sabato, 23 Marzo, 2019

Il tragico epilogo del biennio rosso

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Dalla grande guerra alla guerra civile – Parte 12

La fine del 1920 è caratterizzata da un senso generale di sconfitta, un po’ su tutti i fronti ed è proprio questo sentimento di frustrazione che, nel prosieguo degli eventi, amplificherà ancora le violenze. Gli operai hanno acquisito importanti conquiste sindacali, con una commissione apposita istituita il 15 settembre del 1920, ma questo a molti appare nulla rispetto ai Soviet tanto sognati e tanto sbandierati. Gli industriali, d’altra parte, sentono di avere subìto un affronto inammissibile, soprattutto considerando che nessuno ha fatto mai nulla per sloggiare gli operai dalle fabbriche occupate, nessun gendarme, nessun soldato si è mosso in tal senso, essi si sentono di fronte ad una resa senza condizioni anche perché il concordato che hanno dovuto firmare non è opera loro, ma in gran parte di Giolitti il quale vuole approfittarne per favorire una sorta di riflusso nelle file del movimento socialista. Il 4 novembre del 1920 si costituisce una sorta di “blocco nazionale” che è la premessa di quella che sarà, quattro anni dopo, la famigerata “lista nazionale” con cui i fascisti, insieme ad altri, conquisteranno, anche grazie alla legge maggioritaria che sarà varata, la maggioranza dei seggi parlamentari. Il Partito Popolare di Don Sturzo, nelle elezioni amministrative che si tengono in quei giorni, vorrebbe fare una sua lista, ma viene severamente disapprovato dal Vaticano, per cui in alcune grandi città, come Torino e Milano, i popolari entrano nel blocco, su chiara indicazione del cardinale Gasparri che sentenzia: “ove l’intesa è necessaria per impedire l’avanzata socialista, l’intesa è un dovere”.

Mussolini non vuole ripetere l’esperienza elettorale fallimentare del 1919, quindi appoggia ovunque le liste del “blocco nazionale” Nonostante ciò, i socialisti conquistano ancora la maggioranza in 2.162 comuni su 8.059, e in 25 province su 69. Hanno la maggioranza in Emilia e in Toscana e si preparano ad essere il bersaglio privilegiato della violenza fascista che si scatenerà subito dopo le elezioni. I fascisti ormai sanno di poter contare sulla complicità di molti che li vogliono usare come argine alla invadenza socialista, si rendono conto che i socialisti stanno arretrando e comprendono anche che il movimento socialista è diviso e male organizzato per resistere ad una offensiva manu militari. Tra l’altro, anche elettoralmente i socialisti sono in calo, il “blocco nazionale”, in nome dell’ordine e della stabilità, riesce a sottrarre ai socialisti Roma, Venezia, La Spezia, Pisa, Genova, Brescia, Napoli.. persino a Torino, su vari candidati di altissimo profilo come Togliatti, Gramsci, Terracini, solo Tasca viene eletto nella lista minoritaria. Ed è proprio questo personaggio, che sarà uno degli artefici della scissione di Livorno e che scriverà una della pietre miliari della storia di quegli anni, il libro: “Nascita e avvento del fascismo”, a spiegare la ragione profonda del ripiegamento progressivo dei socialisti, anche in virtù del loro successo sindacale che alimenta sempre di più la rabbia dei loro antagonisti: “Gli agrari che vivono in città o in campagna, il loro figli, i loro amici, i loro fornitori e i loro clienti serrano i pugni di fronte all’onnipotenza dei sindacati operai. Le carriere onorifiche sono chiuse quasi completamente a tutta la borghesia rurale ed anche alla piccola borghesia, se non sono inquadrate nelle organizzazioni socialiste. Il proprietario agrario era stato per lunghi anni il padrone assoluto del paese, il capo del Comune, il dirigente di tutte le istituzioni pubbliche locali e provinciali. E’ eliminato dappertutto. In campagna deve fare i conti con la lega e con l’ufficio di collocamento; sul mercato, con la cooperativa socialista che fissa i prezzi nel Comune, con la lista rossa che passa a maggioranza schiacciante. Non più profitti, onori, potere, né per lui, né per i suoi figli. Un odio profondo si accumula, aspettando il momento si sfogarsi.” Un grande proprietario della provincia di Ravenna è molto esplicito nel denunciare questo pericolo rosso: “non abbiamo mica paura di Bombacci (che era tra i più accesi sostenitori della rivoluzione sovietica n.d.r.); è Baldini che ci fa paura perché con la sua Federazione delle Cooperative ci fa sostituire dappertutto”.

Sarebbe dunque un grossolano errore attribuire la paura che animò la reazione ad un non ben definito e non ben attuato pericolo bolscevico rivoluzionario, di fatto del tutto inesistente, essa piuttosto si affermò principalmente per mantenere privilegi acquisiti e contro le conquiste del riformismo sindacale socialista che mettevano al margine la grande borghesia assieme a quella piccola cittadina, depotenziandone completamente il ruolo e spingendole verso una sorda rabbia revanscista, prima ancora che fascista.
Non parliamo poi del furore degli ex combattenti, verso i quali, sottolinea lo stesso Tasca, l’atteggiamento del Partito Socialista fu “ispirato solo da preoccupazioni settarie. Come potevano gli ex combattenti affidare la difesa dei loro interessi a questo partito che raccomanda pubblicamente alle sezioni “la più grande severità per l’ammissione dei membri vecchi e nuovi” perché “stima incompatibile con il socialismo la presenza di tutti coloro che hanno dato alla guerra una esplicita adesione di fatto”? Non fu difficile per un antico combattente allora rilevare che “il grido di Abbasso la guerra!, in pratica, significava dappertutto: Abbasso i combattenti!” Una vera e propria follia, considerando che non pochi socialisti o sindacalisti rivoluzionari erano stati o erano diventati interventisti, ed erano anche morti per questo, come Cesare Battisti e Filippo Corridoni.

Mariani, un altro ex combattente, scrive in proposito: “Se è una vecchia menzogna o una esagerazione polemica, l’affermazione che i reduci venivano sputacchiati o aggrediti (ma come abbiamo visto non tanto, dato che casi del genere, anche se non sempre diffusi ci furono n.d.r.) è però assolutamente indiscutibile che noi tutti venimmo allontanati, tenuti d’occhio, in sospetto, considerati come appestati”. Così ben presto anche i quadri dell’Esercito si organizzano per “avere una o più basi d’operazione a distanza sufficienti al punto da colpire, nei quali ammassare i mezzi, iniziare l’azione, e alle quali tornare sicuri, senza dar sospetto, a riordinarsi, se eventualmente un momentaneo insuccesso avvenisse. Questo se da noi iniziassero azioni punitive locali”, sono parole di un alto ufficiale dell’Esercito di allora.

A Bologna si ebbe il 21 novembre del 1920 la prova generale dello scontro generalizzato che andava allargandosi nel paese, per la reazione sempre più organizzata dei fascisti. Nel capoluogo emiliano la lista socialista si era largamente affermata sul blocco nazionale e sui popolari che, nemmeno sommando i loro voti, potevano superarla.
Per festeggiare e ribadire la loro “ragione sociale”, i socialisti decisero in quel frangente di esporre la bandiera rossa sul palazzo del Municipio, palazzo d’Accursio, ma i fascisti si mostrarono più che mai decisi ad impedirglielo, si mobilitarono armati mentre i socialisti, d’altra parte, accettarono la sfida e distribuirono pistole e bombe ai difensori del palazzo del Municipio. La cerimonia di insediamento della nuova giunta si trasformò così in uno scontro sanguinoso, descritto dal quotidiano liberale La Tribuna di Roma.
Gli eventi precipitarono così su una questione di bandiere e mentre alle 15 stava per avere inizio la cerimonia, venne lanciato dal Comune uno stormo di piccioni che portavano bandiere rosse, la cronaca di un giornale dell’epoca prosegue così: “in questo momento si determinò il fatto nuovo che purtroppo doveva far precipitare gli eventi in tragedia. Una bandiera rossa era apparsa pochi minuti prima delle 15 in cima alla Torre degli Asinelli e contemporaneamente i fascisti uscivano dalla loro sede diretti a quanto pare a piazza Ravegnano per sostituire il tricolore al vessillo socialista. Il portoncino di accesso alla torre veniva sfondato e dopo alcuni minuti la bandiera rossa veniva abbassata e sostituita con il tricolore fra gli applausi delle persone che si trovavano nelle strade adiacenti”

La giunta socialista reagì esponendo bandiere rosse nella sede del Comune assieme al sindaco, cominciò subito uno scontro armato, con spari provenienti da varie direzioni e proprio credendo che il Comune venisse assaltato, venne gettata davanti ad esso una bomba a mano che fece sei o sette vittime, ci fu una fuga generale ed alcuni cercarono scampo proprio all’interno del Comune stesso, ma vennero scambiati per aggressori con il lancio di altre bombe e spari di vario genere. La guardia regia intervenne sparando sulle finestre del cortile interno e verso il portico superiore. Ad una prima tregua del fuoco incrociato, apparvero a terra circa tenta feriti e varie vittime tra le quali una giovane donna che spirò mentre si cercava di trasportarla in ospedale.

Nell’aula consiliare lo scontro non fu meno tragico, mentre era in corso un dibattito e la minoranza si apprestava ad un’ opera conciliatoria verso eventuali iniziative della giunta socialista che avessero incontrato il suo consenso; la cronaca dell’epoca così prosegue : “La seduta si era svolta, in una linea di cavalleresca lealtà. Mentre il professor Albini parlava, si udirono, dunque, i primi spari in piazza”. Ad un certo punto, dei facinorosi nel pubblico irruppero nel Municipio gridando invettive all’indirizzo dei consiglieri della minoranza. Chi fossero lo dice indirettamente l’Avanti di allora quando specifica che: “Quanto all’interno del palazzo comunale, le “nostre organizzazioni” avevano disposto che soltanto i lavoratori e i compagni della città avrebbero partecipato in forma solenne e dignitosa all’insediamento del nuovo Consiglio” Curioso provvedimento che trasformava di fatto una sede comunale cittadina in un Soviet o in un organo di partito, trascurando del tutto il fatto che una sede istituzionale, in democrazia, resta espressione anche delle forze minoritarie.

Eravamo però rimasti ad una parte del pubblico che irruppe nell’aula consiliare e da essa un giovanotto di bassa statura si fece largo e sparò contro il gruppo di minoranza degli ex combattenti ben otto colpi di pistola. La cronaca de “La Tribuna” prosegue così “L’avvocato Colliva , anch’egli ferito e con la faccia tutta insanguinata, si gettò, per trovare riparo, sotto i banchi, mentre l’avvocato Oviglio si toglieva di tasca la rivoltella e la gettava sulla tavola gridando: “Eccomi disarmato: uccidetemi, io non uccido nessuno”. Un proiettile sfiorò anche la guancia del consigliere avvocato Biasi.” L’avvocato Giordani, anch’egli ferito gravemente fu trasportato all’ospedale dei pompieri ma spirò poco dopo.
Il quotidiano socialista L’Avanti! cercò di addossare tutta la colpa ad un assalto fascista ma non potè certo, anche per la presenza di innumerevoli testimoni, negare i fatti e i morti nell’aula consiliare, il giornale socialista però scrisse testualmente “un grido selvaggio partì dal fondo della piazza. I cordoni erano stati assaliti e sfondati, e i fascisti irruppero nella piazza agitando i bastoni e sparando rivoltellate”, non si precisa dove furono sfondati i cordoni e lo stesso Prefetto, rispondendo ad una interpellanza parlamentare, disse che lui stesso dalla finestra aveva notato che i cordoni non erano stati rotti.

L’Avanti In quella circostanza fece appello “al giudizio degli onesti” ma, onestamente, esso stesso ammette alcune cose che non rendono tanto trasparente la sua versione, quando afferma che “la grande maggioranza dei feriti e dei morti erano operai”, però nel Comune non si entrava che presentando la tessera, e nelle immediate sue vicinanze, come conferma lo stesso giornale, quando vennero lanciate le bombe dalle finestre, c’erano più operai che fascisti. La descrizione dell’assassinio nella sala conciliare è poi è sconcertante, dice che un “individuo scavalcata la balaustra che separa l’aula consiliare dallo spazio riservato al pubblico, fattosi ad una delle finestre e veduto quello che avveniva nella piazza sottostante, dove già si vedevano alcuni corpi stesi a terra, estratta la rivoltella, fece fuoco ripetutamente contro i consiglieri della minoranza, ferendo mortalmente l’avvocato Giordani e l’avvocato Colliva”

Non si capisce perché, nella sua furia omicida e dopo i primi colpi e le bombe, egli avesse dovuto affacciarsi alla finestra prima si sparare ai consiglieri di minoranza, invece di dirigersi direttamente contro di loro, effettivamente tale una descrizione appare un po’ grottesca. Eppure il giornale socialista insiste, parlando di “sistemi messicani” e di una stampa con cui “la classe che detiene il potere e che si oppone a chi anche per vie pacifiche glielo contrasta” travisa i fatti con versioni strumentali. Bombe ed armi in un palazzo comunale non sembrano proprio “vie pacifiche”

Ora però, per focalizzare meglio questo episodio, che fu il vero e proprio detonatore di tutte le violenze che in un crescendo di morti e devastazioni si susseguiranno successivamente, sarà bene riconsiderare come esso viene stigmatizzato dallo stesso Tasca che abbiamo già citato in precedenza e che non può essere certo considerato storico di parte favorevole ai fascisti. Egli stesso pone alcune domande cruciali: “Che potevano fare i vincitori, investiti di un mandato indiscutibile da parte della grande maggioranza della popolazione? Indirizzarsi al prefetto, allo Stato, per chiedere di far rispettare questo mandato, di assicurarne l’esercizio. Ma se qualcuno avesse osato proporlo, sarebbe stato considerato come “traditore” della muta degli schiamazzatori, quella stessa che perderà la testa ai primi colpi tirati dai fascisti”. Singolare davvero che uno dei fondatori del Partito Comunista parli di “schiamazzatori”, riferendosi alla componente massimalista di allora, così come è un po’ difficile sostenere la tesi degli “infiltrati” se il controllo dei tesserati per l’entrata al Palazzo Comunale in quel giorno fu capillare. La realtà era, allora come oggi, in cui non si usa più la bandiera rossa ma solo un gilet giallo da incidentati o una tuta nera da black block, che gli schiamazzatori sono duri a morire e si riproducono senza tregua e alla faccia di quelli che dovrebbero essere seri servizi d’ordine con i quali, almeno in seguito, e almeno per il periodo in cui durò, il Partito Comunista seppe distinguersi.

Il rosso sangue fu infine l’ apoteosi con cui il famigerato biennio rosso trovò la sua tragica conclusione nella tragedia fiumana, vero e proprio spartiacque tra un presunto periodo rivoluzionario ed un altro sempre più decisamente reazionario. E colui che preparò questo esito tragico fu sempre Mussolini. In un breve flash back rispetto agli eventi narrati, ricordiamo che la pubblicazione della Carta del Carnaro fu contemporanea rispetto alla occupazione delle fabbriche da parte degli operai. Il suo articolo IX testualmente recita che “Lo Stato non riconosce la proprietà come dominio della persona sulla cosa, ma la considera come la più utile delle funzioni sociali. Nessuna proprietà può essere riservata alla persona quasi fosse una sua parte; né può essere lecito che tal proprietario infingardo la lasci inerte o ne disponga malamente, ad esclusione di ogni altro. Unico titolo legittimo di dominio su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro. Solo il lavoro è padrone della sostanza resa massimamente profittevole dall’economia generale”. Possiamo serenamente asserire che questo è tuttora un sonoro schiaffone a tutte quelle velleità speculative e mercificatrici che tendono tuttora a fare accumulare proprietà ingenti di capitali a chi semplicemente sposta denaro e scommette sul suo valore, trasformando il mondo in un Casinò globale anziché in un luogo di laboriosa virtù.

Dieci giorni dopo venne proclamata l’indipendenza dello Stato del Carnaro e con esso purtroppo il suo isolamento. E’ probabile che questa Carta così avanzata non solo politicamente e socialmente, ma anche culturalmente, tanto da costituire in se stessa una vera e propria opera d’arte, fosse il canto del cigno del Vate Rivoluzionario, il quale si rese conto che il contrasto tra gli stessi suoi legionari fiumani, in particolare tra coloro che erano più spiccatamente di tendenza rivoluzionaria e coloro che invece restavano più fedeli alla monarchia e quindi decisamente avversi alla prospettiva del Carnaro, era ormai pressoché insanabile. Lui stesso si dovette improvvisare pirata per approvvigionarsi di merci trasportate dalla Marina Italiana o in Sudamerica o per sostenere i controrivoluzionari delle armate bianche in Russia, per avere modo di sopperire adeguatamente ai bisogni dei fiumani.

La soluzione per lui ormai poteva essere solo in un colpo di Stato che lo mettesse in marcia verso Roma, oppure la resistenza ad oltranza e, a temere una sua eventuale marcia, erano sia Giolitti che Mussolini, i quali, una volta tanto, agirono all’unisono per liquidare il Comandante. Il primo organizzò prontamente dei negoziati diretti con la Jugoslavia, per cederle addirittura una parte del porto di Fiume, oltre ad alcune isole davanti a Zara, per concludere quello che verrà ricordato come trattato di Rapallo. Mussolini, lo abbiamo visto, nonostante fosse stato formalmente sostenitore di D’Annunzio, non applaudì alla sua impresa quando iniziò, anzi si prese pure il rimprovero del Vate, stornò addirittura fondi a suo favore, che dovevano essere diretti a Fiume, per le sue squadre di azione, non mandò mai volontari a Fiume e infine, arrivati a questo punto, si fece sostenitore della pace; non esitò infatti a scrivere: “Solo un pazzo può scatenare nuove guerre, che non siano imposte da una improvvisa aggressione. Tutto ciò che avvicina la pace, tutto ciò che segna un punto fermo ad un capitolo della nostra storia, è accolto, qualora non sia umiliante o lesivo dei nostri superiori interessi, con un vasto sospiro di soddisfazione di ogni classe di cittadini. Per questo noi riteniamo buoni gli accordi per il confine orientale di Fiume”

Mai coltellata alle spalle fu più diretta ed inequivocabile, e nonostante D’Annunzio sperasse molto nel sostegno di Mussolini, tanto che nel mese precedente di ottobre aveva persino aderito ai suoi Fasci di Combattimento anche se ben presto egli stesso esorterà tutti i suoi ad uscirne. Mussolini si confermava individuo senza ritegno e senza scrupolo alcuno, pronto a sostenere e a rinnegare, a seconda dei casi, tutto ciò che rientrasse nei suoi piani di potere. Ovvio che la sua dichiarazione non faceva che favorire Giolitti e le sue mire antifiumane, così egli poté accelerare la fine dello Stato del Carnaro.
Avendo i legionari occupato le isole di Abe e Cherso, che venivano assegnate dal trattato alla Jugoslavia, il generale Caviglia iniziò a stringere la sua morsa su Fiume, con il blocco navale. Vano fu il tentativo di una delegazione di parlamentari italiani di persuadere D’Annunzio ad accettare un compromesso con il governo italiano. Il Comandante, sentendosi tradito da tutti, aveva ormai in mente un finale degno delle sue imprese eroiche durante la guerra, solo che stavolta si trovava di fronte a soldati italiani e lui che ammirava tanto Garibaldi, si spinse ben oltre la linea dell’Aspromonte. Nonostante ciò, ben due navi italiane, un cacciatorpediniere ed una torpediniera della flotta italiana, si ribellarono, giunsero a Fiume e si misero a disposizione di D’Annunzio.

Era lo stato di guerra tra il Carnaro e l’Italia, tra italiani che aderivano ad un sogno rivoluzionario ed altri ben ancorati in un passato monarchico che riserverà all’Italia in futuro la dittatura, le leggi razziali e ben tre guerre in venti anni con un’altra disastrosa guerra civile, per finire miseramente in una fuga ignominiosa dalle sue responsabilità. Si arrivò quindi alla vigilia di Natale del 1920 ed al sangue tra gli stessi italiani che avevano combattuto e vinto uniti la Grande Guerra, nella sostanziale codarda impotenza di un Parlamento a cui un aviatore fiumano riservò, come trofeo di ignavia, un bel pitale bombardato dal cielo, lo riempissero pure con le loro diarroiche contumelie.
D’Annunzio questa volta non si trovò di fronte soldati pronti ad abbracciare la sua causa, ma Alpini ben disciplinati e pronti ad obbedire ai loro ordini superiori. infine l’ordine fu dato: “Avanzare senza precipitazioni, ma senza esitazioni.” Iniziarono i primi scontri e ci furono i primi morti, i legionari fecero saltare i ponti nel disperato tentativo di ostacolare l’avanzata, lo stesso studio di D’Annunzio fu oggetto di bombardamento navale e per poco lo stesso Comandante non ne uscì vittima. Una lugubre vigilia di Natale oscurò persino l’albero innalzato per i bambini poveri nel Molo Stocco. Non servirono nemmeno le scritte che furono messe lungo il cammino degli invasori: “Fratelli, se volete evitare la grande sciagura, non oltrepassate questi limiti”, e firmate dallo stesso D’Annunzio.
La Stampa riferisce quei momenti cruciali: “La mischia avvenne all’altezza del silurificio, presso villa Hoyos e fu sanguinosa. Morti e feriti restarono sul terreno. I cannoni dei legionari, che già avevano tuonato, lanciarono nuovi colpi, si udirono parecchi scoppi di bombe a mano. Erano in linea alpini e fanti delle Brigate Slesia e Regina e bersaglieri. L’azione dei legionari non servì a trattenere l’azione degli alpini che costrinsero quelli a ripiegare. Mentre avveniva questo micidiale scontro, altre colonne di alpini scendevano per Val Surigne, rompendo il collegamento dei legionari. Si avevano altri scontri sanguinosi ed altre perdite” Mussolini si scagliò con estrema violenza verbale contro Giolitti, ma probabilmente non aspettava altro per delegittimarlo, e sicuramente doveva attendersi una sua azione contro Fiume dopo che egli stesso aveva salutato con favore il trattato di Rapallo. Suonano pertanto alquanto stonate le sue note di veemente critica verso il primo ministro responsabile con altri suoi collaboratori di quella che lo stesso Mussolini definì “guerra civile”, egli disse: “Il Trattato di Rapallo non pone limiti alla sua attuazione…perché tanta fretta nel voler consegnare terre italiane ai croati? Questi interrogativi turbano la coscienza di tutti gli italiani, anche di quelli che non possono venire classificati come imperialisti e fascisti” E allora sullo stesso tono, potremmo aggiungere a ciò… “perché dunque tanta fretta anche da parte di Mussolini nel volere riconoscere la -giustezza- di tale trattato”?

La guerra civile del Natale di Sangue si protrasse fino al 31 dicembre, davvero un bel regalo per una Italia che ben altro avrebbe meritato che la carneficina tra gli stessi compatrioti, D’Annunzio si rassegnò infine a presentare le sue dimissioni ottenendo l’incolumità dei soldati che erano passati dalla sua parte. Il suo eloquio funebre per i caduti di Fiume non è solo un “de profundis” per coloro che, a torto o a ragione, si uccisero su un suolo che avrebbe dovuto vederli fraternamente uniti, ma anche per uno Stato che di liberale non aveva più nulla, se non il volto ipocrita di un ministro come Giolitti che diceva di voler salvare la pace a suon di cannonate contro il suo stesso popolo.

Ricordiamo alcuni passaggi della commovente orazione funebre di D’Annunzio: “Ancora una volta, in questa Italia dilaniata, in questa Italia di crucci e di vendette, in questa Italia senza rimorsi e senza rimpianti, i fratelli hanno ucciso i fratelli…Legionari, vegliate in arme per l’ultima notte che abbiamo difesa e abbiamo tenuta: la notte è fosca, ma ciascuno di voi ha la fiamma in pugno…” Purtroppo quello era solo l’inizio; anche tra gli stessi “Arditi fiumani” la fiamma della guerra civile mieterà presto altre vittime, perché si divideranno tra sostenitori di Mussolini e Arditi del Popolo.

12 continua

Carlo Felici

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Parte undicesima

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