mercoledì, 28 Ottobre, 2020

Il taglio dei parlamentari e la post-democrazia

0

Il sì al referendum del 20 e 21 settembre che taglia il numero dei parlamentari, viene presentato come uno strumento contro la “casta” politica.
Siamo in presenza, in realtà, ad un’iniziativa che si deve inquadrare nell’ambito delle tendenze alla riduzione degli spazi di democrazia e di partecipazione. A fronte di un irrisorio risparmio sui costi dei parlamentari (che potrebbe essere realizzato più concretamente tagliando le indennità di deputati, senatori e magari dei consiglieri regionali), se dovesse prevalere il sì nella consultazione referendaria si ridurrebbe drasticamente la rappresentanza dei cittadini, specie per il Mezzogiorno, e con essa l’idea stessa di sovranità popolare, a beneficio di un ristretto numero di esponenti politici (in alcuni casi assai scadenti sul piano culturale) nelle istituzioni parlamentari dipendenti dal “capo politico” o dal leader-proprietario del partito di turno.

 

Nel suo ultimo libro dal titolo “Identità perdute. Globalizzazione e Nazionalismo”, Colin Crouch   affronta tutti i temi che riguardano la prospettiva politica, economica e sociale del nostro tempo: “La disuguaglianza socio-economica, le trasformazioni del welfare, l’ascesa delle nuove forze ‘populiste’, i mutamenti del lavoro e  la sfida fiscale, il ruolo dell’informazione nella società postdemocratica”.
Nel volume Crouch riprende e sviluppa l’analisi politologica già elaborata in “Postdemocrazia” del 2003, in cui l’autorevole sociologo e politologo, già docente alla London School of Economics, ha prospettato una severa analisi circa il tramonto della democrazia nei paesi occidentali, con l’instaurazione di una forma moderna di oligarchia. In essa le forme sono salve perché la democrazia non è eliminata ma viene svuotata di contenuti, passando dal government alla governance: “Mentre le forme della democrazia rimangono pienamente in vigore e oggi in qualche misura sono anche rafforzate, la politica e i governi cedono progressivamente terreno cadendo in mano alle élite privilegiate, come accadeva tipicamente prima dell’avvento della fase democratica”.

Sembra avverarsi quanto sostenuto nel Rapporto della Trilateral Commission su “La crisi della democrazia” del 1975, in cui si sosteneva l’esigenza di verticalizzare il processo decisionale, semplificandolo, ripreso dalla banca d’affari statunitense JP Morgan con un documento nel maggio 2013, secondo cui: “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”. E, tra gli aspetti problematici citati dalla banca (considerata responsabile della crisi dei mutui subprime), la tutela garantita ai diritti dei lavoratori.
Siamo in presenza della teorizzazione della fine degli strumenti di controllo e garanzia emersi nel corso del laboratorio politico del “Secolo breve”, tra la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e il crollo del Muro di Berlino del 1989. E, infatti, ai nostri giorni i poteri decisionali si sono spostati verso i governi, caratterizzati da forti elementi leaderistici, sganciati dal rapporto con le assemblee parlamentari; e gli stessi esecutivi nazionali, d’altronde, sono diventati subalterni ad organismi sovranazionali e tecnocratici che non hanno alcuna legittimazione popolare. Inoltre, la comunità politica è divenuta autoreferenziale, preclusa all’accesso dei cittadini se non per cooptazione: il partito azienda, quello di plastica, quello a “vocazione maggioritaria” e quello del click, con il leaderismo e il populismo quali elementi costitutivi di un regime postdemocratico, che, se malauguratamente dovesse vincere il sì nel referendum, si instaurerà inevitabilmente in Italia.

 

Maurizio Ballistreri

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply