di fronte al problema della libertà?”, si domanda spesso Carlo Rosselli. “Il socialismo marxista ignora la libertà. Esso assegna alla libertà un valore tutto relativo e storico. Scambiando la sua essenza esterna e immutabile con le sue transuenti manifestazioni, nega addirittura la libertà e non vede che le singole, concrete, provvisorie libertà di classe, truccature più o meno sapienti degli interessi di classe. Per esso il problema, fondamentalissimo, della libertà morale degli uomo, non esiste neppure o è tutto solo in relazione alla soggezione degli uomini al meccanismo economico. Gli uomini di Marx sono, dicevamo, uomini per definizione non liberi, operanti solo e solamente sotto la spinta del bisogno economico, costretti a ricorrere a metodi produttivi e a darsi rapporti politico-sociali e spirituali-imperativi. L’intimo fuoco del marxismo sta nel concetto della necessità storica dell’avvento della società socialista in virtù di un processo obiettivo e fatale di trasformazione di cose. La volontà umana compare con ruolo secondario, per non dire determinato. I problemi di coscienza, di autonomia, di formazione di libere-personalità, non esistono per Marx. Essi sono rimandati all’indomani della trasformazione sociale. Niente è più utopistico e antiliberale di questo rovesciamento brusco e messianico di posizioni di questo passaggio da un regno dove la necessità domina inesorabile ad un regno dove la libertà trionfa sovrana”.

 

Per Rosselli, quindi, quello della libertà è un tarlo difficile da eliminare. Pena il deterioramento ideale del socialismo. In aperta contrapposizione con la vulgata marxista arriva ad ipotizzare schiere di uomini liberi solo dopo aver emancipato gli stessi dalla schiavitù dei rapporti capitalistici. L’impotenza del socialismo marxista di fronte ai problemi di libertà e moralità, si rivela anche nella sua relativa incapacità a comprendere – e penetrare – il fenomeno fascista. “Esso non vede nel fascismo – argomenterà Carlo – altro che un fatto brutale di reazione di classe, la forma moderna, tipica, di reazione capitalistica. Il fascismo è, tout court, la borghesia che ricorre alla violenza per opporsi all’ascesa proletaria. Tutto il resto è fumo ideologico, dicono i marxisti. Ma l’errore è grossolano. Col solo interesse di classe il fascismo non si spiega. Faziosità, spirito di avventura, gusti romantici, idealismo piccolo borghese, retorica nazionalista, reazioni sentimentali della guerra, inquieto desiderio del nuovo, qualunque esso fosse. Senza questi motivi il fascismo non sarebbe stato. Nel bolscevismo diciannovista molti degli aspetti non solo estrinseci del fascismo si ritrovano in pieno. Il fascismo va innestato sul sottosuolo italico, e allora si vede che esso esprime vizi profondi, debolezze latenti, miserie ahimè del nostro popolo, di tutto il nostro popolo. Non bisogna credere che Mussolini abbia trionfato solo per la forza bruta. La forza bruta, da sola, non trionfa mai. Ha trionfato perché ha toccato sapientemente certi tasti ai quali la psicologia media degli italiani era straordinariamente sensibile. Il fascismo è stato in certo senso la rappresentazione plastica di una nazione che rinuncia alla lotta politica, che ha il culto dell’unanimità, che rifugge dall’eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo”. Trattenuto da mille perplessità, per quello che Rosselli esplicita e ripete più e più volte, il socialismo italiano, nonostante disponga delle leve massime per determinare una sollevazione antifascista, non sia riuscito ancora a ottenere un serio risveglio tra le masse.

 

E’ come se gli mancasse la fede profonda nella libertà. E si consuma nella contraddizione tra mezzo e fine. Libertà come mezzo e come fine. “Lottiamo per il mezzo, il metodo democratico, in quanto esso è tutto penetrato dal fine. La nostra posizione non è che lo svolgimento logico, sino alle ultime conseguenze, del principio di libertà. Il socialista liberale non ha programmi da sospendere, dottrine da tenere in riserva, rivendicazioni da sottacere, perché in contrasto con la impostazione attuale della lotta. Pare a me di scorgere una mirabile armonia, una perfetta rispondenza tra fini e mezzi, tra pensiero e azione, tra lotta di oggi e lotta di domani. E mai come oggi, in cui ogni parvenza di libertà è morta in Italia, io sento la suprema bellezza di una lotta che si svolge intorno ai principi primi della nostra vita e della nostra fede”. Rosselli insiste su questo tasto sordo, su questa nota stonata per buona parte della sinistra italiana: “La rivoluzione per la quale lottiamo dovrà essere non solo un grande fatto sociale, ma un grande fatto morale”. Il succo della rivoluzione socialista non sta tanto in un mutamento delle condizioni e dei metodi di distribuzione, quanto nel mutamento dei metodi di produzione e conduzione delle imprese. Perché nel socialismo rosselliano vi è sempre un passo doppio: quello dei poveri che non rinunciano, che lottano per i propri diritti sottaciuti; e, nondimeno, un’aspirazione alta che possa soddisfare bisogni non necessariamente riconducibili alla sfera economica e materialista. In questo nuovo schema, troppo avanti per i tempi in cui visse e operò Carlo Rosselli, avveniristici se non addirittura oltraggiosi per le ortodossie dominanti, “il liberalismo diviene la forza ideale ispiratrice; il socialismo la forza pratica realizzatrice”.

 

Il socialismo, insomma, partendo da queste premesse diviene nient’altro che liberalismo in azione, libertà che si fa per la povera gente. Il socialismo è lo sviluppo logico del liberalismo, il suo più consono – e opportuno – processo di completamento. Ecco spiegato il socialismo liberale, questa astrusa formula secondo molti. L’abbraccio illogico, persino esiziale, di cose diverse, principi inconciliabili, dottrine separate alla nascita. Niente di più falso. Niente di più arcaico. Niente di più autolesionistico per un’idea alta, e moderna, di socialismo democratico. Serve un bagno di realismo politico per le istanze progressiste. Serviva ieri, serve oggi. Il socialismo europeo, ripeterà con ardore parossistico Rosselli, più volte nel corso della sua vita, deve affrancarsi dallo schema marxista. Le rivoluzioni passano; una prassi riformista, invece, è destinata a perdurare nel tempo. A rendere l’uomo libero dal bisogno materiale e consapevole delle proprie necessità spirituali. Carlo Rosselli diceva di sé: “Sono nient’altro che un socialista! Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolar nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con la polemica sulla guerra combattuta. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto e meditato”. Tra socialismo e marxismo non v’è parentela necessaria. Dopo il liberalismo viene il socialismo. Senza un’idea di libertà, la sinistra si consegna all’inconcludenza parolaia. E Carlo Rosselli lo aveva capito meglio – e prima – di chiunque altro.

 

Vincenzo Carriero

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply