domenica, 8 Dicembre, 2019

Il taglio del cuneo fiscale per l’economia e non per il consenso elettorale

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Il taglio del cuneo fiscale contributivo sulle retribuzioni è, almeno nelle dichiarazioni, una delle priorità del nuovo governo. Non è una novità assoluta, già altri (Prodi 2, Berlusconi) erano intervenuti con limature delle aliquote e Renzi con i famosi 80 €. Stavolta però, almeno a parole, l’intento doveva essere quello di tagliare con decisione il cuneo, per determinare effetti macroeconomici e non soltanto consenso. Del resto è una vita che sindacati e imprese denunciano gli effetti deleteri di una sproporzione eccessiva tra costo del lavoro e retribuzioni nette, confortati anche dal paragone con la realtà dell’Europa.
Tuttavia per evitare che il tutto si riduca a declamazioni e interventi pasticciati (vedi Reddito di Cittadinanza o Decreto Dignità) sarebbe opportuno che della cosa si discutesse sul serio, a partire da un’analisi delle condizioni reali e sapendo con chiarezza che effetti si vogliono determinare.
Quanto a quest’ultima questione, occorre prima di qualsiasi ragionamento chiarire se l’obiettivo è mettere più soldi in tasca ai lavoratori (aumentare le retribuzioni nette) oppure tagliare il costo del lavoro per le imprese.
Se è il primo, è opportuno considerare se si vuole operare (in toto o prevalentemente) sulla componente fiscale o su quella contributiva.

Operando sulla parte fiscale si determinerebbe una situazione problematica: il 2% dei lavoratori dipendenti non paga perché ha IRPEF negativa, o perchè ha un reddito inferiore a 7.500€/anno o perché scende sotto i 15.000 € di imponibile per effetto di deduzioni – detrazioni. Non avrebbe quindi alcun vantaggio da un taglio dell’IRPEF (salvo aprire la questione dell’incapienza, che comunque non avrebbe nessun effetto sul cuneo fiscale). Le retribuzioni tra 15.000 e 20.000 € pagano mediamente 1.237 € di IRPEF, e sono circa il 5% dei lavoratori; qui comincerebbe ad esserci margine per intervenire con tagli d’imposta, anche se il taglio di cui si sente parlare (1.500 €) azzererebbe completamente l’IRPEF su questa fascia. Dove ci sarebbe sostanza per intervenire in modo significativo è sulla fascia da 20.000 € a 35.000 (circa il 76%, grosso modo 14 milioni di lavoratori, che pagano mediamente 4.000 €) e su quella tra 35.000 e 55.000 € (1.900.000 soggetti che pagano oltre 10.000 €). Evidentemente il taglio dell’IRPEF in termini percentuali uguali per tutti avvantaggerebbe progressivamente i redditi più alti.
Non cambierebbe sostanzialmente la cosa se si decidesse di intervenire detassando tutti gli aumenti retributivi da qui in futuro, sia quelli derivati dalla contrattazione collettiva che i superminimi individuali (cosa peraltro utilissima se ha come fine quello promuovere la contrattazione di secondo livello e il welfare aziendale).

Se vogliamo rimanere al primo obiettivo (più retribuzione netta) sarebbe più efficace intervenire sulla componente contributiva del cuneo: già l’eliminazione dei contributi previdenziali a carico dei lavoratori determinerebbe un aumento del 9% della retribuzione netta, che può crescere fino al 10 con alcune contribuzioni marginali. In questo caso il taglio sarebbe lineare, con benefici concreti per tutti i lavoratori. Naturalmente occorre però impedire che il taglio della contribuzione abbassi il monte contributivo, e questo non può essere fatto che trasferendo alla fiscalità generale l’onere di coprire i contributi. Con un’avvertenza: non si può pensare di trovare le risorse necessarie con un taglio generalizzato di deduzioni e detrazioni, perchè in questo caso aumenterebbe il prelievo fiscale sulle retribuzioni vanificando tutta l’operazione. Potrebbe invece essere possibile intervenire su deduzioni-detrazioni eliminandone alcune non strettamente essenziali, ma i margini di manovra sarebbero esigui, comunque non decisivi. Si potrebbe anche correre il rischio di derogare la copertura effettiva dei contributi mancanti rinviandola al momento dei pensionamenti effettivi, sperando che nel frattempo aumentino le entrate fiscali (lotta all’evasione, applicazione del “conflitto di interessi”, aumento del PIL). La copertura probabilmente dovrà essere frutto di un concorso di manovre delicate e complesse, che non dovranno ovviamente ricadere sulle retribuzioni per non dar luogo ad una beffarda partita di giro.
Per dare un’idea dell’ordine di grandezze con cui avremmo a che fare, in Francia, dove la decontribuzione è decrescente al crescere della retribuzione (si applica comunque a salari fino a circa 5.000 euro al mese e al livello del salario minimo, 1.500 € al mese, praticamente azzera i contributi) la copertura annua costa allo Stato 60 miliardi.
In questo contesto si potrebbe anche indagare se una fonte di finanziamento potrebbe essere un aumento della tassazione indiretta (IVA in primo luogo); in questo caso però sarebbe inevitabile estendere la decontribuzione ai lavoratori autonomi, generando una manovra certamente equa, ma parecchio pesante.

Vediamo ora il secondo obiettivo, ossia il taglio del costo del lavoro per l’impresa, che potrebbe essere realizzato sia tagliando i contributi pagati dall’azienda sia trasformando in credito fiscale parte del costo della retribuzione: in questo caso l’obiettivo atteso è l’incremento di competitività grazie alla riduzione dei costi di produzione (tanto maggiore quanto minore è il grado di innovazione tecnologica in azienda) e di occupazione. In teoria si potrebbe operare su tutti due i versanti, ma in questo caso, a meno di impegnare coperture fiscali ingenti, gli effetti sui salari netti e sul costo del lavoro rischierebbero di essere marginali e poco “percepiti”.

Di tutt’altro tono pare essere, secondo le ultime notizie di stampa, l’intervento su cui starebbe ragionando il Governo: un bonus di 1.500 € da versare in un’unica tranche tipo 14esima mensilità, ai redditi fino a 26.000 € annui. Innanzitutto questo provvedimento interessa solo il 35% dei dipendenti, tra i quali, una buona parte ha IRPEF negativa o a zero. Ma soprattutto non influisce per nulla sul cuneo fiscale-contributivo, e si risolverebbe in un sostegno di puro carattere assistenziale ai redditi più bassi. Nulla di coerente con le premesse di cui parlavamo all’inizio, neanche tanto pagante in termini di consenso elettorale, visto la piccola dimensione della platea che ne beneficerebbe. Si tratterebbe di un’ennesima occasione persa per intervenire sui problemi strutturali del rapporto costo del lavoro – retribuzioni. Del resto l’ammontare delle risorse di cui si parla per finanziare l’operazione (5.000 €) dà l’idea di un intervento estetico e non strutturale.

Claudio Negro
Fondazione Kuliscioff

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