mercoledì, 25 Novembre, 2020

Pessimismo e incertezza. Il trentennio perduto

0

Ancora una volta, il rapporto Censis ha fotografato un’Italia stretta dal pessimismo e soprattutto dall’incertezza. Ma perché mai da decenni continua l’inverno del nostro scontento? Quando si è in mezzo alla foresta, non se ne vedono i contorni. Ci concentriamo pertanto sulle pagliuzze a portata d’occhio, sulle polemiche miserabili che riguardano (ad esempio in questi giorni) misure economiche del tutto ininfluenti. Anche perché il contendere riguarda il 5 per cento di una manovra pari complessivamente a circa 30 miliardi, ovvero all’1,7 per cento del prodotto nazionale lordo.

Se si esce dalla foresta, fuori dal quotidiano e dal microcosmo rissoso della politica, si vede più lontano nello spazio e nel tempo. E la ragione dell’inverno perenne prima ricordato diventa improvvisamente chiarissima. Anzi, accecante. È una ragione che l’opinione pubblica forse intuisce, forse vagamente conosce, ma non nelle sue dimensioni reali. Guardiamo dunque, anziché le pagliuzze, le travi.
All’inizio degli anni ’90, l’Italia e la Francia, pressoché con la stessa popolazione, avevano un reddito nazionale quasi uguale: adesso la Francia ci supera di oltre il 30 per cento. Nel 1989, la Germania aveva un reddito pro capite di poco superiore all’Italia: adesso, nonostante abbia assorbito i poveri della parte ex comunista, lo ha superiore del 32 per cento. Nel 1989, gli spagnoli avevano un reddito pari al 65 per cento del nostro: dal 2017, ci hanno superato. Abbiamo perciò perso quasi un terzo del terreno rispetto ai Paesi europei. Per non parlare dello spazio abissale perduto rispetto ai Paesi emergenti che ospitano i due miliardi di cittadini del mondo usciti dalla povertà grazie globalizzazione. Tutti vanno avanti. Noi restiamo al palo. Siamo gli unici che ancora non sono tornati ai livelli precedenti la crisi economica del 2008. E non c’è da stupirsi, perché da tempo l’Italia cresce ogni anno un terzo dell’Europa (che già cresce poco).

Quando, agli inizi degli anni ’90, si festeggiava l’entusiasmante passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, i celebratori del “nuovo” non immaginavano che si stava aprendo per l’Italia il “trentennio perduto”. Mai i nostri nonni e padri avevano visto niente di simile. Avevano sofferto guerre e tragedie, ma erano sempre andati avanti. Consideravano il progresso (il domani meglio dell’oggi e di ieri) una ovvietà. E si può ben capire. Leggete il libro dell’economista Gianni Toniolo sui dati storici dello sviluppo italiano. Per un secolo (all’incirca dal 1890 al 1990) abbiamo avuto il periodo della “convergenza”: una Italia arretrata è cresciuta più degli altri, è andata “convergendo” verso gli standard dei Paesi più avanzati e infine li ha raggiunti. Ricordate l’entusiasmo con il quale nel 1990-91 si festeggiava lo status di super potenza economica mondiale con il sorpasso su Francia e Gran Bretagna (vero o calcolato con qualche forzatura)? Da quel momento in poi, è iniziato il periodo della “divergenza”, che ancora continua in modo catastrofico: l’arretramento dell’Italia rispetto ai Paesi nostri vicini. Come all’indomani dell’unità nazionale, siamo ormai indietro e lontani rispetto al gruppo traente dell’Europa.

L’inverno del nostro scontento si alimenta di frustrazione e invidia: invidia dell’Italia nel suo complesso verso i vicini, ma anche degli italiani gli uni contro gli altri. Perché, mentre l’economia ristagna, si aggravano le disuguaglianze all’interno del Paese. Con i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e il ceto medio schiacciato. Lo dice l’indice definito di Gini, che misura appunto le disuguaglianze: tra i principali Paesi dell’Europa continentale, siamo ormai quelli con le maggiori disparità di reddito. E anche questo non aiuta. Lo disse bene Roosevelt, riflettendo negli anni ‘30 sulle cause della depressione. “Sapevamo che la grande disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza ha grande rilevanza etica e sospettavamo che avesse altrettanta rilevanza economica: ora questo sospetto è divenuto certezza“.
Come avviene quando un disastro non è improvviso, bensì matura lentamente negli anni, neppure ce ne siamo accorti. Ma come è potuto accadere? Inevitabilmente, si dà la colpa ai politici. Ma sarebbe riduttivo. Certo, sono precipitati ai livelli che sono sotto gli occhi di tutti. Certo, hanno la responsabilità di promettere assurdità, di propagandare anziché fare, soprattutto di non dire la verità (che molti di loro forse neppure conoscono). Ma anche se fossero degli statisti la crisi non si risolverebbe. Perché le due cause principali (accanto alle tante altre che pure esistono, dall’evasione fiscale all’inaffidabilità della giustizia) sono troppo profonde, strutturali e ineliminabili in tempi brevi. Il padre fondatore del Censis Giuseppe De Rita, intervistato da Repubblica dopo la diffusione del rapporto annuale, alla domanda su quali fossero i problemi più gravi, ha risposto: la demografia e l’istruzione. Come quasi sempre, ha ragione. Vogliamo essere più crudi e anzi provocatori? L’Italia è un paese di vecchi. Avete mai visto che la vecchiaia sia un motore per lo sviluppo? Che la nostra popolazione sia tra le più anziane, è noto da tempo. Ma c’è qualcosa di meno noto, perché non è “politicamente corretto” sottolinearlo: i giovani sono non soltanto pochi, sono anche (a parte il terzo mondo) i meno istruiti. Lasciamo perdere la qualità dell’insegnamento, sulla quale ad esempio si diffonde in modo feroce Galli della Loggia nel suo ultimo libro “L’aula vuota”. La qualità è sempre opinabile. I numeri no. L’Italia (precedendo il solo Messico) è al penultimo posto fra i 36 Paesi dell’OCSE per numero di laureati (per di più laureati troppo in scienze politiche e troppo poco in ingegneria). La quota di diplomati sul totale degli occupati è il 16 per cento, contro il 33 della media europea. Anche così si spiega che la produttività del lavoro, tra il 2001 e il 2017, sia salita da noi dello 0,4 per cento, contro il 18,5 della Germania, il 15 di Francia e Spagna. Si deve poi aggiungere ( a completamento del quadro disastroso) che, a parte la qualità degli occupati, peggio ancora, il loro numero è tra i più bassi del mondo, con percentuali da Nord Africa per quanto riguarda le donne.

Cosa si deve dire di più? Un Paese di vecchi, con pochi giovani e per di più poco istruiti non va lontano (e lasciamo perdere che ad andare lontano, ovvero all’estero, sono spesso i giovani più preparati). I bambini, ammesso che nascano, non crescono nell’arco di una legislatura (né arrivano all’università). Forse anche per questo, i politici preferiscono non occuparsi di iniziative che possono forse dare frutti nei decenni, ma delle polemiche quotidiane.
Se la classe dirigente non si vuole occupare dei problemi veri, come si fa? De Rita, nella prefazione al mio libro proprio sulla vecchiaia (“Lotta di classi tra giovani e vecchi?”) ha gettato lì una teoria provocatoria (provocatoria anche, scherzosamente, verso di me che sono laico). Si dovrebbe immaginare – ha osservato – una Italia “guelfa”, guidata cioè, per dirla più alla buona, dai preti (che forse, in mezzo alla irresponsabilità generale, hanno ancora la testa sul collo). Ridotti come siamo, persino i più anticlericali potrebbero rassegnarsi. Ma neppure questo sembra possibile. Da tempo infatti la Chiesa, guidato da Papi stranieri, non se ne occupa. Anzi. Un famoso vaticanista mi diceva scoraggiato qualche giorno fa. “Questo Papa sta alla larga dalla politica italiana, come da una cosa infetta”.

Ugo Intini
(Il Dubbio)

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply