giovedì, 2 Luglio, 2020

Il virus tra paura e verità

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Non intendo affatto sposare tesi negazioniste, che pure sono circolate attorno all’epidemia, e neanche sostenere il minimalismo, che pure era affiorato prima che il virus attecchisse in Italia. Anche perché entrambe le posizioni si frantumerebbero sul muro drammatico della pandemia che ha colpito il mondo intero, più di una guerra che completamente mondiale non é mai stata. Ora però, almeno in Italia (non conosco, nel dettaglio, se non dai dati che si leggono sui giornali, la situazione degli altri paesi) le cose sono radicalmente cambiate. Si leggono dichiarazioni di autorevoli specialisti, quali Antonio Zangrillo, primario di anestesia e rianimazione dell’Ospedale San Raffaele di Milano, Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, Matteo Bassetti, infettivologo a Genova e presidente della Società italiana della terapia anti infettiva, che sostengono, anche in base a ricerche scientifiche inoppugnabili, che il virus ha perso aggressività e che i nuovi positivi, per la scarsissima carica di cui dispongono, non infettano nessuno. Che il virus oggi sia diverso é solo la logica deduzione del destino dei nuovi malati, in larga parte asintomatici e per il resto neppure ospedalizzati. Le cifre parlano chiaro. In ospedale In aprile c’erano 30mila malati, adesso sono poco più di 2mila, nelle terapie intensive i degenti, affetti da coronavirus, erano circa 3mila e adesso sono addirittura scesi a 160. Non sono un virologo, e neppure un medico, la mia laurea conseguita nell’ormai lontano 1980 in Lettere e Filosofia non mi consente di dare risposte, ma solo di formulare domande. La prima risposta dei virologi di fama, da Burioni, a Galli, alla Capua, che farebbero bene a non farsi pubblicità, mi si dice a pagamento, in tivù promuovendo, il primo e l’ultima, anche i loro libri, sostengono che il virus non é cambiato. E che é diminuito solo il numero di contagiati, rispetto ai mesi precedenti, grazie al lockdown e al distanziamento sociale. Rispondono cioè con un dato quantitativo a un mutamento qualitativo. Se prima giornalmente avevamo 2000 contagi e la metà almeno finiva in ospedale, non spiegano perché dei 250 contagiati di ieri in ospedale non sia finito nessuno. Ma andiamo oltre. Leggo di tutto nei resoconti quotidiani sull’andamento del virus in Italia. E mi permetto di chiedere quanto segue: 1) Se le regioni, oltre a riferire il numero dei contagi, possono riferire anche sul livello di contagiosità 2) Di distinguere tra sintomatici e asintomatici. 3) Di distinguere, poi, tra soggetti in isolamento domiciliare e soggetti ospedalizzati 4) Di riferire se i morti sono da individuare tra coloro che sono stati infettati a marzo-aprile o nell’ultimo mese 5) Di riferire, a proposito dei dati di ieri l’altro, se l’aumento di cinque unità in terapia intensiva, di cui quattro in Campania, al quale tanto la stampa ha dato risalto, sottolineando che il virus permane aggressivo, si riferisce ai nuovi contagiati o meno. Proprio ieri si é precisato che si trattava di semplici passaggi di vecchi malati dai reparti Covid alle terapie intensive. 6) Di dare un conto sul numero complessivo di morti distinguendo tra coloro che sono deceduti a causa del Coronavirus e coloro che sono deceduti col coronavirus, ma a causa di altre infermità. Serve un’operazione di verità. Non una sottovalutazione o una sovravalutazione dei pericoli del Covid. Sappiamo bene che in altri paesi, dal Brasile alla Russia all’India, e anche agli Usa, l’epidemia é ancora ad uno stadio aggressivo. E conosciamo i rischi, vedi Pechino, di nuovi focolai. Ma gli italiani, che hanno reagito con grande senso di responsabilità al lockdown, non sono bambini da tener sotto scacco con la paura se non c’è da aver paura e con l’economia, ma anche la cultura e il turismo, vicini al collasso. Il rischio, cari virologi da tv, é che poi gli italiani non vi credano. E sarebbe pericoloso perché semmai l’epidemia, noi vogliano escluderlo, dovesse ripresentarsi in forme più gravi, si potrebbe assistere alla scena del cane che abbaiava al lupo.

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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

1 commento

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    Paolo Bolognesi on

    Non è certo la prima volta che manca l’unanimismo tra gli esperti, in questo come in altri campi, il che, nondimeno, può avere anche effetti positivi, posto che dal confronto delle rispettive vedute ed opinioni possono uscire elementi utili a comprendere meglio i fenomeni, e il loro andamento, ma spetta poi alla politica di fare le scelte definitive, pur sulla base dell’uno e altro parere, nel senso che alla fine la politica è chiamata e titolata ad assumersi la paternità di quanto dice la scienza, convertendolo in azioni e regole (almeno così mi sembra esser successo negli anni).

    Un articolo di stampa dei giorni scorsi diceva che tutte le epidemie intervenute nei secoli hanno avuto un denominatore abbastanza comune, ossia l’aver trovato la società impreparata a farvi fronte – anche per le scarse o nulle conoscenze su cause e concause – nonché la ricerca di colpevoli e “capri espiatori”, tradotta nella cosiddetta “caccia all’untore”, ma anche dalle celebri righe manzoniane, se la memoria non mi tradisce, si ha l’idea che la politica dell’epoca avesse comunque “preso in mano la situazione”, assumendo la titolarità dei provvedimenti (nel modo giusto o sbagliato che fosse).

    In questa circostanza, invece, non pochi hanno avuto l’impressione che la politica abbia in qualche modo abdicato a tale suo ruolo di “sintesi” e di “direzione”, per affidarsi totalmente alla scienza, fino ad “annullarsi” nelle sue indicazioni, e se questa sensazione avesse un qualche fondamento il comportamento della politica potrebbe essere interpretato, da un lato, come una sua “incapacità” a prendere decisioni, oppure come il timore di fare scelte delle quali dover semmai rispondere, non solo sul piano politico (aspetto che a mio avviso merita una qualche ulteriore considerazione)

    Da altra notizia di stampa di pochi giorni fa parrebbe infatti che solo nel nostro Paese dell’eurozona si voglia stabilire se in materia siano ravvisabili responsabilità penali nelle decisioni dei nostri governanti – a livello centrale o periferico – e se il nostro Paese avesse realmente questa “esclusiva” significherebbe che lo prevede il nostro ordinamento, e segnerebbe altresì la differenza con il resto d’Europa, forse perché altrove le scelte della politica hanno spazi di “insindacabilità” (se così fosse, sarebbe aspetto meritevole di essere approfondito, visto che ci richiamiamo spesso all’Europa, sue regole ed uniformità).

    Paolo B. 23.06.2020

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