giovedì, 21 Marzo, 2019

Il Verification Handbook, una bussola per orientarsi nell’Agorà digitale

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Le fake news? Non sono il marchio di fabbrica dell’era della post-verità. Basta dare un’occhiata al sito Hoaxes.org per rendersi conto della quantità di bufale che in ogni epoca hanno fatto capolino dalle colonne dei giornali. In tempi più recenti c’è addirittura chi, come la giornalista Janet Cooke, si è aggiudicata un Pulitzer grazie a un reportage su un bambino tossicodipendente di otto anni. Peccato che si trattasse di una storia inventata di sana pianta.
Anche il giornalismo nostrano non si è dimostrato immune dal virus delle fake news. Come ricorda Pierluigi Allotti in “Giornalisti di regime”, perfino un mostro sacro come Indro Montanelli si sarebbe macchiato del più grave crimine contro il lettore, riportando una ricostruzione fantasiosa dell’avanzata italiana in Cantabria durante la guerra civile spagnola. Correva l’anno 2017 quando alcune tra le più autorevoli testate italiane, fra cui il Corriere.it, pubblicarono le foto di Jomana Abedi, presunta sorella dell’attentatore di Manchester. Anche in questo caso si trattava di una bufala. Una ricerca inversa delle immagini su Google avrebbe potuto smascherare la fake news ed evitare le successive imbarazzanti smentite.
Con l’avvento di Internet e la conseguente overdose informativa, la sensazione da parte di addetti ai lavori (e non) è quella di essere travolti da una marea nera in cui distinguere il vero dal falso diventa sempre più difficile. Soprattutto quando sono gli stessi giornalisti che, per pigrizia, dimenticano quale sia il loro mestiere. E cioè la verifica. Perché se gli strumenti cambiano, le buone pratiche restano.
Pubblicato nel 2014 e curato da Craig Silverman, media editor di BuzzFeed News, il Verification Handbook rappresenta quello che il salvagente è per i naufraghi: uno strumento fondamentale per rimanere a galla tra user generated content e valanghe informative, fisiologiche in caso di catastrofi naturali e attacchi terroristici. Attraverso procedure e tecniche che vanno costantemente collaudate e implementate, il manuale si propone di standardizzare i processi che guidano alla verifica non solo dei contenuti provenienti dalle cosiddette fonti autorevoli, ma anche quelli generati dagli stessi utenti, proponendo una serie di casi studio. La posta in gioco è alta: una cattiva informazione mina il diritto del cittadino a essere informato e le basi stesse della democrazia. Come sottolinea William Spindler, portavoce della Commissione delle Nazioni Unite per i rifugiati, «le informazioni accurate possono rivelarsi una risorsa cruciale per salvare molte vite nelle crisi umanitarie». Nei fatti, gli obblighi del giornalista, tra cui quello di incrociare le fonti fra loro, restano quelli di sessant’anni fa. A cambiare non è, dunque, il metodo ma gli strumenti. Incertezza e ansia portano a replicare notizie non verificate, così come accadeva in passato, con la differenza che la cattiva informazione oggi viaggia più velocemente e non c’è smentita che possa frenarla. Non solo. L’essenza del citizen journalism prevede che chiunque sia in possesso di uno smartphone possa produrre contenuti. Queste informazioni saranno condivise su blog e social media, non sempre con l’intenzione di generare ulteriore caos, guadagnare followers o denaro. Spesso si potrà trattare di vecchie notizie spacciate come attuali. La difficoltà diventa allora quella di stabilirne l’autenticità.
La regola d’oro rimane quella di arrivare alla fonte originale che ha messo in Rete il contenuto da verificare e, una volta accertata l’originalità del materiale, ottenere l’autorizzazione a utilizzarlo. Un compito forse reso più semplice rispetto a un tempo grazie all’utilizzo coscienzioso di social media e software, spesso gratuiti, che non richiedono particolari competenze in ambito tecnologico. La tecnologia, unita al fattore umano, ha trasformato il processo di verifica, modificando l’accesso e l’utilizzo di fonti e informazioni. Validi aiuti sono forniti da archivi di ricerca come Whois, che permettono di scoprire il proprietario di uno specifico dominio web risalendo all’identità di chi sta diffondendo la notizia, dagli strumenti di ricerca avanzata di Twitter o da software come Photoshop che mettono a nudo i dati Exif di fotografie e, in alcuni casi, di video. Pipl.com o Spokeo possono invece essere utilizzati per identificare gli utenti sulla base delle tracce lasciate in Rete, mentre Wolfram Alpha consente di verificare le condizioni meteorologiche in una data località, rivelandosi utile nella verifica di materiale video o fotografico.
A stravolgere il panorama del giornalismo tradizionale è stato quindi l’imporsi del citizen journalism. Il giornalismo partecipativo ha infatti determinato la necessità di un maggiore coinvolgimento del lettore, ormai vero e proprio collega del giornalista di professione che deve puntare alla creazione di quello che Andy Carvin, ex stagista della National Public Radio, ha definito “pubblico informato”. La prima ad accorgersi del cambiamento epocale che stava attraversando il mondo del giornalismo fu la BBC che, nel 2005, lanciò una piattaforma dedicata ai contenuti prodotti dagli utenti. Ma le controindicazioni legate all’uso di materiale online sono molteplici. Secondo Anthony De Rosa, ex direttore di Circa News, un possibile l’antidoto può essere rappresentato dall’utilizzare i social media come una radio della polizia, servendosi, ad esempio, di strumenti come Tweetdeck. Questo tool consente di creare elenchi di utenti da seguire, con la possibilità di organizzarli in base alla località, ai contenuti o alla tipologia di autore e di gestire i flussi di informazioni. Una strategia che, se predisposta in anticipo, programmando simulazioni per i giornalisti e incoraggiando rapporti diretti con le proprie fonti e il pubblico, può servire da apripista nel caso in cui sia necessario coprire una situazione di emergenza. Le regole fondamentali della verifica restano però invariate. Una volta contattata la fonte, la domanda da cui partire è “come fai a saperlo?”, a cui accostare eventualmente “forse l’hai saputo in qualche altro modo?”. Due interrogativi che dovrebbero accompagnarsi a perseveranza e sano scetticismo: la fonte potrebbe sbagliarsi oppure essere in malafede. Per questo è necessario metterla in dubbio, incrociarla con altre fonti e servirsi di documenti, richiedendo, quando necessario, la collaborazione di colleghi più esperti.
Non tutto il materiale caricato in Rete proviene da utenti ignari dei meccanismi che stanno alla base del sistema informativo. In molti casi, le fake news possono provenire da agenzie pubblicitarie o, in aree di crisi, da fonti interessate a screditare la fazione opposta. Verificare provenienza, data e luogo, rispondendo alle fatidiche cinque W, diventano dunque passaggi obbligati quando si passano al vaglio contenuti prodotti online. Se provare l’autenticità di un’immagine può rivelarsi relativamente facile grazie a strumenti come Google Images o TinEye, accertare località e orario costituisce un passaggio più complesso, anche se un aiuto può essere fornito da Google Earth, Google Street View o Wikimapia. Ѐ importante ricordare, però, come Twitter, Facebook e Instagram cancellino i metadati dei contenuti caricati, rendendo difficile l’estrapolazione di informazioni relative a luogo, data e modello di fotocamera. Il fattore umano si rivela comunque decisivo nel completare il quadro: una targa, un edificio o un’insegna possono fornire indicazioni preziose, così come immagini simili caricate dalla stessa località aiutano a mostrare la scena da più angolature. Nel caso emergano più link allo stesso contenuto, sarà la fotografia che presenta una risoluzione o una dimensione maggiore a doversi considerare come originale.
Verificare un video mostra difficoltà analoghe che possono essere superate con gli stessi strumenti adoperati per provare l’originalità di una fotografia. Secondo Malachy Browne di Storyful il punto da cui partire è l’inautenticità del video. I passaggi successivi dovranno confermare o ribaltare questa convinzione. Un elemento che può essere d’aiuto nel processo di verifica è la presenza della dicitura “upload via YouTube Capture” nella descrizione del video, che certifica che il filmato è stato girato con uno smartphone, mentre le estensioni .avi o .mp4 indicano che il materiale è stato caricato direttamente da un dispositivo mobile. Maggiori difficoltà si incontrano invece nell’accertare data e ora. In particolare, è importante ricordare che l’orario relativo all’upload del video su YouTube è quello californiano. Il fine ultimo di questi passaggi resta comunque l’individuazione della fonte, alla quale potranno essere rivolte domande riguardanti fatti già appurati per vagliarne l’onestà.
Se l’algoritmo è in grado di generare una quantità di contenuti pressoché infinita, è la macchina umana a fare la differenza, come dimostrato dal fenomeno crowdsourcing, che permette di verificare i fatti e assicurarsi le informazioni migliori grazie all’aiuto degli utenti. Un esempio virtuoso è costituito da Shabab Souria, un network basato sulla collaborazione online fra giovani siriani con lo scopo di pubblicare aggiornamenti sulla situazione in Siria. Il rapporto con il pubblico si rivela fondamentale anche nelle fasi di copertura di una situazione di emergenza, durante la quale gli utenti devono essere incoraggiati a fornire informazioni in prima persona. Ma, come testimoniato dagli attivisti per i diritti umani, si tratta di una pratica che può rivelarsi rischiosa. Nel 2009, ad esempio, la Guardia Rivoluzionaria iraniana si è servita del crowdsourcing per identificare i manifestanti durante le proteste contro il regime di Teheran.
Nuovi scenari per la verifica delle notizie sono stati aperti dalle tecniche di human computing, che prevedono l’assegnazione di un compito da parte della macchina alla folla, come nel caso della piattaforma Verily, e di machine computing, che consentono alla macchina di sviluppare invece meccanismi di autocorrezione. Si tratta di settori molto giovani, ma che forniscono dati incoraggianti per quanto riguarda la capacità di social media come Twitter di prevedere il grado di credibilità dei tweet, anche se il rischio di possibili sabotaggi resta alto.
Raccogliere, accertare e verificare richiedono oggi nuove competenze. Ecco perché la lettura e lo studio del Verification Handbook dovrebbe costituire per ogni giornalista o aspirante tale una sorta di vangelo del processo di pianificazione e verifica delle fonti. Ma si tratta di una progettualità che la maggior parte delle redazioni italiane sembra ignorare, navigando a vista nella marea di informazioni che affollano il web. Con conseguente perdita di credibilità di fronte al lettore, che si chiede sempre più spesso se davvero valga la pena affidarsi alla penna e all’occhio di chi si dice professionista dell’informazione. Non è un caso che il manuale curato da Silverman sia stato tradotto in Italia solo dopo due anni dalla sua uscita. Metadati e ricerca inversa di immagini suonano ai più come stranezze esotiche, complici pigrizia e analfabetismo digitale. Eppure un’informazione accurata riuscirebbe forse a ristabilire il contatto con la realtà dei lettori, svolgendo quella funzione socialmente utile tanto sbandierata, più per ragion di casta che per un’effettiva adesione alla “causa”, da molti giornalisti italiani.

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