venerdì, 6 Dicembre, 2019

Il Tajikistan per turisti “duri e puri”: un itinerario alla scoperta del Pamir

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Tajikistan-laghi“Solo la mente irriverente e sacrilega dei comunisti sovietici poteva pensare di dare a presenze così eterne e celesti dei nomi così caduchi e terreni come picco del comunismo o picco di Lenin”. Così Tiziano Terzani, mentre sorvola l’immensa distesa delle montagne del Pamir prima di atterrare all’aeroporto di Dushanbe, capitale del Tagikistan. La più piccola delle cinque repubbliche dell’Asia centrale si distingue per i paesaggi mozzafiato con le più alte catene montuose del mondo tra le quali Karakorum e Himalaya, e vette che superano i 7mila metri. Tanto alte e affascinanti quanto impervie, a tal punto che il viaggio in Tagikistan è consigliabile solo ai viaggiatori più avventurosi e ai veri “duri”. Anche perché questa bellissima terra paga ancora lo scotto di una guerra civile che è durata dal 1992 fino al 1997 e che ha lasciato forti segni, evidenti ancora oggi. Ma forse ancora di più deve fare i conti con mezzo secolo di colonizzazione e di “russificazione” (come l’ha definita Terzani) che se da un lato ha consentito al Tagikistan di “modernizzarsi” per non restare tout court un paese dedito alla pastorizia, dall’altra ne ha distrutto in gran parte la cultura locale.
IN GIRO PER IL TAGIKISTAN, A PASSO LENTO – In giro per il Tagikistan, a passo lento. Ci sono continue tensioni sociali e buona parte della popolazione vive in povertà: è il paese con uno dei più bassi Pil tra le ex repubbliche sovietiche. Non c’è lavoro e quasi la metà dei tagiki (circa 1 milione di persone) è all’estero, principalmente in Russia, dove con un modesto impiego sostiene la famiglia rimasta a casa.

UN PAESE FERMO A UN TEMPO ANTICO – Così il Tagikistan è ancora lontano dalle frotte di turisti, anche se proprio quest’ultimi potrebbero diventare una miniera d’oro per il rilancio dell’economia e di tutto il Paese. Quelli più avventurosi devono sì tener conto dell’attuale situazione, ma soprattutto non devono avere fretta. Sia per ritagliarsi il tempo giusto per apprezzare l’autenticità di questo territorio, sia perché gli spostamenti sono molto difficoltosi. Mancano le strade, i treni vanno a ramengo e sono lentissimi per i percorsi tortuosi. Eppure il fascino del Tagikistan è racchiuso anche in questo, nell’essere rimasto fermo a un tempo antico. Di tutti i popoli dell’Asia centrale, i tagiki si considerano quelli più antichi e colti. Fino al IX secolo in questa regione “c’era un solo Paese, la Persia, e una sola cultura, quella persiana”. E i tagiki ne fecero parte fino a quando i conquistatori turchi non li separarono. Anche i loro tratti somatici lo rivelano “visto che sono più simili agli europei del sud che a quelli di origine mongola” come notò lo stesso Terzani.

DUSHANBE, LI’ DOVE SOFFIA IL VENTO DEL CAMBIAMENTO – Il vento del cambiamento. Eppure il vento del cambiamento inizia a farsi sentire anche da queste parti: già lo scorso marzo, il Tagikistan è diventato membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio mentre, con l’aiuto del programma dell’Unione Europea gestito dall’Eceat (il centro europeo per il turismo ecologico e agricolo) si sta facendo conoscere ai turisti. Dushanbe, simbolo della modernità. Nel 1924 Dushanbe era un villaggio di 49 case e 293 abitanti di poca importanza tant’è che il bazar ci veniva fatto una sola volta alla settimana, appunto il… dusanbe (il lunedì). Il regime bolscevico che venne dopo la trasformò in una cittadina in stile europeo. Oggi, con oltre 679 mila abitanti è il principale centro culturale ed economico del paese con il Museo Etnografico, il Teatro dell’Opera i cui interni sono i più belli della città, la sede dell’Università del Tagikistan e dell’Accademia delle Scienze. La moschea di Haji Yakoub è una delle poche testimonianze islamiche in città. Addirittura in centro c’è un’ampia scelta di alberghi, anche hotel di superlusso frequentati perlopiù da “business man”. Uno dei più “antichi” si chiama appunto “Tagikistan” e alle sue spalle c’è sempre il bazar, vera gioia per gli occhi e per il naso: bancarelle di stoffe variopinte si affiancano a quelle con le spezie dagli inebrianti profumi. La vera delizia è passare poi tra i banchetti fumeggianti per gli spiedini che cuociono sui bracieri (diletto per il palato ma non per i vestiti impregnati di un odore che non va più via!).

GLISSAR, LA FORZEZZA CHE NON C’E’ – La fortezza di Gissar. A pochi chilometri dalla capitale, spostandosi verso il confine con l’Urbekistan, c’è la fortezza di Gissar. O meglio c’era: era la residenza tradizionale del signore feudatario locale, suddito dell’emiro di Bukara. La struttura originale risaliva al VI secolo poi, purtroppo, un terremoto l’ha distrutta ed è stata sottoposta a un “restyling socialista”. Il lago di Alessandro il Grande. Proseguendo fino al versante settentrionale del Campo Gissar dei Monti Fann c’è uno spettacolo naturale quasi unico al mondo: l’Iskanderkul è il lago di origine glaciale a 2195 metri di altitudine che prende il nome da Alessandro il Grande. Non è chiaro se sia stato effettivamente fin lassù, ma tutto lo fa credere visto che Iskander è la pronuncia persiana di Alessandro, e Kul è lago in tagiko che è di origine turca. La Valle Zerafshan. Risplende nel bacino del fiume Zerafshan, vero emblema per la popolazione locale (per lo più di etnia tagika, con una minoranza uzbeka) che vive di agricoltura e si assicura così l’irrigazione dei campi. Fanno parte della stessa valle tre distretti della Provincia Soghd: Penjikent, Ayni e Gorno Matcha. Ma ciò che la rende unica sono i bellissimi laghi come Alauddin, Kulikalon, Iskanderkul che cambiano colore a seconda dei riflessi del sole e della luce, quasi fossero pietre preziose.

Cecilia Sgherza

 

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